Vietato l'ingresso!


“Qui non puoi entrare”, un cerchio rosso sbarrato e sullo sfondo un cagnolino. Quante volte abbiamo visto questo cartello affisso sulla porta di un luogo pubblico?
Ne è pieno il mondo, come è pieno il mondo di coloro che si battono per abolire tale divieto. Ma se dalla volontà di abolire un divieto passiamo alla volontà di combattere vere e proprie battaglie circa l’attuazione di un divieto, parlando nello specifico di sperimentazione animale, l’argomento rischia di diventare scomodo, ancor più se tali sperimentazioni rendono possibili grandi scoperte scientifiche.
Senza però voler sminuire un argomento così delicato, ed assai complesso, come la sperimentazione clinica animale ciò che vorrei davvero è che tutti si soffermassero a riflettere su quanto sto per raccontarvi, che purtroppo nulla a che fare con i nostri amici a quattro zampe ma che tocca noi disabili, in un modo così crudele e meschino da lasciare davvero senza parole.

Torniamo dunque a quel cartello, a quel divieto, e ridisegniamolo, sostituendo l’immagine di quel cagnolino a quella di un disabile in carrozzina. Fantascienza? No! Una triste, tristissima realtà, che si è trasformata in un fatto! Scorrendo infatti senza nemmeno troppa curiosità la miriade di notizie che invadono le bacheche dei social mi imbatto in un’immagine: un grande cartello affisso sulla parete niente di meno che di una Asp, in un piccolo paesino del sud italia, dove figura appunto un disabile in carrozzina e una X rossa in rilievo. Attenzione, sarebbe potuto capitare ovunque, non vi è volontà di denigrare il sud con stereotipi e bassi clichè, ma è lì che è accaduto!
Mi appresto a verificare la veridicità della notizia, digito poche semplici parole sulla barra di ricerca riportando il luogo dell’assurdo avvenimento, ed ecco comparire piccoli trafiletti di alcune testate locali. Non è una bufala! “Vietato l’ingresso ai disabili!” Cerco di vederci più chiaro, provo a ricercare una nota che spieghi i contorni di questa vicenda, ma non trovo nulla! Mi concedo un attimo per riflettere. Forse con l’intento di voler preservare gli stessi disabili da un pericolo, dovuto da carenze stesse della struttura, si è voluto metterli in guardia, ma se anche fosse vero non riesco a non chiedermi se è davvero questo il modo. Se fosse questo il caso, non sarebbe bastato un semplice cartello dove si spiegava che a causa di un danno strutturale sussisteva un evidente pericolo per l’incolumità degli stessi, rendendo quindi necessario impedirne l’accesso?
Non trovando nessuna valida giustificazione mi arrendo all’evidenza, e pur continuando a pensare ad una possibile spiegazione sul perchè un’azienda sanitaria, nello specifico lo sportello che si occupa di fornire ausili e protesi, vieta l’accesso ai portatori di handicap, mi sforzo di andar oltre. Non è l’evento in se’ a lasciarmi attonita, non è la pochezza che quell’immagine trasmette, bensì la consapevolezza che il più delle volte non è necessario vi sia un cartello a negarci l’accesso, noi disabili subiamo questa vergognosa e ormai inaccettabile esclusione tutti i giorni nel nostro vivere.

