Siamo i portatori di cattive notizie

Iniziamo sempre il turno in ospedale indossando il camice. Con questi semplici gesti, abbandoniamo la nostra vita fuori dal reparto, spogliandoci del nostro essere persone come tutte le altre per diventare medici.
Fuori dall’ospedale possiamo essere qualsiasi cosa, dentro l’abito bianco dobbiamo recitare una parte. Ci vuole forza, tanta, più di quanto si possa immaginare, più di quella che si vede nei telefilm. Non è un gioco, non è Grey’s Anatomy, qui si parla di vita vera, di persone che muoiono, che si ammalano, che urlano il proprio dolore o che smettono di parlare, chiudendosi nel silenzio della loro malattia, dove noi, noi sani non possiamo entrare.

“Carcinoma anaplastico quarto stadio”. Siamo medici, dovremmo rimanere impassibili leggendo questa diagnosi?.
Dobbiamo perché non è un nostro diritto stare male, noi stiamo facendo del male. Comunicando al paziente che probabilmente gli resterà poco tempo o che non avrà più la stessa vita di prima, lo stiamo ferendo e uccidendo.
Siamo dei bianchi uccelli del malaugurio, che in poche frasi distruggono la vita delle persone. Vediamo i loro occhi riempirsi di lacrime e la loro bocca aprirsi un poco in segno di sorpresa. Siamo lì, davanti al dolore che procuriamo, pronti a rispondere alle domande che ci faranno, sempre le stesse “Ma dottoressa è sicura che non si può fare nulla? Cosa sono le cure palliative? Mia madre un mese fa stava benissimo, come è possibile che abbia il cancro? Ma di cancro si può guarire?”.
Ci bombardano, ci chiedono di fornire loro delle speranze, di non toglierle del tutto. E noi lì, assorbiamo il dolore di quelle lacrime o di quei silenzi increduli, riempiamo lo spazio tra la nostra pelle e il camice bianco, soffochiamo a volte. Distruggiamo la vita delle persone.

SLA, Distrofia muscolare di Duchenne, Morbo di Alzheimer, Ganglioblastoma,Corea di Huntington.
Sappiamo il decorso della maggior parte delle malattie che diagnostichiamo, immaginiamo quanti anni o mesi vivrà la persona che abbiamo davanti, conosciamo la prognosi e sappiamo chi probabilmente morirà in un letto di insufficienza respiratoria. Conosciamo il peso delle notizie che diamo e dobbiamo sorreggerlo, dobbiamo rimanere sorridenti quando serve, stringere la mano, incoraggiare chi abbiamo davanti, anche se noi al posto loro coraggio non ne avremmo.
Siamo i portatori di cattive notizie, siamo coloro che verranno ricordati dal paziente con angoscia, non siamo gli eroi dei telefilm, siamo persone che recitano la loro parte finché riescono e al meglio che riescono. Siamo esseri umani che non possono permettersi di stare troppo male per le notizie che danno o tanto vale fare qualcos’altro. Non abbiamo questo lusso perché i malati non siamo noi, noi siamo quelli che cercano la terapia. I pazienti ripongono in noi le speranze, anche quando non ci sono.

Poi il turno finisce, togliamo il camice, torniamo a casa e scoppiamo in lacrime davanti alla tazza di tè.
Lì a casa nostra possiamo essere chi vogliamo, lì possiamo ricordare per qualche minuto il gorgoglio delle persone che annaspano nel tentativo di risucchiare l’aria che non arriva ai polmoni, le urla dei genitori del ragazzo con il linfoma della stanza 26, gli occhi di chi non potrà più camminare. 
Lì ci concediamo solo qualche minuto di debolezza, poi torniamo quelli di sempre, tanto il camice bianco è piegato nello zaino.

Bianca Granozzi

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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