Quello che resta

Ricordo di non essere mai stata una persona spaventata dal cambiamento, ho imparato sin da piccola che anche il per sempre finisce.
Mi sono abituata alla fine, così ogni tanto, riesce persino a darmi una strana sicurezza. Conosco me stessa di fronte ad essa e so di poterla  affrontare. La ricerco e pragmaticamente ho fatto di lei la mia normalità.
Fin quando non è arrivata la malattia almeno.
Il modo di percepirla era stravagante, sentivo piccoli passi colpire il mio corpo. Li sentivo percorrermi senza un ordine, sbandare, e bruciarmi dentro, come fosse arrivato un esercito a distruggermi appiccando incendi millimetro dopo millimetro.
Sapevo che non c’era nulla di naturale in quello che mi stava accadendo, non rientrava nell’insieme di cose che reputavo normali, segnava e segna ogni giorno la fine, ma di una piccola parte di ciò che custodisce me stessa, senza che io possa reagire se non alimentando i sensi su cui lei non ha il controllo.
Ancora adesso non riesco a guardarla in modo freddo, io la guardo e vorrei fuggire. Scappare da quei passi che martellano le pareti del mio corpo senza un minimo di sensibilità per una cosa che è di mia proprietà e non loro.
Dovrei e vorrei usare i tempi al passato, mi renderebbe forse più coraggiosa agli occhi di chi legge e ai miei, che a dispetto della loro grandezza quando si tratta di me non vedono molto, ma uno dei miei tanti difetti è non smettere di vedere i miei limiti, e lei è uno di questi.

La sua presenza riesce a rendermi irriconoscibile, mi dimeno come a voler scacciare un insetto che mi cammina addosso, che cammina e punge, lancio urla mute che si irradiano dai piedi al volto. La odio e la guardo con diffidenza.
Odio la sua inevitabile trasformazione, odio  le mie emozioni amplificate in modo incontrollato e rese incontrollabili. Odio la confusione che lascia dentro il mio essere. Odio il sentirmi niente, e il potere che ha di fare di me quello che vuole, come fossi la sua schiava preferita.
Odio i miei vani tentativi di fuggire, il suo farmi inciampare per poi afferrare il mio collo e guardarmi soffocare in mezzo alla paura, alla rabbia e alla malinconia, e una volta sopra di me, dover sopportare il suo freddo bacio beffeggiarsi della mia ennesima perdita.

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Un modo crudele di vivermi il suo, un modo crudele di voler rimanere per sempre mia.
Lei, il mio persecutore e il mio eroe. La mano che mi spinge dal burrone e quella che mi afferra per non farmi precipitare.
Un violento risveglio, un urlo dentro il più bello dei sogni, una doccia ghiacciata che ti spinge a trovare riparo dal più freddo degli inverni.
Così mentre sta li a prendersi gioco di me, a promettermi che tutto quello che ho sarà suo, i miei piedi, le mie gambe, la mia schiena, le mie braccia, le mie mani, il mio collo, mentre come un vampiro si porta via la mia mobilità e con essa la volontà di agire, divento grida. Le mie grida diventano corpi, corpi forti e ribelli, che l’afferrano come fosse niente scaraventandola contro il muro.

Occhi negli occhi, il mio nuovo per sempre davanti a me. Immobile ormai contro la mia anima più pesante della sua cattiveria. 
Pezzi di un cuore frantumato incollati dalla scelta di resistere per esistere.
“Svegliati” urla, “mi hai reso persona adesso combattimi, fammi vedere se sei abbastanza forte”.
Lotto contro l’odore di sconfitta che riesce ad emanare, che tenta di stordirmi, di convincermi di un passato da bruciare, ricordi da dimenticare, e un futuro bugiardo.
“Cosa ci faccio qui?” mi chiede “Pensavi di vincermi ma hai abbassato lo sguardo, sentivi che stavo distruggendoti e hai preferito nasconderti come il peggiore tra i codardi, diventando la mia linfa”.
Prova ad insinuarsi nella mia mente, facendo dell’ odio che provo le mie stesse catene. Mi fissa sperando di vedermi crollare. E lo sento di nuovo il corpo bruciare.
“Non sei lei, e lei non è il tuo corpo, Muoviti!” dico a me stessa. Così altre grida a tenerla ancorata a quel muro, e a ricoprire quegli inutili passi, io sempre più vicino lei, occhi negli occhi, la guardo, “Sbagli, quello che resterà per sempre mio è molto più di quello che è ormai per sempre tuo!” 

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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