Vi siete mai sentiti impotenti davanti ad un ostacolo?

Vi siete mai sentiti impotenti davanti ad un ostacolo e poco considerati? Io sì: le barriere architettoniche sono una delle cose più brutte che  puoi incontrare nel corso della tua vita, ti fanno demoralizzare poiché senza l’aiuto di altri non sei capace di superarle. Per meglio dire, tu saresti anche capace, perchè vuoi essere “tosto” ed affrontare le difficoltà che l’esistenza e la strada ti pongono davanti, ma diciamo che non vieni messo nelle condizioni “migliori”, se hai un passo zoppicante o ruote e bastoni come fedeli compagni di viaggio. L’ostacolo diventa il tuo nemico e ti senti ancora più “struppiato” di quanto tu sia davvero. Struppiato, cioè con un corpo un po “difettoso,” ed in più beffato. Insomma, ti senti un po’ preso in giro.
Facciamo qualche esempio delle prese in giro più diffuse. Quando qualcuno, tra quelli che ci amministrano, “sembra” fare un passo in avanti, e procede ad abbattere alcuni dossi, sostituendoli con rampe, garanti di una maggiore accessibilità, e puntualmente persone normodotate – “con uno scarso quoziente intellettivo però” – parcheggiano su quelle pedane, impedendoti di superare l’ostacolo “abbattuto” . O quelle, occhio sempre al quoziente intellettivo dimostrato, che, senza conoscerti, ti danno subito un’etichetta e borbottano, rivolte ai figli, ma a voce abbastanza alta da fartelo sentire, “Non andargli vicino che diventi come lui”.

“Ma credete che sia una malattia esantematica?”.

A questo punto, dato che hai sentito, hai due possibilità: o ti armi di coraggio e, ricorrendo ai cosiddetti “attributi”,  ti avvicini e gli fai fare una “figura tapina” oppure, tuo malgrado e per una “colpa” non tua, finisci per sentirti non “degno” di vivere in questa società, escluso da tutto e da tutti . 

Adesso mi sembra giusto raccontare un episodio autobiografico, giusto per farvi “sentire addosso” cosa sia una barriera architettonica e cosa significhi concretamente per la vita quotidiana di una persona con disabilità. 

Correva l’anno 2009 e la scuola organizzó un cineforum. Io come sempre, aiutato dalla mia grande mamma battagliera, ci andavo con l’auto. Un bel giorno i miei amici mi chiesero se volevo andare con loro con la cumana – noto treno “disastrato” delle nostre parti – visto che, mi dissero, avevano adeguato il mezzo alle esigenze di mobilità delle persone con disabilità. “Alleluia!” pensai.  Ero strafelice: andavo al cinema da solo, autonomamente, e con i miei amici. Che bello, mi sentivo al settimo cielo! Mai cantar vittoria troppo presto però, ricordiamoci sempre l’amara “postilla” che accompagna ogni felicità e la rende “sempre a breve scadenza”. La postilla, nel mio caso, era che la nostra società non ci rispetta, in quanto persone con disabilità, anzi ci considera più un peso che altro.

Per precauzione (nel tempo si affina l’intuito…), io ed miei genitori andammo a fare un sopralluogo per verificare se il percorso era stato effettivamente adeguato, e risultava accessibile come mi avevano descritto i miei amici. Caspita sembrava proprio essere vero, l’adrenalina saliva verso vette mai sperimentate prima. Ma quando arrivó il treno la mia felicità sprofondò di botto. “Perchè?”, vi chiederete voi. E’ presto detto:  io e la mia carrozzina eravamo impossibilitati a salire sul treno. I possibili ostacoli erano due: mi veniva concesso di scegliere. In alcuni vagoni l’accesso era reso “impossibile” da alcuni scalini. In altri, invece, la strada era ostacolata da una sbarra posta al centro della porta.

Chiamammo pure le forze dell ordine, dicendo che eravamo rimasti bloccati nei locali della cumana, ma ci risposero che avevano altro da fare. Tristezza su tristezza, insomma considerazione zero!
Ma ciò che mi fa sentire ancora più sconsolato è che in quel periodo chiamammo anche Striscia la Notizia, affinchè dedicassero un servizio all’accaduto ed allo stato delle stazioni, ma i responsabili della società cumana, dopo un po’, mangiarono la foglia e così presero ad utilizzare sempre l’unico treno “a norma”, per non essere beccati.  Cominciammo così a “peregrinare” da una stazione all’altra, per verificare lo stato delle cose. Ma sembrava che risolto un problema ne spuntasse subito fuori un altro. Infatti, non tutte le stazioni erano state dotate di un ascensore. Quindi, se pure riuscivi a prendere uno dei treni adeguati, poi non potevi comunque raggiungere il binario per il ritorno perchè trovavi il nemico numero uno: le scale! L’equazione emersa era semplice e desolante: disabili = ultima ruota del carro, con diritti riconosciuti sulla carta ma non “veri” nei fatti. 

Questa è la situazione, ma io non mi fermerò mai: sono e pretendo di essere considerato un cittadino come gli altri, con le stesse possibilità di vivere la mia vita e di scegliere come trascorrere il mio tempo e dove andare! Sono passati sette anni e la situazione non è cambiata di una virgola, anzi sta pure peggiorando… Ai posteri l’ardua sentenza….

Michele D’Aiello

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