Senza il bisogno di fili e catene

Mi ritrovai per la prima volta faccia a faccia con una psicologa circa sette anni fa. Quel giorno di primavera camminavo in una delle strade principali di Catania con in tasca una buona dose di convinzione, che credevo fosse l’unica cosa che servisse. Non era così, la dottoressa non mi sorrise neanche una volta, sembrava più triste di me, più arrabbiata e fragile di me e non ritenne avessi bisogno di lei. Mi sbatté in faccia i miei traumi infantili, per altro suggeritele da me, e mi disse di richiamarla se pensavo di volere un altro appuntamento. Lasciai stare per un po’, fin quando non arrivò la malattia. Le dottoresse che conobbi dopo furono persino peggio. Qualcosa però l’avevo scoperta e potei conservarla fino all’incontro col mio psicologo attuale, che ebbe su di me lo stesso effetto dell’aria condizionata in una domenica pomeriggio di agosto, in Sicilia.

Ricordo particolarmente bene la seconda psicologa: ritardava sempre la mia seduta per poter chiacchierare con le colleghe, e si puliva l’orecchio durante i miei racconti con una disinvoltura da fare invidia e facendosi un po’ beffa del momento spesso triste. Io, per non essere da meno, pur ripetendomi ogni volta che quella sarebbe stata l’ultima, continuavo con la medesima disinvoltura ad andare alle sedute. Una volta mi chiese di scrivere una lettera spiegando tutto quello che avevo imparato. Scrissi solo una pagina (senza fare menzione dell’orecchio) e la conclusi con un “chi vuole davvero resta, sempre”. Lo avevo capito da sola, osservando chi aveva scelto di non andare e chi non aveva avuto neanche il bisogno di pensarci. Guardavo chi continuava a sentirsi nel posto giusto, chi non aveva vacillato e chi aveva pensato che il modo migliore per smettere di vacillare fosse restare semplicemente dov’era. 
Ero stata brava, ma i sensi di colpa rimanevano lì, perché chi se n’era andato forse lo aveva fatto anche un po’ a causa mia. Stavo cambiando e non avevo potuto farci niente. Fingere che nulla avesse sconvolto la mia vita non era bastato, anzi, mi aveva soltanto confuso. Mi aveva fatto credere di non avere il diritto di soffrire, di lamentarmi o di pensare che tutto…ogni cosa… non fosse giusta manco per niente. Non sentivo rabbia e, una giustificazione sufficiente ad anestetizzare il dolore, l’ho sempre trovata. Ho fatto finta di non essermi mai sentita abbandonata, di non star rivivendo qualcosa che avevo già vissuto da piccola. Ho fatto finta che non ci fossero di nuovo quelle paure: le stesse paure da bimba che adesso scoppiavano dentro un corpo da grande.  Mi sforzavo di credere che non era successo anche a me quello che era successo ad altri, che fosse solo un caso, che ci si allontana perché la vita va così: le strade si dividono e le porte si chiudono. Avevo ripreso a chiedere amore. Chiedevo e poi mi scusavo per aver chiesto. Ricordo ancora l’ora, il luogo e gli abiti che indossavo ogni volta in cui l’ho fatto. Ricordo che continuavo solo a sentirmi stanca e con un bisogno di accettazione sempre più grande, mentre invece speravo che la mie richieste mi restituissero una me stessa un po’ più normale, più meritevole, più rispondente a quello che gli altri volevano che fossi, e forse, anche un po’ più la Valeria di prima.
 
Dopo tanto tempo vorrei poter scrivere che è scomparsa del tutto la voglia di sentirsi giusti, accettati, e perfetti. Invece no,  rimane sempre un po’, quella strana sensazione di voler cedere al bisogno e chiedere, trasformarsi, o adattarsi a chi non riesce ad adattarsi. Oppure nascondersi e nascondere, per non diventare peso e rimanere sola, per fare in modo che chi vuole restare..resti, anche se legato con i fili della mia accondiscendenza, e le catene di scuse e sensi di colpa che, almeno questi, non sono più i miei ma i loro.  Ascolto parzialmente la sensazione, quanto basta per chiedere solo a me stessa l’accettazione e l’amore di cui ho bisogno, e sperare poi che basti. In fin dei conti, chi può farlo, a volte chiede alla vita solo quello che si sente in grado di sostenere e sopportare e chi può scegliere è giusto che scelga, perché tanto chi lo vuole davvero, resta… dirà no ai fili e alle catene, e anche se spaventato si lascerà modellare dalla diversità e dai cambiamenti, sapendo che la paga migliore per la scelta che ha fatto sarà la persona che è stato in grado di diventare.

Pubblicato nella Elly&Valy | 2 risposte
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

2 thoughts on “Senza il bisogno di fili e catene

  1. Caterina

    Ciao Valeria. Sono Caterina una malata rara.. sindrome di Tarlov. Molto dolore neurogeno dalla cintola in giù. Mi piace la forza di ciò che esprimi con la tua scrittura. Sono una psicologa, lavoro meno ma lavoro, almeno per ora. Ammiro l’autonomia del tuo essere. Come x te la mia malattia è degenerativa . Diversamente da te sono molto spaventata, intuisco che possa attendermi un inferno peggiore. Ogni tanto scrivo . Ogni tanto progetto, poi come nel vapore si dissolve qualunque cosa.
    Tener ferma la mia mente è un esercizio che devo fare spesso. Sembrero’ infantile ma che cazzo di senso ha un enorme dolore intrattabile gettato su un solo corpo?

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    • Valeria PaceValeria Pace Autore dell'articolo

      Ciao Caterina. Non sembri infantile, è una domanda che mi porrei anche io. La risposta forse non c’è. Non credo di essere meno spaventata di te, sono terrorizzata. Se penso a quello che potrebbe accadermi o se penso a tutto quello che sulla malattia ancora non si sa, la paura ha la meglio. Per provare a vincerla in qualche modo, per metterle il silenziatore ho iniziato a scrivere. Sembra funzionare quando le dita picchiettano sulla tastiera, a volte funziona anche quando picchiettano faticosamente. Continua a scrivere. Scrivi del dolore che provi, di quello fisico e quello mentale. Scrivi dei giorni in cui va meglio, di cosa ti succede quando va meglio. Continua a lavorare fino a quando puoi, è bellissimo il fatto che tu non ti arrenda. Trova le alternative per continuare ad essere quello che sei, per continuare a progettare. E’ faticoso, io faccio fatica ogni volta e non sempre va a buon fine, ma tu continua. Continua sempre.
      Un abbraccio
      Valeria

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