Lei e John

 

Si chiama John, il bastone John. Il suo manico assomiglia al becco di un pappagallo. Un pappagallo dal becco blu. Dal carattere serio e severo John non molla mai. Forte e robusto, pronto a sorreggere e a dar sicurezza, resiste sempre anche se stanco.
Era nato in un’ azienda in Inghilterra, non sa dove sia l’Inghilterra, ma così gli hanno scritto addosso. C’è scritto “Made in England”. Il bastone John, può piegarsi e diventare piccolo piccolo. Le donne eleganti avrebbero potuto metterlo dentro le borsette e nessuno si sarebbe accorto dei loro acciacchi.
Appena nato, desiderava appartenere a qualcuno di quegli uomini aristocratici che ogni tanto vedeva entrare in azienda. Immaginava di essere accanto a loro mentre fumavano un sigaro passeggiando in quei grandi e verdi giardini di cui sentiva sempre il profumo, o di ascoltarli parlare all’entrata di qualche casa elegante, come quelle che vedeva sempre dalla finestra.

Il giorno più brutto della sua vita lo ricorda ancora. Lo svegliarono un pomeriggio all’ora di pranzo. L’operaio, un uomo grosso e con dei lunghi baffi rossi, lo afferrò dal becco, lo piegò senza riguardo e prima che John se ne potesse rendere conto era chiuso dentro un soffocante scatolo buio.
Era arrivato il momento di partire, ma per quanto il trovare una casa lo rendesse felice, per la prima volta nella sua vita si era sentito una “cosa”.
Quando arrivò a destinazione quello che vide non era affatto ciò che immaginava.
Ad aprire il pacco non fu nè uomo aristocratico, nè un elegante signora, non c’era nulla di nobile nelle mani dalle unghie poco curate di quella ragazzina. Aveva grandi occhiali neri, e un fermaglio rosa in testa. Dai suoi occhi capì subito che la ragazzina non aveva ricevuto quello che si aspettava, ma la vide guardarlo come a volergli dire che lo avrebbe accettato così com’era.

La casa della sua proprietaria è in Sicilia, una terra che riesce ad essere fredda e calda, gentile e violenta allo stesso tempo. Tutto questo però poté scoprirlo solo dopo, ricorda infatti, di essere rimasto fermo per un po’, dentro un enorme vaso di terracotta. La stanza dove lo tenevano era quella più elegante, e chiunque arrivasse, o andasse via, doveva passare da li, quindi rimaneva solo soltanto la notte.
Vedeva passare la ragazzina dagli occhiali grandi, la vedeva camminare a fatica, zoppicando e perdendo l’equilibrio.

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 Le sue gambe, sufficientemente carine, a differenza di molte altre, hanno un nome. La ragazzina trovava molto ingiusto che non l‘avessero, così chiama la gamba destra Pin e la sinistra Pon.
Si accorse subito di quanto Pin e Pon amassero stare vicine e aiutarsi a vicenda. Le vede ancora adesso John, muoversi e lavorare sempre troppo. Se una delle due si distrae e rischia di cedere, l’altra sostiene il peso del corpo della persona a cui appartengono per tutto il tempo che serve. Quando il pericolo passa, si guardano e si sorridono. Così vivono lei, Pin e Pon, con la sola certezza che andare avanti sia l’unica scelta.  
Dal ginocchio in poi, Pin e Pon hanno due compagni strani, degli Aggeggi grigi e decisamente bruttini. Quando la ragazzina li lasciava nella stanza elegante, loro e John chiacchieravano. Così era riuscito a scoprire tutta la storia della sua padroncina.

Aveva saputo di una malattia strana, la chiamavano “rara”. Il modo di raccontare degli Aggeggi si faceva triste quando ne parlavano, ma non riuscì a capire subito il perchè.
In azienda si prendevano maggiormente cura dei “rari”, li tenevano dentro una stanza non troppo calda, ma neanche troppo fredda, in modo che il materiale di cui erano fatti non si rovinasse, e che potessero vivere più a lungo. Chi nasceva “raro” sarebbe stato fortunato per tutta la vita, in quella piccola casa, invece, la rarità sembrava tentare di pesare come un macigno sulla loro vita.
Lì John scoprì che si è davvero unici quando il rumore delle risa è più forte di quello dell’ignoranza, della paura e della solitudine che  la rarità porta e comporta.

Venne a sapere della fatica che era stata per la padroncina accettare loro, un amore e odio che ancora durava. Li amava per l’aiuto che le davano, ma li odiava perché liberarsene avrebbe voluto dire diventare prigioniera della malattia. Raccontarono delle estati che passò a vergognarsi di loro, e dei tentativi di nascondere almeno agli altri quello che non poteva più nascondere a se stessa.
Li ascoltò con la stessa meraviglia di chi finalmente capisce di aver compreso qualcosa che credeva lontana. C’ era riuscito perché lui si sentiva come lei. Esattamente come la ragazzina con gli occhiali grandi, grandi come erano le sue paure.
John sapeva di essere nato per servire, non importava se ci si riferisse alla sua bellezza o al suo sostegno, ma era nato perché qualcuno potesse servirsi di lui, e perché lui potesse aiutare. Se fosse nato poco resistente, o con un semplice difetto, ne era certo, lo avrebbero già buttato via, ma fortunatamente non era così, era nato bello e robusto, adatto ad adempiere al suo dovere. Rimaneva ancora un’altra possibilità, poteva rompersi e perdere la ragione del suo esistere.

In un solo istante dentro di lei era successo esattamente questo, qualcosa si era rotto. In un modo talmente improvviso da trasformare l’incredulità in terrore e rabbia. Poteva solo chiedere agli altri, adesso, e rispondere alla vita che con le domande sembra non voler mai finire.
Non c’era differenza tra John e la sua padroncina, capì che lei era il realizzarsi dei suoi incubi, la personificazione delle sue paure, e lui la rappresentazione di uno strano per sempre.

Nulla poteva accadere in quel momento, se non quello che esattamente accadde.
Uno di fronte all’altro, cominciarono a parlarsi. Uno strano dialogo comprensibile solo da chi viene risucchiato da una non voluta dipendenza, solo da chi si arrende coraggiosamente a qualcosa.  Lei gli diede l’attenzione che John desiderava ricevere da tempo, attraverso dei semplici gesti intrisi di nobiltà.
La ragazzina impugnò il suo becco blu, provò ad alzarsi, e con l’istinto di chi si prepara a correre, chiese : “Mi arrendo a te, tu rendimi libera, te ne prego”, John onorato ed emozionato, rispose “Per tutto il tempo che vorrai senza più chiedere”.

 

 

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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