Molto più di 1.5

Alle superiori la matematica è stata fin dall’inizio una delle mie materie a rischio debito. Mi piaceva ma non la capivo. Nel corso degli anni i docenti che, varcando la porta della mia aula, tentarono di spiegarmi qualcosa furono 3. Ricordo molto bene tutti, la seconda perché soltanto con lei riuscii a prendere 7. Non era particolarmente brava, e in più era particolarmente distratta, il che ci permetteva di affinare una delle discipline più importanti, a scuola: la fedele copiatura dei testi del compagno seduto accanto o di quello dall’altro lato dell’aula. Del terzo docente, invece, ricordo lo stile sgualcito e decisamente poco affascinante, i piedi scalzi che si intravvedevano da sotto la cattedra, e il modo poco professionale col quale si approcciava alle studentesse. Per un motivo o per un altro entrambi mi hanno convinta fin da subito che sarebbe stato meglio tenersi la prima professoressa. Quest’ultima, nonostante tutti i miei ‘quasi 6’, non ha mai pensato fossi una studentessa pigra. Sapeva quanto mi impegnassi e aveva ascoltato varie volte i racconti di mia madre che le parlavano dei pomeriggi che mi vedevano saltellare da una professoressa di doposcuola ad un’altra con una costanza spesso inutile, ma sicuramente invidiabile.
Questione di insicurezza anche quella. Ero convinta di non farcela e così, realizzando i miei timori, riuscivo a farcela a stento.
All’università, per passare l’esame di matematica, ci vollero 365 giorni. Un tempo eccessivo se ci si vuole laureare prima dei 30 anni. Fui bocciata 9 volte alla prova scritta per superare, finalmente, quella orale con un rispettabilissimo 24. Integrai le nozioni che mi servivano per sostenere la seconda prova in 15 giorni, utilizzando 4 libri diversi per scongiurare ogni possibilità di ammettere davanti al professore di non aver capito qualche argomento.

Ho così stabilito un rapporto con i numeri: ero spinta dalla necessità certo, ma riuscii persino a provare una sorta di simpatia per loro. I numeri, in realtà, fanno parte di me da sempre anche se non ho mai fatto molto caso a loro. Il mio corpo ne è pieno. È pieno di valori visibili e invisibili. Alcuni fungono da prove e sono in grado di dare risposte. Altri invece confondono, impauriscono, oppure fanno ridere. Come 0.0.
0.0 è la forza dei muscoli flessori del mio arto inferiore destro, 0.4 è la forza dei muscoli flessori del mio arto inferiore sinistro.
0.4 significa che qualcosa esiste. Anche se in modo quasi impercettibile, il muscolo esiste e io esisto. 0.0 significa che se mai qualcosa esistesse, questo qualcosa non riesce a manifestare la sua forza.
Se facessi una media della forza che i miei 4 arti riescono a sprigionare non supererei di molto l’1.5. Se mi identificassi con loro, Valeria non varrebbe molto più di 1.5. Se mi identificassi col mio corpo, Valeria, probabilmente cadrebbe.
Devo sorreggerlo, il mio corpo, amarlo, abbracciarlo, e posso odiarlo e maledirlo ma se mi riconoscessi in lui…Se ci riconoscessimo nei nostri corpi malati finiremmo per maledire e odiare anche noi stessi. Finiremmo per essere dolori e spasmi, e rovesceremmo sugli altri i nostri dolori e i nostri spasmi. Diventeremo lenti e pesanti. Se ci riconoscessimo nei nostri corpi malati ameremmo nel modo sbagliato il nostro letto e le nostre coperte, fino a farci spegnere e strangolare dal loro calore. Saremmo come gli altri, come chi non riesce ad andare oltre a qualcosa che non si muove. Saremmo la gente che detestiamo, i loro occhi, i loro gesti nervosi. Basterebbero pochissimi secondi e non saremmo più niente.

0.0, 0.4 sono numeri piccolissimi, forse troppo. Piccoli e irrispettosi. Piccoli e violenti. Piccoli e indegni. Scritti su una cartella diventeranno parte della mia biografia, mi renderanno clinicamente riconoscibile ed identificabile. Eppure riescono a farmi ridere.
Femmina, 27 anni: due piedi, due gambe, due mani, due braccia, venti dita, una bocca, un naso, due orecchie, due occhi, due tutori gamba-piede, un bastone chiamato John, e una sedia a rotelle.
0.0 è la forza dei muscoli flessori del mio arto inferiore destro, 0.4 è la forza dei muscoli flessori del mio arto inferiore sinistro, ma io sono un’altra cosa: io sono Valeria.

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Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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