Perpetrata Violenza. Impunito Bullismo.

Le pagine di cronaca si macchiano sempre più di notizie sconvolgenti, in un crescendo che lascia attoniti e senza parole. 
In apparenza un unico denominatore comune: la violenza. Una violenza cieca, smisurata, ai limiti dell’umana concezione. Realtà che si rifanno a vissuti complessi, radicate spesso nel silenzio dell’indifferenza, dove la morte, troppo spesso ultimo atto di questa spirale di odio profondo, sembra divenire protagonista assoluta. Atto che però si palesa tra un “prima” e un “dopo” che se solo si fosse disposti ad ascoltare, ad interrogare, a comprendere ci racconterebbe drammi carichi di dolore, vissuti connotati da soprusi, angherie, ed ancora pieni di lacrime, botte, di ferite aperte nel corpo e nell’anima. Racconti spesso taciuti per mesi, o peggio anni, che divengono autentiche prigioni, labirinti dai quali sembra impossibile uscire. Viaggi spesso senza ritorno, esperienze che sconvolgono per sempre l’esistenza di chi ne è protagonista. E anche quando la morte non arriva a macchiare e distruggere il passo di queste esistenze sconvolte il dolore, cocente e implacabile, lascia un segno indelebile. 
Ed è da questo segno indelebile che nasce la storia di cui sto per parlarvi. Una storia saltata tristemente alla ribalta che racconta il dramma di un giovanissimo bambino, non ancora adolescente, vessato, violato, picchiato e ricattato dai suoi stessi compagni di classe la cui vita risulta essere totalmente stravolta, e il cui animo è irrimediabilmente devastato. Vittima di un bullismo che non ha conosciuto pietà alcuna, dopo un lungo ricovero ospedaliero che ne accertasse la sanità fisica, è oggi dipendente in modo permanente da terapie farmacolgiche atte a garantirgli un apparente equilibrio psicofisico che possa attenuare gli effetti delle violenze subite. Un bambino sano, che immagino pieno di gioia, meraviglia e voglia di conoscere e scoprire il mondo nel suo “prima”, un bambino atterrito e schiacciato dalla paura, traumatizzato in modo permanente, reso disabile in un “dopo” che mi lascia senza parole, che non riesco a definire, che non vorrei neppur raccontare. Posso solo  tentare di immaginare il dolore, la paura, lo sgomento che hanno consumato l’animo di quella creatura, e altresì posso provare solo lontanamente ad immaginare cosa i suoi genitori hanno provato, ma non posso non chiedermi: perchè? Come è stato possibile non accorgersi in tempo di quanto stava accadendo? Ed ancora, è davvero possibile prevedere avvenimenti del genere? 
Il dramma è duplice, da un lato le vittime, dall’altro i carnefici. Cosa fare? Come riuscire a rischiarare il buio che spegne i loro cuori? Come un giorno poter perdonare? Come superare dolori così inenarrabili e ricominciare a vivere? 
Sono profondamente sconvolta da questa terribile storia, e lo sono per i connotati che ha assunto, lo sono perchè la condizione di cui ora soffre quel bimbo è stato certificata essere una disabilità permanente, ma lo sono ancora di più perchè i suoi carnefici non riceveranno punizione alcuna. Sì, avete capito bene, perchè la legge non prevede pene detentive, o condanne per minori al di sotto dei 14 anni, questa l’eta cosidetta della ragione. Quindi, troppo piccoli per esser puniti, ma non troppo per devastare la vita e la mente di un loro coetaneo, tanto da renderlo disabile. La Procura dei Minori ha richiesto l’archiviazione del caso, non sussite il luogo a procedere perchè la legge non lo prevede. Non avendo ancora la ragion sufficiente in termini di età si pensa che non vi è stata volontà, e ancor più non vi è stato raziocinio e consapevolezza nelle azioni che perpetravano. Un pensiero però che porta a chiedersi: non sarebbe sufficiente studiare le dinamiche stesse dei fatti per comprendere che invece hanno agito con premeditazione, in coscienza, consapevoli che quanto stavano commettendo era qualcosa di sbagliato? Dovete sapere infatti che le vessazioni si sono protratte per mesi, che non erano dirette solo alla vittima, ma coinvolgevano spesso anche un altro compagno, le violenze, quelle fisiche, erano commesse in luoghi nascosti, e durante le stesse un altro compagno si metteva a guardia per accertarsi di non esser scoperti. Come si può anche solo ipotizzare che non vi era consapevolezza, o ancor di più come si può credere che non vi fosse volontà di fare del male, di infliggere dolore?
I racconti dei genitori del piccolo lasciano davvero sgomenti. Il bambino ha iniziato a manifestare un malessere profondo fino ad arrivare a svenire, ad essere incapace di esprimersi e di raccontare quanto aveva subito. Si apprende che alle dimissioni gli specialisti non possono che confermare l’ipotesi di uno o più eventi traumatici, violenti e scioccanti al punto da alterare drasticamente il suo equilibrio psicofisico, da ricollegare senza dubbio all’ambiente scolastico.
Una storia drammatica, che lascia numerosi interrogativi, che toglie le parole, che chiede una riflessione ponderata e ancor più che pretende giustizia. 
La procura assicura che le indagini stanno proseguendo per accertare la portata della violenza perpetrata, le motivazioni che l’hanno generata, assicurando inoltre che non rinuncerà a dare il suo contributo affinchè i ragazzi comprendano, attraverso la rieducazione e la sensibilizzazione quanto terribili e sbagliate siano state le azioni commesse. Trovo inconcepibile però, nonostante la tenera età, si sta parlando infatti di bambini di appena 11 anni, che non vi saranno punizioni. 
Il prima è un tempo per il quale davvero non si può far nulla, è accaduto, è il passato, folle e sconcertante, ma passato, è il dopo che chiede attenzione, che chiede una riflessione che vada al di là di quanto la legge sembra imporre. È’ nel dopo che risiede una speranza. È’ nel dopo che si può tornare a vivere. E in questo apparente “non sono stato io”, spero che lo Stato diventi quel Io capace di affiancare, proteggere, prevenire, sensibilizzare, punire e rieducare ogni suo figlio, secondo coscienza e secondo giustizia, ognuno con il proprio dolore, che sia carnefice, ma ancor più se vittima.

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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