Barriere architettoniche, barriere mentali, divieti che si impongono come mostri pronti a mangiare i nostri passi, bloccandoci in trincee fatte di pregiudizi e vizi di forma. I nostri passi stanchi, la nostra volontà indomita e sfacciata vengono schiacciati da pedane inesistenti, da ascensori rotti nelle stazioni, dagli sguardi carichi di pena e da quella mano che di rado si offre di aiutarci, e che anzi ci spinge sempre più lontani. Quel cartello, quell’immagine è il volto di ognuno dei quali ci considera “storpi” da compatire, pesi per la società, privi di sogni, desideri, mancanti perfino di un’identità sessuale. Non indoriamo una pillola fin troppo amara. Si parla di accessibilità, di progresso, di abolizione delle barriere, di inclusione, ma sono solo chiacchere!! Bugie, tristi e meschine, nient’altro che parole vuote.
Davvero si vuol credere alla bella favola del non esistono differenze, del siamo tutti uguali?! No, non lo siamo! Noi il peso della nostra diversità lo sentiamo, lo viviamo, lo respiriamo. E lo paghiamo! Sì, un prezzo altissimo, il prezzo che la società ci ha imposto. Perchè la bellezza di un disabile lascia sempre in imbarazzo? Se si è disabili si è brutti a prescindere? O forse un busto, un tutore, una stampella o perchè no una carrozzina sono davvero talmente ingombranti da oscurare il volto, il sorriso, lo sguardo di chi con tali ausili deve convivere..per vivere? Non è vittimismo, non è utopia, nè fantascienza! È un fatto, come lo è l’esitenza di quell’immagine su quella parete. Un’etichetta però non ha bisogno di palesarsi attraverso un’immagine, basta una parola, un atteggiamento o un gesto per sprigiornare la sua forza distruttiva, perchè quegli occhi, quei gesti, quelle etichette ci distruggono davvero. Il più delle volte questa forza distruttrice sarà il preludio di quella stessa forza che ci permetterà di combattere, ma affinchè questo avvenga prima ci sentiremo distrutti. Una distruzione dal sapore amaro, che ci  mortifica, che ci porta a sentirci inadatti, incompleti, e spesso colpevoli per quel limite che vorremmo non imporre, dal quale noi stessi vorremmo fuggire, ma che siamo finiti per amare, perchè consapevoli essere la normale continuazione di un nuovo essere noi nel nostro essere disabili. Abbiamo abilità diverse, non siamo inabili in ogni nostra espressione. Non siamo esseri inetti e inadatti. Perchè ci si ostina a vedere di noi sempre e solo le nostre inabilità? Perchè dobbiamo lottare per un parcheggio? Perchè dobbiamo intraprendere battaglie lunghe anni per vedere riconosciuti i nostri diritti? Perchè non possiamo sperare di viaggiare senza doverci preoccupare prima circa l’accessibilità dei luoghi che ci apprestiamo a visitare? Perchè gran parte dei mezzi pubblici, dei treni sono ancora tutt’oggi inadeguati per le nostre esigenze?

Mille e più perchè, ma non posso, non riesco ad evitare di chiedere a voi normodotati: “Il prezzo della malattia non è forse sufficiente?” Raramente lo dico, raramente rapporto il mio dire a tale pensiero ma cazzo, non è già abbastanza sentire la forza delle proprie gambe spegnersi giorno dopo giorno? Non basta tutto il male con cui siamo costretti a fare i conti quando una malattia degenerativa, cronica, o peggio una malattia rara, orfana di diagnosi decide di frantumare la nostra vita in mille pezzi?
Noi ogni giorno, in ogni istante lottiamo per rimettere insieme questi pezzi, scoprendo non di rado di averne smarriti alcuni, a volte così preziosi da rimpiangerli, ma nonostante spesso ci accorgiamo di essere sprovvisti di quella colla necessaria per ridare loro forma, non consideriamo la resa come unica soluzione. Siamo testardi, impariamo ad essere giudici severi del nostro io più profondo, diventiamo padroni consapevoli di ogni nostro gesto, di un fare che il mondo vedrà sempre e comunque claudicante, inadatto, non all’altezza e non al passo, ma che per noi invece rappresenta un passo di danza aggrazziato e mai fuori tempo, perchè perfino il tempo sarà per noi qualcosa di relativo, dove il futuro sarà soppiantato dal qui e ora. È così che le nostre scelte si investono di insindacabilità, e non per arroganza o superbia, ma perchè consapevoli di quanta fatica, di quante rinunce viziano queste stesse scelte, ma è questo vizio, questo inevitabile condizionamento che ci permette di vincere l’inettitudine di chi oggi ci spinge ai confini della società, di chi non vede la nostra bellezza, di chi ignora le nostra abilità, di chi disegna, anche solo idealmente, una croce rossa sul nostro diritto di esistere! Perchè è di questo che sto parlando, è il nostro diritto ad una vita accessibile ed esser calpestato, e con esso inevitabilmente la nostra dignità, quell’io testardo che non si lascia fermare da barriera alcuna, che pretende il suo diritto alla vita! Nessuno dovrà mai arrogarsi il diritto di privarci del nostro posto nel mondo, o dovrei forse dire che nessuno dovrebbe anche solo pensare di poterlo fare? Il condizionale è d’obbligo! Un condizionale triste che dovrebbe, anzi che deve smuovere nelle coscienze di ognuno noi il bisogno di una quanto mai necessaria riflessione.

Tutti dobbiamo fermarci a riflettere, prima che sia troppo tardi, prima che un’etichetta diventi davvero un metro di giudizio giustificato e imprescindibile, prima di dimenticarci ciò che più conta, la nostra umanità.


2 risposte a “Vietato l'ingresso!”

  1. Perchè di noi i normodotati se ne fottono. E’ molto semplice. e quindi mandiamo tutti in coro a quel paese, per non dire peggio, va

    • Caro Sergio, condivido il tuo pensiero ma proprio in nome di questo cattivo e malsano egoismo, di questa strafottenza dobbiamo lottare affinché le cose cambino. La nostra disabilità spesso fa paura proprio perchè mette in luce i tanti limiti di chi normodotato. Un abbraccio

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