Una Storia Vera

“Una storia vera”, una storia a cui non anteporrò parola alcuna. Vi chiedo invece, con un dolce sussurro, di leggerla piano, di far vostra ogni parola. Prima di iniziare chiudete gli occhi e lasciate che ogni pensiero si allontani, date alla vostra mente e al vostro cuore il permesso di sentirsi liberi. Io l’ho fatto, e posso dirvi che quando ciò che era scritto e che ho letto ha preso forma nella mia mente tra immagini, suoni, volti ed emozioni mi è stato impossibile, nonostante le calde lacrime che avevano preso a bagnare il mio viso, non sentire dentro di me un pò di quella gioia, di quella felicità che oggi sono certa accenda gli occhi di Pelusa. Una felicità che nasconde in seno dolori che solo l’amore può curare, una cura che di amore si nutre e che amore dona, generando legami che sono prova di autentici miracoli. Miracoli di Vita.

Ciao sono Pelusa, nata un po’ di anni fa nelle favelas argentine in mezzo a tanti, tantissimi bambini come me. Il mio papà non l’ho mai conosciuto, ma avevo tanti amici di mamma che mi portavano regali e poi mi dicevano “Sshhh, stai buona qui e gioca, io e la tua mamma abbiamo da fare”
Avevo fame e piangevo, ma non c’era mai nulla da mangiare, quando un pezzo di pane duro da dividere con i miei fratelli, quando una tortilla portata da una signora in divisa. Sentivo la mia mamma piangere di notte. Un pomeriggio tanto caldo venne la signora in divisa ma non portò nulla da mangiare, parlò con mia madre, le dette qualcosa, mi prese per mano e mi portò via. Avevo il naso appiccicato al vetro della macchina e vedevo mamma piangere inginocchiata per terra e non capivo cosa stesse succedendo. Non la rividi mai più. Arrivai in casa della signora, entrai in una stanza bellissima con tanti giochi, mi fecero il bagno in una vasca altissima, era la prima volta per me. Guardavo tutto con grandissima meraviglia e non riuscivo a chiudere la bocca tenendo gli occhi sbarrati. Il giorno dopo mi fecero indossare un vestitino bellissimo che ancora ricordo, sembravo una di quelle bambole viste nella stanza dei giochi il giorno prima, magari anche loro erano state bambine come me. Stavo a sedere e accanto c’era la signora con un vestito elegante, da gran dama. Suonarono ed un suo amico andò ad aprire. Sulla porta c’erano un uomo e una donna che si tenevano per mano, lei faceva grandi smorfie e sorrisi mentre mi guardava, lui era più serio e un po’ mi faceva paura. Andai via con loro, non ricordo cosa mi dissero, ma la donna cominciò a parlare e parlare mentre mi allontanavo da quella bella casa in una macchina tutta gialla. Avevo sempre visto gli aerei in cielo e non sapevo fossero così grandi. Avevo paura mentre salivamo, ma non dissi nulla, non piansi. Le nuvole erano sotto di noi, poi vidi il mare, grande, grandissimo ed il paesaggio cambiava di continuo. Passò tanto tempo e mi addormentai. Al mio risveglio ero in un letto vero, tutto profumato e avevo addosso un vestitino leggero leggero, ma non avevo freddo. Piansi e subito venne la donna. Ricordo di quella casa che piangevo sempre, volevo tornare dalla mia mamma. Con il passare del tempo sentivo l’uomo e la donna litigare sempre più spesso ed in maniera via via più forte fin quando un giorno la porta sbatté violentemente. Avevo paura e restai in un angolino della mia stanza a piangere. Non rividi più l’uomo e dopo qualche giorno la signora mi portò in un posto dove c’erano tanti altri bambini: l’orfanotrofio. Sono stata lì per tre anni e mi hanno fatto delle cose brutte.
Avevo otto anni quando dall’Italia vennero a prendermi Alberto e Michela. Li avevo conosciuti qualche mese prima, mi avevano portato tanti regali ed erano rimasti con me per un po’ di tempo. Poi sono ripartiti per l’Italia promettendomi di ritornare. E così hanno fatto. All’inizio era tutto bellissimo. Avevo un fratellino della mia stessa età, ed un altro nella pancia della mia nuova mamma. Andavo a scuola, giocavo e tutti mi riempivano di sorrisi. Poi nacque Marco e nessuno voleva più giocare con me e io mi arrabbiavo. Tutti mi brontolavano e spesso Alberto e Michela mi portavano in bagno e mi picchiavano dicendomi che ero una bambina ribelle. Sono stata con loro tre anni fino a quando non mi hanno mandato via perché ero cattiva e stupida.
Dopo di loro ho trovato Riccardo e Roberta, la mia nuova famiglia, ora sono serena e ringrazio Dio per quello che ho ricevuto. Ho sofferto tanto, ma tutto questo fa parte del passato ormai. Penso spesso alla mia mamma, vorrei rivederla, domandarle perché ha lasciato che la signora in divisa mi portasse via da lei. Oggi sono felice, ho un fidanzatino, a scuola non ho buoni voti ma tutti mi vogliono bene e con il mio babbo e la mia mamma facciamo tante cose. A volte mi brontolano, ma lo fanno per me, per farmi crescere“.

Tratto da “La montagna dell’affido”, raccolta di ‘storie vere’, vincitrice del primo premio assoluto nel concorso nazionale “Scriviamo insieme”

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