Quando l’ascolto rappresenta la cura.

Un riposo forzato, movimenti impediti da una difficoltà respiratoria causata dalla frattura spontanea di una costola, e una scia di pensieri inarrestabile e cruda.
La logica porterebbe a credere che io sia ormai perfettamente in grado di gestire questi stop repentini. Non posso negare di aver imparato a rispondere al dolore fisico quanto più razionalmente possibile, complice forse il fatto di dover far affidamento unicamente alla mia forza di volontà e al mio fermo autocontrollo, eppure ogni avvenimento diventa unico nel suo genere, ed io mi ritrovo ogni volta a dover imparare a vivere la mia stessa disabilità in modi diversi e sempre nuovi. Novità che non investono solo i miei modi di fare, la mia quotidianeità, ma che mi spingono a rivedere ciò in cui credo, perfino le mie stesse convinzioni a volte, che fino a quel momento consideravo la via giusta, la strada perfetta da percorrere.
Ed è proprio dal dolore che l’ennesimo stravolgimento ha avuto inizio.
Tutto a un tratto un dolore sordo, fortissimo mi tolse il respiro e mi impedì per un attimo di vedere. Ricordo di non aver vacillato, è inutile lasciarsi vincere dalle emozioni in quei momenti. Mi limitai ad aspettare, respiravo piano, e cercai di pensare a cosa fare. La spalla quel giorno si era ripetutamente lussata, forse era solo un dolore riflesso. “Il ghiaccio mi è nemico, da sempre, magari un pò di calore potrebbe aiutarmi…..”
E così fu, si attenuò e finì per mischiarsi agli altri dolori. Passarono i giorni, e insieme le notti, alcune più difficili, più lunghe, ma gli impegni, quelli importanti, quelli a cui non puoi sottrarti richiedevano la mia presenza. Avrei fatto volentieri a meno di quell’ennesimo viaggio, ma dovevo partire! Sulla via del ritorno parlando con mia madre riconobbi quanto era stato difficile affrontare questa prova, per un attimo mi sentì addirittura triste, sconfitta. Davvero era diventato così difficile viaggiare? Stavo forse perdendo ulteriormente forza? Perchè così tanti dolori, perchè la febbre? Ero stanca, stanchissima. Quel dolore tornò un’altra volta, ancora più forte, più cattivo, a tratti insopportabile. Avevo la nausea, faticavo un pochino a respirare, ma non avevo voglia di lasciare all’altra me il diritto di vincere. Volevo uscire, lasciarmi il diritto di respirare un pò di vita, gioire della compagnia di un’amica. Lottavo contro il dolore ma mi imposi di ignorare quella vocina che mi ripeteva “Elly, frena, rallenta, ti sta sfuggendo qualcosa.”
Non so dirvi se sia il bisogno a volte di negare al dolore di prendersi il buono che c’è, o se sia il desiderio di avere una via di fuga, e attenzione mai e poi metterei a rischio la mia vita, solo a volte è come se ignorassi volutamente il male. Il dolore, quello fisico intendo, è parte di me, condivido con lui ogni giornata, cerco di ignorarlo per quanto possibile, a volte patteggiamo, altre invece mi arrendo e sto alle sue regole.
Ero davvero convinta che infondo non fosse nulla di grave. Ebbene, dopo essermi goduta qualche ora di sorrisi e chiacchiere, ed essendo convinta che una volta a casa il giusto riposo avrebbe calmato il dolore, che nel frattempo diventava sempre più forte, arrivò il momento che più odio: la resa.
Una notte lunghissima, fatta di lacrime, respiri corti, e un dolore che non si placava in nessun modo. E quella vocina: “Elly, accetta di aver bisogno di aiuto, almeno per comprendere quel che sta succedendo.. ”
“Dottoressa, carissima, la disturbo?”
“Che succede Eleonora?”
“Ho un dolore fortissimo……”
Ti prego, recati in ospedale, è necessario tu faccia delle radiografie. Aspetto tue notizie.”

Inaspettatamente al triage vengo presa in carico in codice giallo, e altrettanto inaspettatamente tutti si rivolgono a me con gentilezza, premura e una velocità che celeva la loro volontà di capire quanto fosse successo nel più breve tempo possibile. Non ero spaventata, ma attenta. Nei pochi accessi al pronto soccorso della mia città ho sempre trovato cura e attenzione nei miei riguardi e questo credetemi è confortante, ma ciò non è bastato a farmi ricorrere al loro aiuto se non strettamente necessario, o su indicazione. Se mi trovavo lì in quel momento era solo perchè mi era stato richiesto, ma mi sfuggiva il perchè di tanta attenzione. In questi anni ho sperimentato accessi di ogni tipo, perfino in codice rosso e in condizioni davvero peggiori rispetto a quello che per me era sì un fortissimo dolore alla spalla ma niente di particolarmente pericoloso.
Un primo consulto, la prima tornata di radiografie, e poi di nuovo quel giovane medico che ritorna.
“Preferisco ripetere nuove radiografie da una prospettiva diversa, e richiedere inoltre un consulto chirurgico.”
Con non poca soprpresa esclamo: “Un consulto chirurgico?” “Sì, è solo una precauzione.” Premesso che per quanto stimi la categoria cerco quanto più posso di starne lontana. L’idea del taglia e cuci non mi attrae, ancor più se penso che il solo somministrarmi un antibiotico atterisce ogni medico che incontri, figuriamoci se si paventasse l’idea di un intervento. Ma sopratutto, perchè avrei mai bisogno di un consulto chirurgico? Bene, con tutti questi pensieri in testa mi sottoposi alla seconda tornata di radiografie e solo quando la signorina mi chiese di trattenere il respiro capì. La fretta forse aveva ragione di esserci, ma cosa più importante il mio polmone stava bene? Qualcosa mi suggeriva che il problema poteva non esser la spalla. Ora, che il mio karma sia un tantino confuso è ormai assodato ma a questi livelli.

