Il Muro delle Barriere Architettoniche: impossibilità o inosservanza?


Li senti addosso quegli occhi, ti scrutano in attesa di vederti vacillare, aspettando una tua possibile richiesta di aiuto, che non sanno ricadrà nel vuoto.
Occhi beffardi, curiosi, di una curiosità spesso malsana. Quel vuoto, colmo della loro indifferenza e del loro finto perbenismo, nel tempo, è diventato la tua fortezza.
La vita ben presto ti ha insegnato a lottare e a difenderti, anche, e sopratutto, da chi se forse ti avesse teso una mano avrebbe di certo reso il tuo cammino meno irto, e spesso meno umiliante.
La malattia si finisce sempre con l’accettarla, diventa parte di te. L’indesiderato che si trasforma in essere.
Ed accetti persino quegli occhi, ai quali hai imparato a rispondere con occhi, i tuoi, fieri e mai schivi. Hai riscoperto in te il coraggio, e dai tuoi limiti hai tratto la tua più grande forza, e lo hai fatto da solo.
Ed in questa riscoperta, in questo viaggio, a volte colmo di pesanti interrogativi, hai trasformato ciò che il Mondo si ostina a chiamare Disabilità, semplicemente in Vita.

Si proclama l’uguaglianza, si grida a diritti come la dignità e la libertà, si professa il diritto all’assistenza.
Si annoverano leggi, e si sbandierano articoli costituzionali, e poi, puntualmente, si dimentica.
Quel vuoto, quell’indifferenza, si nutrono del torpore dell’animo di chi, dimenticandosi dell’altro, non si accorge di dimenticarsi di se stesso.
Un silenzio, proprio dell’uomo, e di una società ormai cieca e sorda, giustificato da un silenzio ancora più grande, e grottescamente assordante: il silenzio delle istituzioni.

disabilità

Un paradosso che esistendo si trasforma in barriere invalicabili, prigioni di asfalto e cemento, e alture insormontabili.
Ostacoli volutamente ignorati. Ostacoli costruiti con malcelata noncuranza, e catalogati dalla società come le tristemente note barriere architettoniche, elementi costruttivi che impediscono, limitano o rendono difficoltosi gli spostamenti o la fruizione di servizi, ancor più ai portatori di handicap.
Ne consegue che un elemento che non può costituire barriera architettonica per un individuo, può invece essere di ostacolo per un altro, ancor più se quest’ultimo portatore di limitazioni che inficiano la sua capacità motoria o sensoriale.
La necessità di garantire al maggior numero di persone il diritto alla libertà di movimento portò alla ricerca di parametri comuni, che consentissero anche di limitare il criterio di soggettività.
Nel tempo, il concetto stesso di barriera architettonica lasciò spazio al concetto di conflitto uomo-ambiente, ovvero a quella serie di ostacoli e impedimenti, di forma temporanea o permanente, che impediscono di fruire in piena sicurezza di tutta quella serie di funzioni, attrezzature e servizi che la società dovrebbe garantire ad ogni singolo cittadino. Esempi classici di barriera architettonica si ravvisano in scalini, porte strette, pendenze eccessive e spazi ridotti, barriere quindi fisiche e percettive, alle quali, inevitabilmente si affiancano quelle comunicative, sia esse espresse in termini sociali, umanamente fruibili, sia esse espresse virtualmente dalla non accessibilità di ancora troppi siti internet, non conformi agli standard di accessibilità. 

Un’accessibilità messa in pericolo dalla presenza di barriere che a volte superano ciò che di umanamente tangibile abbiamo modo di sperimentare, investendo, invece, la sfera emozionale ed empatica dei soggetti coinvolti, portando a quella condizione che ad oggi sembra rappresentare la più ardua e invalicabile barriera, ossia l’emarginazione di chi diverso.
Un’emarginazione istituzionalizzata dall’ingiustificabile dimenticanza da parte di uno Stato disattento rispetto ad quadro normativo vigente già dal lontano 1989, ma ancor oggi disatteso e spesso ignorato, ed espresso con la legge 13/89.
Una legge atta a garantire l’accessibilità ai vari ambienti, con particolare attenzione ai luoghi pubblici, e che individua tre diversi livelli di qualità dello spazio costruito.
Coloro i quali affetti da una ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, secondo il livello di Accessibilità, devono veder garantita la  possibilità di raggiungere l’edificio e le sue singole unità, di entrarvi agevolmente e di poter usufruire di spazi e attrezzature in condizioni di sicurezza e autonomia. Per quanto concerne il livello di Visibilità, essi devono poter accedere agli spazi di relazione, e ad almeno un servizio igienico per unità immobiliare. In ultimo, secondo il livello di Adattabilità, deve esser garantita in qualsiasi momento la possibilità di modificare nel tempo lo spazio allo scopo di renderlo agevole. 
Tali livelli devono veder garantita la loro attuazione, e relativa osservanza, anche per quanto riguarda gli edifici e gli spazi privati.
La norma, che nulla volle lasciare al caso, ratificò l’attuazione di Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche, P.E.B.A.
Uno strumento che si prefiggeva di garantire la conoscenza delle situazioni di impedimento, rischio e ostacolo al fine di avviare procedure coordinate per “attenuare” il conflitto uomo-ambiente.
Ciò che doveva rappresentare il preludio di azioni dedicate e mirate, e che avrebbero favorito l’integrazione, annullando conseguentemente l’emarginazione di chi diverso, si trova ad essere oggi il fondamento di molte lotte, che questa triste, ingiustificata e imperdonabile inosservanza ha portato.

Il mondo grida la necessità di una cultura volta all’accessibilità, e ancor più all’accettazione di un’ideale che non stigmatizzi chi diverso, ma che invece lo accolga, senza più considerarlo tale.
Una società che avrebbe bisogni di occhi profondi, di anime propense all’ascolto, e che necessita di un’attenzione, quella delle Istituzioni, ancora oggi a volte, fin troppo, disattenta.  


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