Tac

Non sono sicura di poter definire il silenzio una nostra caratteristica familiare, da parte di padre almeno, soprattutto se si pensa ad una famiglia che, quando ero piccola, contava più di una dozzina di nipoti. Un numero che nessuno poteva immaginare fosse destinato ad aumentare, eppure…. Ad ogni modo, in mezzo a tutto quel rumore si distingueva mio nonno paterno. I suoi occhi erano belli ma spesso stanchi, lo ricordo affrontare tutto sempre silenziosamente, persino la malattia, persino le cose che avrebbero richiesto parole e forse urla. Andava da solo a fare la terapia,  prendeva l’autobus nelle giornate estive siciliane, calde e afose, dove sudi anche durante la doccia e fuori non riesci a respirare “picchì s’accupa”. Prendeva quell’autobus accompagnato unicamente dal suo silenzio e insieme a lui ritornava. Ho pochissime foto di nonno Pippo, in una teneva tra le sue braccia grandi e forti me e mia sorella ancora molto piccole: noi dormivamo e lui rideva. 

Ogni tanto un pensiero di fretta mi riporta sulla soglia della grande casa dove vivevano in tanti della famiglia, e lo rivedo seduto sul tavolo rotondo ad occupare il suo tempo facendo un puzzle. Analizzava i pezzi e pazientemente li suddivideva in delle ciotole di plastica, quelle che si usano per conservare i cibi. Il suo ultimo puzzle era composto di circa 2000 pezzi, e raffigurava dei bellissimi cavalli bianchi che correvano in riva al mare. Io non ho mai fatto molti puzzle, sicuramente per la poca pazienza. Anche l’aspettare non è mai stata una cosa che mi riuscisse bene, non mi riesce bene neanche adesso. Se, ad esempio, inizio a litigare col mio fidanzato e all’una di notte non abbiamo ancora finito, preferisco intervallare le urla ad immensi sbadigli anziché rimandare alla mattina come tutte le persone mature. Che poi si sa che il sonno fa dire cose che quasi sicuramente si dimenticheranno, ed è vitale che questo non accada se si vuole avere ragione.

Quello che dei puzzle mi piaceva di più era il rumore che faceva il pezzo quando veniva posizionato nel punto giusto, TAC. Il tac può indicare qualcosa che scatta, che si rompe, qualcosa che si adatta o qualcosa che è. Il rumore dell’essere secondo me è proprio tac. La ricerca del mio tac rispecchia la mia poca pazienza. E’ una ricerca affannosa, impaziente appunto e che in modo alternato si dimostra particolarmente difficile, oltretutto quello stupido del mio essere non esiste neanche tra i Pokemon, cosa che non fa che dimostrare ulteriormente l’inutilità di PokemonGo.  Mi capita però  di sentirlo quel tac, per esempio quando chiudo gli occhi e immagino di ballare, una cosa stranissima perché da sana non ballavo quasi mai e quando lo facevo non si rivelava mai una buona idea.

Ad ogni modo adesso lo faccio: chiudo la porta della stanza in cui mi trovo, metto la musica, chiudo gli occhi e ballo. Il mio corpo si muove come adesso non riesce più a fare e la cosa meravigliosa (almeno per me) è il sentire le stesse sensazioni ed emozioni che sentirei se stessi ballando davvero. Immagino di essere con un ballerino molto attraente che accompagna i miei movimenti con dei movimenti più sexy dei miei, e che risponde al mio sguardo con uno sguardo che grazie al cielo non è ridicolo come il mio. Oppure immagino di ballare con qualcuno che nella realtà ha il corpo “tonto” come il mio, ma che ballava più di me, meglio di me e che, sicuramente, “attraccava” molto di più. Ci sono persone che ci guardano, amici e parenti, e noi siamo lì a fare sfoggio di movimenti di cui ci siamo riappropriate ballando in una crew  piena di danzatori, anche questi, estremamente attraenti. Lo facciamo ridendo e dando il benvenuto ai momenti che abbiamo perso, a nuove parole che sostituiranno i “come stai?” di cui sappiamo troppo spesso la risposta, e solo guardandoci decidiamo che alla fine andremo ad ubriacarci e chi si è visto si è visto. I tac non si riescono a contare, sono sono e sono, i respiri sono leggeri e profondi, e le paure non esistono più. Non dirò cosa succede dopo, quando la musica finisce e gli occhi si aprono, non serve. Continuerò ad ammirare i miei tentativi di cercare i tac, come mio nonno che magari, come me, ad ogni tac riusciva ad essere, e ad ogni tac tirava fuori dei sorrisi piccoli piccoli e silenziosi, che poi di solito sono quelli che fanno più rumore.

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Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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