Le domande nella boccia

Su Treccani.it spiegano che il domandare è l’insieme delle parole con cui si esprime il desiderio di sapere qualcosa.
Non ho mai amato le domande. Ho sempre cercato di evitarle, soprattutto quelle generiche. “Dai, raccontami un pò di te”, ed eccomi lì ad impallidire, come se mi trovassi di fronte alla santa inquisizione. Farfuglio qualcosa, per lo più frasi senza senso, salto l’interessante e mi getto a capofitto sull’ovvio. 

Dopo 15 anni, all’ennesimo “come stai?” di mio padre, risposi il mio ennesimo “Tutto Bene”, lui mi disse che non era possibile. Io spiegai che non sapevo rispondere nient’altro che “Tutto Bene”, e conclusi la conversazione.
Quando il mio corpo cominciò a cambiare, ricordo che avevo bisogno che qualcuno mi costringesse a parlare, a gridare di rabbia e paura. Mi guardavano, si, ma solo questo.
Tentavo di spiegare ma, da sola, non riuscivo a farlo. Lo percepivo come un lamento, come un lento pianto in assenza di lacrime, e io non volevo piangere. Non volevo essere per gli altri, quello che il mio corpo cominciava ad essere per me, un peso.
Allo stesso tempo, però, ne sentivo la necessità, come se per me quello significasse un modo per guarire. Ero stata presa e scaraventata in una realtà che non era più la mia. Ero stata lanciata contro un muro, ero ferita e sola. Mi trovavo davanti a loro, e avrei voluto implorare di venirmi a salvare.

Fino a qualche anno fa, sentivo ancora di non avere il diritto di usare alcune parole. Mi accorsi di poterlo fare un giorno di fronte ad un medico omeopata, da cui ero andata solo per fare contenta mamma. Dopo avergli raccontato la mia trasformazione, mi guardò e disse “Deve essere stato terrificante”. Riuscì solo a guardarlo e a dire, si.
Era però solo un singolo caso, per gli altri rimanevo qualcosa di cui non si poteva parlare. Causavo dolore. E così, in mezzo a quelle cose che nella vita continuavano a gettarmi contro quel muro, cominciai a sentirmi in colpa. Non poteva che essere colpa mia, ero malata, non ero più la stessa, avevo messo gli altri nella condizione di dover diventare forti e accettarmi.
E così rimanevo in silenzio. Cambiavo, gli altri ne prendevano atto, e andavamo avanti, facendo sì che la mia malattia diventasse un tabù. Io, che di tabù posso vantarmi di non averne mai avuti, ne ero diventata la personificazione.
Lo diventai per gli altri, e per me stessa. Per me ero un rumore sordo e fastidioso, petulante, noiosa, e triste. Scelsi di ammutolirmi. Il mio corpo si trasformava, lo guardavo, ne prendevo atto e andavo avanti.

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Non sapevo cosa volesse dire davvero lasciarsi andare, arrendersi al dolore e affidarsi. Affidarsi non significa semplicemente fidarsi, è molto di più.
Le persone a cui ti affidi sono quelle che sai ti guarderanno cadere, ma senza lasciarti toccare terra. Sono quelle che ti staranno accanto mentre il dolore ti ingoia, e che ridendo ti passeranno la spada per poterlo squarciare dall’interno.
Io ho finito col non riuscire a riconoscerli, continuavo a mentire a me stessa, imponevo alla piccola me di non fare domande. La vedevo guardarmi sparire, e io la guardavo scomparire. 
Non c’era più traccia di lei e neanche di me. Continuavo a ripetermi che andava tutto bene, mentre tutti quei sani attorno a me, non facevano altro che farmi sentire inferiore, sfortunata mai, bensì mancante.
Io non ero più normale e tutti sembravano non volere altro che quello. Erano diventati una minaccia. Mi sentivo minacciata dalle loro gambe forti, l’unica cosa che credevo potesse assicurare una vita migliore. Loro sarebbero stati preferiti a me che potevo portare solo scompiglio. Non smisi di pensare questo  neanche quando mi dissero che io ero migliore perchè ero diversa da chi non riusciva più a parlarmi. Migliore? Diversa? Migliore in cosa? Loro ridevano, io no.
Mi ero persa, e nessuno veniva a prendermi.
Poi una sera arrivò la domanda. Lui era lì, con una birra in mano e i suoi occhi belli, a chiedermi di spiegargli come la malattia avrebbe indebolito il mio corpo. Stette lì ad ascoltare e a guardami, ma non come gli altri, in un modo diverso. Nel libro “l’eleganza del riccio”, Muriel Barbery lo descrive perfettamente, dice “come quel modo di fare che dà all’altro la sensazione di esserci”. 

Pronunciò quelle parole con naturalezza e allo stesso modo non smise mai più di fare domande. Non smise neanche quando lo spingevo ad abbandonarmi, così che non lo potesse fare lui, magari mentre ero distratta. Il suo sguardo è rimasto lo stesso; assoluto, sincero e strano. Nulla è riuscito mai a cambiarlo, non i tutori, il bastone o la sedia a rotelle.
E adesso, che so cosa vuol dire avere più di una persona a cui affidarsi, ho smesso di sentirmi in colpa per qualcosa che a me non mi compete, perchè riguarda le scelte degli altri. Adesso, ho capito che si cresce se si vuole crescere, si rimane piccoli se si vuole rimanere piccoli. 
Ho compreso l’importanza delle domande, quelle che ti fanno capire che per l’altro esisti.
Avevo bisogno di esistere, avevo bisogno di sentire le mie parole entrarmi dentro e divenire consapevolezza. Avevo bisogno che cicatrizzassero le mie ferite, così che restassero solo segni di vittoria. Che i segni diventassero poi memoria, e su questi venisse scolpita un unica frase: chi vuole resta, sempre.

 

 

 

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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