“Eleonora, per quanto concerne la spalla si evidenzia un consumo cartilagineo ed un’importante infiammazione data dalle ripetute lussazioni, ma ciò che in un primo momento ci aveva fatto temere per qualcosa di serio è la frattura alla costola.”
“Aspetti, una frattura alla costola?”
“Sì, il sibilo che sentivi al respiro e che anche noi abbiamo riscontrato nel triage ci aveva fatto sospettare un danno alla parete polmonare, ma per fortuna la frattura non lo ha coinvolto, ed è probabile che quel sibilo sia un leggero residuo della pregressa bronchite. Non c’è nulla di cui allarmarsi nell’immediato ma l’accaduto, data la sua spontaneità, ci impone di sottolineare l’urgenza di una valutazione più approfondita circa l’eventuale integrazione di calcio, e vitamina D. Inoltre ti dovrai astenere dalle attività più pesanti e nei prossimi dieci giorni osservare assoluto riposo, ricorrere all’uso del tutore per la spalla per contenere quanto possibile la lassità, e pian piano riabilitarti alle attività quotidiane. È un processo lungo, di solito le fratture costali si risolvono nel giro di 30 giorni, ma data l’osteoartrite di cui soffri il processo di guarigione potrebbe esser più lungo. Ti consiglieremmo l’utilizzo di antidolorifici e antiinfiammatori, ma conosciamo la tua storia e, per quanto dispiaciuti umanamente per la tua impossibilità nell’assumerli, non possiamo far altro che dirti di affrontare la convalescenza un giorno alla volta con la forza che ti contraddistingue.”
“Grazie di cuore.”
Ero confusa, frastornata. L’esser ormai assuefatta al mio stesso dolore mi ha portato ad ignorare un problema che sarebbe potuto esser più grave e che avrebbe avuto conseguenze ancora più gravi data la mia particolare storia. Già, la mia particolare storia, un libro infinito. Ho commesso l’errore di non ascoltarmi, ho permesso a quel si alla vita che tanto prepotentemente grido di esser sì più forte del male ma anche di rendermi incosciente, tanto da non capire che poteva accadere qualcosa di pericoloso. La verità è che io al peggio non penso, non permetto ai pensieri davvero brutti di avere potere sulla mia mente. So cosa comporta la mia malattia, conosco i rischi ai quali mi espone, ne sono consapevole, ma allo stesso tempo spero sempre che quel peggio non si tramuti in realtà, perchè pensarlo fa davvero paura e perchè ormai ero convinta di non potermi fidare davvero più di nessuno. “Eleonora, perchè non sei venuta prima?” “Non pensavo fosse necessario, credevo davvero non ci fosse nulla di cui preoccuparsi. Mi dispiace…”
“Non devi dispiacerti, devi però lasciarti il diritto di sentire di nuovo la paura, devi accettare di doverti fermare a volte. Hai imparato ad esser forte, adesso devi imparare a fidarti di nuovo di noi.”

Non è una regola, è l’eccezione, ma qualcuno mi ha ascoltato. Lì, apparentemente sola, qualcuno non ha curato solo il mio corpo, è andato oltre. É come se avesse percepito il peso di questi lunghissimi anni, e abbia altresì compreso quanto il dolore, pur rendendoti forte, possa cambiarti. Nel concreto saranno la mia forza d’animo, la mia pazienza e tenacia a permettermi di far fronte a questa ennesima prova, ma è certo che quei sorrisi, quella premura non li dimenticherò. Sono stati la mia cura.

Pubblicato nella Elly&Valy | 2 risposte
Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

2 thoughts on “Quando l’ascolto rappresenta la cura.

    • Eleonora CaputoEleonora Caputo

      Cara Lia, grazie per il tuo commento. Sarebbe un piacere per me fare la tua conoscenza.. puoi scrivermi all’indirizzo di posta di ali di porpora, info@alidiporpora.it, o inviarmi un messaggio privato direttamente sulla pagina facebook di Ali di Porpora. Sarà mia premura risponderti. Un abbraccio

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