Se l’anima fosse un frigorifero

A chi di noi non è mai capitato di ritrovarsi davanti al proprio frigorifero, sbirciare qua e là senza sapere bene cosa cercare, di cosa aver voglia e di finire per richiuderlo con un nulla di fatto?
Una situazione conosciuta e sperimentata forse da tutti, spesso in un momento di noia. Ecco, la semplicità di questo gesto, con tutte le sue intrinseche insensate contraddizioni rispecchia alla perfezione la posizione da me assunta in questo periodo nei confronti della mia anima.
Sembra folle, lo so, ma a volte sento davvero il bisogno di estraniarmi perfino da me stessa e l’unico modo attraverso cui riesco a guardarmi dentro nella maniera più distaccata possibile è proprio l’immaginare di essere altro, e con altro intendo qualcosa di inanimato, estraneo ai sentimenti, perché quelli è risaputo complicano sempre tutto.
So di dover far ordine, è di vitale importanza, ma prima di ogni altra cosa sono consapevole quanto sia necessaria un’accurata pulizia, ed è forse per questo che ogni volta che sbirciavo qua e là dentro di me sono rimasta immobile.
C’è troppo da buttar via, l’odore cattivo delle cose andate a male è diventato davvero insopportabile e la puzza non posso proprio più ignorarla. Lo sporco va lavato!
Così, fedele al vecchio detto “i panni sporchi van lavati in casa”, mi arrendo all’evidenza, resistendo all’impeto di rinunciare all’ardua impresa.
Idealmente mi servirebbe dell’acqua, appena tiepida così che le mie mani possano sopportarne il calore, una spugnetta e un detergente non troppo aggressivo, anche se so già che presto una delle altre me potrebbe rivendicare il suo potere. Ebbene io non desisterò, questa volta andrò fino in fondo.

Inutile precisare quanto sia difficile per me portare a termine tale compito. Serve forza, ed anche una particolare attenzione verso tutto ciò che potrebbe comportare una di quelle mie reazioni avverse ad un odore, al calore, alla fatica. Un movimento sbagliato poi mi costerebbe una lussazione, per non pensare al turbamento di un già suscettibile battito cardico, basta poco, ma che dico, un non nulla, perchè lui, il mio fedele cuoricino, si lanci in una folla corsa. E badate bene, tutto questo solo per un pò di pulizia, figurarsi se parlissimo di anima e sentimenti! Ma è proprio di questo che sto parlando: l’acqua tiepida è, o dovrebbe essere, il calore di un abbraccio, la spugnetta poi lascia il posto ad una salda stretta di mano, di quelle che ti danno la certezza di non esser più sola, di avere qualcuno accanto a te. Ah quasi dimenticavo, il detergente non troppo aggressivo, sì insomma ci siamo capiti, è quel detto che ti lascia a bocca aperta, come fosse uno schiaffo in pieno viso, le parole, quelle dure ma vere, quelle che tirano fuori tutto il male ma che poi lasciano speranza.
È difficile sapete immaginare di essere altro e rendersi conto che infondo quel bisogno di pulizia non è poi così lontano dalla concretezza di un gesto che mai accosteresti ad un persona, o peggio ai tuoi sentimenti, ma se anche esterefatta da tale rilevazione, riuscire ad immaginare la mia anima come fosse un frigorifero mi permette di vedere tutto dalla giusta prospettiva, la prospettiva necessaria!

Un bel sacco nero e via tutto ciò che di non necessario appesantisce la mia vita, rapporti logori e marci dentro, via il dolore gratuito e ingiusto, quello che con un pizzico di sano amor proprio puoi davvero allontare da te per sempre, via ogni barattolo colmo di false promesse, di falsi ricordi e vergognosi arrivismi. Lo so, è triste pensare ad un rapporto come avesse una data di scadenza, ma non vi è nulla di idilliaco nel constatare di essere stati usati, di essere stati un tramite, il bastone a sostegno di paure e paronie, per poi esser gettati via. Così oggi credo di aver la licenza di immaginare e paragonare tale legame ad una confezione di gorgonzola scaduta e andata male. Il suo puzzo è insopportabile e la muffa che lo ricopre non lascia possibilità alcuna. Via, giù in fondo al sacco! E senza rimorsi!
E sempre senza rimorso mi armo di pazienza e scrosto ogni ripiano, ogni angolo. Acqua tiepida su vecchie ferite. Ero così distratta, così assuefatta dal tutto, da quel troppo, che non riuscivo a comprendere, tanto da non accorgermi che tutto era già sanato, guarito. Il tempo per l’ennesima volta era corso silenziosamente in mio aiuto.

Le cicatrici restano, come il segno sul ripiano in basso a sinistra a ricordarti di quella bottiglia che ti era accidentalmente caduta, ma non vi è nulla di rotto, solo un segno.
E di segni ne ho tanti dentro, talmenti tanti che a volerli guardare tutti mi sembra di impazzire, o forse no, infondo è il mio puzzle, il mio quadro d’insieme.
Io amo il mio capolavoro, amo la mia tela e dipengerla è il mio compito, non devo strapparla.
Ora c’è spazio, c’è di nuovo spazio nel mio frigorifero, ed è pulito. Posso tornare a riempirlo di cose buone, di materie prime. Ma l’opera non è conclusa, devo sbrinare un pò il freezer. È un duro lavoro, forse quello più impegnativo. Lì ci sono le scorte, c’è il gelato e il caffè freddo. Non posso lasciare che vadano persi perché la credenza potrebbe svuotarsi un pò troppo in fretta e io non voglio ritrovarmi di nuovo immobile senza saper di cosa ho voglia.
E di voglia ne ho tanta, e so che ne avrò ancora e ancora, e so anche che tornerò a fare spazio, a fare ordine e a gettar via quanto andato a male, tutto ciò che si sarà perso, forse anche solo per distrazione.
E chissà forse resterò di nuovo immobile aprendo la sua anta, e sbirciando qua e là non saprò di nuovo cosa scegliere, ma ho imparato ormai.

E ho imparato quando un giorno di tanti anni fa aprendo un’altra credenza, in un’altra stanza ho sperimentato dolori che non possono essere guariti, con i quali devi convivere, dai quali fuggire a volte, e altre invece che devi solo abbracciare.
C’è una stanza poi, nella grande stanza della mia vita, che sarà mia per sempre e che racconta una storia che mi ha insegnato a vivere, che mi ha insegnato a lottare, che mi ha permesso di lavare via quanto di non necessario logorava la mia vita. Quella stanza è la mia disabilità e a quella stanza io devo tutta la mia vita.
Ma questa è un’altra storia, un’altro viaggio nell’immaginarmi altro da me.. ..

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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