Una spirale che si stringe

Tutti noi camici bianchi abbiamo un reparto che non reggiamo. Il mio è pediatria.
Nell’immaginario comune pediatria è un reparto affascinante e ameno, dove si sorride e si gioca con i bambini, tutto colorato e con i disegni sui muri, i palloncini e i clown. Purtroppo, questo è vero solo in parte. 
I bambini sono la nostra felicità, la nostra gioia, la nostra speranza che la vita vada avanti, nonostante le cose sgradevoli con le quali siamo costretti a confrontarci ogni giorno. Basta vedere i singhiozzi dei genitori in sala parto davanti al miracolo della vita per capire quanta speranza riponiamo in quei corpicini. Così è facile dimenticarsi dell’altra faccia della medaglia.

Nella realtà, pediatria è il reparto più triste di tutto l’ospedale, batte indiscutibilmente persino rianimazione, perché in rianimazione, generalmente, l’età media è più alta. Poi esiste rianimazione pediatrica, ma questa è un’altra storia.
Ci avete mai fatto caso che non esiste la parola per definire la morte di un figlio? Esiste la parola orfano, ma non il contrario. E vi siete mai chiesti il perché? No, la risposta non è “perché è naturale che un padre o una madre muoiano prima dei loro figli.” Mi piacerebbe fosse questa la motivazione. Non esiste questa parola perché, per una volontà autoconservativa, ci piace dimenticare che i bambini e i giovani muoiono, a volte anche più degli adulti.

La vita è una spirale che si stringe e gli ottantenni sono una minoranza. Chi di noi arriverà a 80 anni? Quanti della nostra classe del liceo? I bambini muoiono e io non lo reggo. Non riesco a guardare in faccia malati che hanno meno della mia età, non riesco a pensare che un bambino possa avere un tumore e contemporaneamente una encefalite e che non compirà nove anni l’anno prossimo.
Per fare il pediatra ci vuole coraggio e ci vuole stomaco. Poi ci vogliono tantissime altre qualità, come quella di gestire l’ansia del genitore che non vuole sentirsi dire che perderà il figlio o che il suo bambino sta male e avrà dolore, la capacità di visitare prima un palloncino a forma di cane e l’orsacchiotto di nome Poldo, e poi forse il tuo piccolo paziente si deciderà a spalancare la bocca per farti vedere la gola, ma guai se prima non gli fai una pernacchia o una smorfia. 
Pediatria per me è stato il tirocinio peggiore, non l’ho retto. Non sono riuscita a completarlo, dovrò trovare la forza di riprovarci quest’anno. Sono andata solo due giorni, poi mi sono stesa sul divano per altri cinque, con una coperta fino al mento, dicendo a tutti “ho l’influenza”, ma non era vero. Ero ammalata di dolore per tutti quei visi e quegli occhietti tondi, per la fragilità di quei corpicini, e mi sono fatta tante domande e tutte iniziavano con “Perché.” Inutile dirvi che la risposta è stata quella di alzarmi e smettere di cercare risposte semplici a quesiti impossibili.

Jala ha 8 anni e non camminerà più. La scorsa estate è andata a trovare i nonni in Senegal e si è ammalata di tubercolosi. Nessuno se ne è accorto, dopotutto la tubercolosi è una malattia infima, dà una sintomatologia scarsissima. Non è vero che si tossisce sangue così facilmente come ci fanno vedere nei film. Si può avere qualche linea di febbre, un po’ di tosse, si perde peso. Nel frattempo il batterio continua la sua opera. Jala ha avuto una complicanza della malattia che in Italia è diventata assai rara e si chiama Morbo di Pott. Il bacillo di Koch, così amiamo chiamarlo, si localizza a livello della colonna vertebrale e provoca un cedimento delle vertebre, le vertebre cedono e comprimono il midollo spinale. Il risultato è che Jala ha perso l’uso delle gambe e delle braccia, è paraplegica in un letto, ha un gesso che le parte dal collo e le arriva alla punta dei piedi. Può muovere gli occhi e parlare e poi nient’altro. Stanno cercando di vedere se con l’ingessatura potrà recuperare l’utilizzo degli arti superiori, ma non si hanno certezze. Il suo papà non si allontana neanche un attimo da lei.
E’ diventata disabile senza neanche avere il tempo di rendersene conto, prima camminava, il giorno dopo non più e così quelli che verranno.

Accanto a Jala, c’è una bambina che dice di avere mal di pancia. I medici mi hanno spiegato che non ha nulla, ha male alla pancia perché i suoi stanno divorziando e lei non vuole, fa i capricci. Urla e strilla contro la babysitter, strilla da spaccare i timpani. E Jala non fiata, non dice una parola, non un lamento. Mi sono sempre chiesta come facciano certi bambini a non piangere, a possedere quella compostezza che noi adulti non saremmo capaci di avere.
Jala guarda il soffitto e non dice una parola, ha la schiena spezzata in due e non ci sono lacrime o urla sufficienti.  

Pubblicato nella Raccontandosi | 1 risposta
Bianca Granozzi

A proposito di Bianca Granozzi

Sono quasi medico, all'ultimo anno di questo tunnel infinito che dura sei anni. Ho incontrato tante persone fino ad ora e chissà quante ne incontrerò. Molte di loro hanno lasciato un segno e quando mi è stato chiesto di scrivere, ho colto l'occasione per rendere vivi quegli incontri, tra me, dentro il camice bianco, e gli occhi di chi chiede aiuto. Ho imparato che la maggior parte delle malattie non hanno una terapia risolutiva. Questo può essere frustrante, ma non è questo il punto. Come direbbe Patch Adams: "Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l'esito di una terapia". Dopotutto, la cura sorge solo quando l'esistenza di qualcuno ha importanza per me. Comincio allora a dedicarmi a quella persona, mi dispongo a divenire partecipe del suo destino e delle sue sofferenze.

Un commento riguardo “Una spirale che si stringe

  1. Bruno Cavallaro

    io il tirocinio in ospedale l’ho fatto come infermiere e mi ci ritrovo pienamente, pur non avendo visto la pediatria. Grazie per la condivisione

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