Il poco che conta davvero

Serve una lista? È necessario stilare un perfetto decalogo di tutto il dolore che può riuscire a spazzare via ogni briciolo di normalità, o serve un puntuale elenco di ogni sintomo che dell’essere malati è la prova? O forse è preferibile un papello trito di lacrime, piagnistei e magari condito del peggior vittimismo a cui spesso proprio chi sano ricorre? Cosa cazzo serve? Non tanto per esser compresi ma per riuscire a zittire, per mettere a tacere parole piene di giudizi, per guadagnare un pò di quel rispetto che si deve al dolore? Me lo chiedo, e questa volta alle mie parole non seguirà nessun moto di speranza, non mi sforzerò di addolcirle. La malattia non ti lascia altra scelta se non quella di accettarla, di renderne tuoi i segni, i limiti, di fronteggiarne il decorso, ma la cattiveria, l’egoismo, quel senso di ingiustificata superiorità che chi sano dimostra e riserva a chi diversamente abile perchè accettarli, o peggio giustificarli?
Ciò che fa scalpore, che incuriosisce, che spinge l’altro ad interessarsi è il retroscena, è la sofferenza nuda e cruda, il particolare che lascia sgomenti, il dietro le quinte che ti vede annientato. Ma quella lacrima che nascondi dietro ad un sorriso e quella forza che appare sovrannaturale non fanno eco, raramente raggiungono le luci della ribalta. Chi soffre, chi conosce il vero volto del dolore spesso lo nasconde, lo rende invisibile, si ostina ad esorcizzare la paura, imponendosi prospettive ben più vicine ad un’utopia che alla vera realtà. Io oggi scelgo di toglierlo questo velo, voglio ridurlo letteralmente a brandelli. Ciò che si nasconde dietro la mia forza, dietro la durezza che a volte traspare dal mio tono di voce, dietro il mio sguardo serio è il risvolto di una medaglia di cui mostro solo il lato buono, quello vincente, quello forse poco appetibile per l’insaziabile e morbosa curiosità che infetta l’anima di chi crede che basta fingere un pò di apprensione, o di falso interesse per pulirsi la coscienza. La vita mi sta urlando a chiare lettere che la posta in gioco si è alzata, mi sta chiedendo di più, ed è per questo che delle pochezza, del menefreghismo, dell’assenza di chi sceglie di non esserci per mancanza di volontà e non perchè realmente impossibilitato non me ne faccio nulla. Non voglio più considerare giuste le briciole, perché giuste non sono! Non credo di essere meritevole più degli altri di attenzioni speciali ma di quel poco non so che farne e ancor più perchè il poco, quello vero, io lo conosco ma ho scelto di esaltarlo, di renderlo unico, perchè nonostante la malattia e il dolore ho scoperto l’unicità che rende quel poco Tanto, che rende i piccoli particolari indispensabili.

Intrappolata in un tempo che a tutti appare sbagliato, con mani tremanti e ormai incapaci di tenere salda la presa, con i miei occhi stanchi e il mio colorito un pò troppo spento vorrei chiedervi: “Avete mai provato ad immaginare il dolore di un osso che SPONTANEAMENTE decide di rompersi?” “Avete mai provato il senso di impotenza che senti montarti dentro quando ti rendi conto che una piccola parola sarà in grado di sconvolgere la tua vita: A-t-r-o-f-i-a?” “Avete mai immaginato di dover scegliere tra il dover rinunciar a scrivere per sempre o tentare un intervento che nella migliore delle ipotesi ti priverà comunque di una vera stretta di mano?” “Avete mai gioito davanti ad un referto che nonostante l’iniziale decadimento del letto arterioso delle tue carotidi attesta l’assenza di una sofferenza emodinamica?” Vorrei chiedervelo perchè Io ho provato tutto questo, questo e molto altro, ma ho gioito davvero davanti a quel referto perchè ho capito di avere ancora tempo. Quel referto, come altri mille, è come un semaforo giallo ad intermittenza, del rosso però non devo preoccuparmi, il rosso non scatterà forse così presto. Ed è questo il poco a cui mi aggrappo, è questo l’unico e solo poco di cui mi accontenterò nella mia vita. A ventotto anni non dovrei essere felice di costole che si rompono ma che per fortuna lo fanno verso l’esterno, non bucando così la mia parte polmonare, non dovrei gioire dell’accertato inizio del mio decadimento arterioso, non dovrei trascorrere la maggior del tempo a riposo, non dovrei scegliere tra un caffè o una passeggiata, non dovrei ritrovarmi a piangere e ridere nello stesso tempo, non dovrei pensare al futuro come alla peggiore delle mie battaglie!

Lo percepite il peso di tutti questi “non dovrei”? Lo sentite quanto riescono ad essere ridondanti, quanto appesantiscono l’anima? Ed è esattamente ciò che fanno, ma è questo che la vita ha scelto per me adesso ed è a questo ciò a cui io devo rispondere. È di questo di cui devo preoccuparmi, senza elemosinare comprensione, senza dover dare in pasto al mondo i dettagli della mia lotta pur di essere creduta. Quei dettagli, la mia storia merita un ascolto sincero, un sentire empatico. Non è al silenzio che sa di vergogna ed intriso di colpa che dobbiamo affidare il nostro dolore, non si deve tacere o nascondere per paura di arrecare disturbo alla vita di chi ti circonda perchè è la vita di chi malato ad esser schiacciata, oppressa, dilaniata ed è a quel dolore che si deve cura. Quando arrivi a gridare al dolore di smetterla, quando ti ritrovi ad implorare la vita di fermarsi, di darti un punto dal quale ripartire non puoi far altro che stravolgere la tua prospettiva. Ed anche quando deciderà di sbatterti in faccia le vere priorità, di chiuderti all’angolo riempiendoti la faccia di pugni e di sberle, nonostante il dolore, nonostante quel tutto che è poco, che è davvero poco, ricorda che hai aria nei polmoni, hai tempo da spendere ed è un dovere morale, è un debito che devi onorare nel migliore dei modi.
È difficile anche solo immaginarlo tutto questo, è impossibile immaginare che possa accadere a te, che ogni giorno si trasformi nella somma insostenibile di quelli precedenti. A me è successo, a me accade ogni giorno e sono qui, a muso duro, denti stretti e schiena dritta.
Il tempo scorre e le probabilità si trasformano in fatti, senza preavviso, ma sono viva, e al mio fianco voglio e pretendo Verità. Un grido può perdersi nel tempo, il peso del silenzio resta e a volte, meno di quelle che vorrei, porta l’altro ad interrogarsi. E quindi, chiedo a voi, verrà mai il giorno in cui senza bisogno di parole e spiegazioni gli uomini riscopriranno il valore di un gesto, di un abbraccio, di quel poco che davvero conta? Si guarderà mai al mondo con occhi nuovi senza bisogno di nascondersi dietro la paura di chi diverso?

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *