Le rappresentazioni dello spettro autistico

Nel corso degli anni, tutte le condizioni che si conoscono sotto il nome di ASD, Autism Spectrum Disorder, sono state variamente interpretare.
Nella prima metà del ‘900 l’autismo venne considerato come una manifestazione infantile della schizofrenia, facente cioè parte del continuum di un medesimo processo sintomatologico che riguardava essenzialmente un disturbo della relazione con l’altro.
Kanner, nel 1943, rifiutò quest’ipotesi affermando che questi bambini erano figli di genitori “cold intelligence”, cioè intelligenti ma freddi.
In base a quest’ipotesi, Bettelheim affermò che le cause dell’autismo andavano ricercate nell’atteggiamento delle madri, denominate “mamme frigorifero”, troppo fredde ed insensibili ai bisogni del bambino, le quali non riuscivano a dare il giusto “calore umano” al proprio figlio, generando l’idea che non avrebbero potuto influenzare il mondo circostante, e costringendoli, di conseguenza, in una sorta di fortezza vuota. 

Questa teoria ha dominato il panorama scientifico per lungo tempo, causando, chiaramente, forti sensi di colpa e angosce nei genitori, e ripercuotendosi negativamente anche sulle ipotesi d’intervento proposte, poiché il focus era il rapporto madre-bambino e non le caratteristiche di quest’ultimo. 

Ma Kanner ritenne di dover considerare un altro aspetto, quello del fattore ambientale, evidenziando ulteriormente un’innata incapacità del bambino di stabilire rapporti sociali.
Così, nel 1985, Uta Frith e Simon Baron-Cohen, proposero l’ipotesi di un deficit della teoria della mente, in cui i bambini con autismo presentavano una compromissione del modulo cognitivo dedicato alla lettura della mente, ossia la difficoltà nell’immaginare il contenuto della mente delle altre persone non assumendone la prospettiva, quindi non comprendendone emozioni e pensieri. Questo modulo matura e si realizza nei primi 4 anni attraverso le tappe dello sguardo inferenziale, dell’attenzione condivisa e del gioco di finzione. Ne consegue un’incapacità a rappresentare le rappresentazioni mentali degli altri, e quindi a riflettere sulle emozioni, sui desideri e sulle credenze proprie e degli altri, e a comprendere il comportamento degli altri in rapporto a ciò che si pensa, si desidera e si conosce, e ancora rispetto a ciò che si pensa che l’altro senta, desideri e conosca. Una sorta di cecità mentale (Mindblindness).
Un gruppo di ricercatori dell’università di Parma (Rizzolatti, Gallese, Fadiga, Fogassi e Pellegrino) dimostrarono scientificamente questa teoria scoprendo i Mirror neurons, o neuroni specchio. Tale sistema di neuroni si attiva sia quando si compie un’azione, sia quando la si vede compiere da altri, permettendo la codifica delle azioni in funzione del loro scopo, cioè a livello delle intenzioni.
Dopo qualche anno, Uta Frith, ipotizzò, invece, un deficit nella capacità d’integrazione sensoriale, per cui il bambino rimane ancorato a dati esperenziali parcellizzati, non riuscendo a cogliere l’informazione nella sua totale globalità. Egli, infatti, non è in grado di cogliere le molteplici informazioni che arrivano ai propri sensi non riuscendo ad elaborare l’informazione in modo globale, nella sua complessità, ma fossilizzandosi esclusivamente in un piccolo dettaglio. Egli, quando guarda il mondo, o scene di vita quotidiana che non ha mai visto, è molto confuso perché le informazioni arrivano percettivamente e cognitivamente frammentate ed incoerenti, cioè non chiuse da un significato che dà loro senso, mentre un bambino normotipico, normalmente procede dal globale al particolare, dà uno sguardo d’insieme, percepisce ed attribuisce significato. Quindi i bambini autistici hanno aderenza alla routine in quanto fanno fatica a mettere insieme i vari pezzi delle informazioni, ed una volta apprese non vogliono che si sconvolgano perché si perdono di nuovo nell’insieme. Tutto questo è il bisogno di immutabilità, ciò che Frith chiama “debole coerenza centrale”.
Un’altra teoria importante è quella delle funzioni esecutive, la quale si concentra su alcune delle più importanti caratteristiche dell’autismo: la ristrettezza del repertorio d’interessi e la ripetizione di precise azioni e atteggiamenti.  Le funzioni esecutive includono quell’insieme di operazioni cognitive che consentono all’individuo di adattare il proprio comportamento in base alle esigenze e ai cambiamenti ambientali. Esse quindi entrano in gioco durante la pianificazione e l’organizzazione dei comportamenti di risoluzione di problemi, di piani d’azione. Quindi molti comportamenti autistici sarebbero l’espressione di tali abilità, come l’impulsività, la rigidità, l’iperselettività, la ripetitività e la perseverazione.

Recentemente, Baron-Cohen ha proposto altre due teorie: la prima è la teoria Empathizing-Systemizing, la quale spiega il deficit della ToM (Theory of Mind) in termini di empatia e sistematizzazione all’interno di uno spretto in cui agli estremi si trovano gli eccessi di queste due caratteristiche, per cui questa teoria considera i disturbi dello spettro autistico non come una patologia, bensì come una differenza di stile cognitivo che rientra in un continuum di differenze riscontrabili in qualsiasi persona.
Infatti, nella zona centrale di questo spettro si trovano le persone normotipiche; all’estremità dello spettro d’intuizione si collocano gli psicologi, gli educatori e questo genere di figure professionali; dall’altro i fisici.
Questo dimorfismo spiega molto bene il motivo per cui molti autistici eccellono nei campi come l’astrofisica, la medicina nucleare, l’ingegneria, presentando capacità empatiche molto scarse. Quindi la discrepanza tra empatia e sistematizzazione determina la probabilità di sviluppo dello spettro autistico.
La seconda, e l’ultima fino ad oggi, è la Teoria del cervello maschile estremo, la quale rappresenta un ampliamento della teoria E-S, per capire meglio la differenza di genere (prevalenza maschile) e le compromissioni in ambiti sociali e di comunicazione, ma anche il diverso profilo cognitivo, i comportamenti ripetitivi e gli interessi ristretti.
Questa teoria, inizialmente, ha suscitato qualche reazione nella comunità scientifica, ma ormai è appurato il fatto che ci siano delle differenze anatomo-funzionali tra il cervello femminile, impregnato nella maggior parte dei casi dall’empatia, ed il cervello maschile, caratterizzato da uno stile più sistematizzato, e che nella condizione autistica ci sia una sorta di estremizzazione di queste differenze.
Tutto ciò ha reso gli scienziati consapevoli del fatto che il testosterone fetale nei bambini che poi svilupperanno la sindrome è maggiore rispetto ai valori normali ed il rapporto tra due dita della mano, indice e anulare, è uguale.

La ricerca sta facendo passi da gigante per cercare di spiegare dettagliatamente a livello neurobiologico, genetico ed epigenetico, le teorie sopra spiegate, ma ancora si sa che c’è tanto altro da scoprire. Si arriverà mai ad una conclusione certa che delimiti la sindrome autistica all’interno di un quadro chiuso?  Questo è ciò che genitori e bambini, adesso adulti, si chiedono spesso e probabilmente non avranno mai una risposta precisa, in quanto la sindrome autistica è una variazione dello stile cognitivo della persona. Ed ogni persona è diversa dall’altra, così come le azioni in funzione del loro scopo, cioè a livello delle intenzioni.

 

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Simonetta Borrometi

A proposito di Simonetta Borrometi

Sono una donna che nell’esperienza strettamente personale ha trovato l’ispirazione, e dunque la forza, di essere non solo una paziente, ma anche una riabilitatrice in termini cognitivo-comportamentali. Entrare nella dimensione mentale, emozionale e comportamentale di ogni paziente, cercando, attraverso l’empatia, la chiave di volta che permette di creare una relazione unica tra riabilitatore e paziente. Ogni giorno si lotta per cercare di migliorare la propria salute, la propria psiche, la propria vita; ci si fanno domande come: “Riuscirò a superare anche questa?”. Ragion per cui, ogni giorno mi nutro delle ricerche più recenti per trovare una soluzione, non perdendo mai la speranza insita in una paziente, che oggi è diventata anche una riabilitatrice.

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