La valorizzazione dei ruoli

Ho finalmente scritto il mio primo curriculum, non credevo fosse così difficile, ho impiegato giorni a fare in modo che fosse completo ma soprattutto decente e accattivante.

Ho pensato davvero che lo fosse, per un po’ almeno, fino a quando non è arrivato il momento di aggiungere la dicitura che indicava la mia appartenenza alle categorie protette e poi che il telelavoro, cioè il lavoro svolto principalmente in un luogo diverso da quello consueto dell’ufficio, non avrebbe costituito un deterrente per l’azienda ma, anzi, questa ne avrebbe trovato giovamento e io, in mezzo alle mie necessità diventate comodità, avrei dimostrato l’efficacia della mia produttività.

Se scrivete “telelavoro” su google, sono tre i tipi di offerte più diffusi: telemarketing, riscossione credito e cartomanzia.

La tipologia a cui pongo maggiore attenzione ovviamente è quella della riscossione credito.

Non contenta della limitata possibilità di scelta però ho deciso di imporre, non la mia disabilità, ma la possibilità all’azienda che avrei scelto di cambiare prospettiva. Ho visualizzato tutte le offerte di lavoro e cercato quelle che potevano essere svolte in modalità telelavoro con gli adeguati aggiustamenti.

Il telelavoro o lo smart-working sono realtà non poco diffuse ma che ancora finiscono per essere considerate come forme di lavoro “inferiore”. In realtà gli effetti positivi non sono affatto pochi, risolvono tutti quei problemi di carattere logistico che molte persone disabili, soprattutto quelle con limitazioni fisiche, sono costrette ad affrontare. Permettono ai care-givers di poter assistere il malato senza rinunciare al proprio lavoro e riducono i costi per i datori di lavoro che non hanno la necessità di provvedere ad ulteriori adattamenti del luogo di lavoro.

La cosa più importante è l’effetto che il lavoro ha su chi finalmente può svolgerlo. Su chi troppo spesso viene considerato un elemento inutile della società e viene lasciato a casa che tanto ci pensa l’inps, quando ne riconosce i diritti, a dargli qualcosa per affrontare spese che in ogni caso raramente riuscirà a coprire cosicché sarà la famiglia stessa a dover affrontare la maggior parte delle spese. Se pensate che per badare al proprio familiare un altro deve rimanere a casa, ecco che la linea oltre la quale potersi considerare tra coloro che vivono in condizione di povertà si avvicina inesorabile.

Le poche opportunità non fanno altro che peggiorare la disabilità che finisce per non riservare nessuna via di scampo alla totale incapacità di fare e dare. La società volente o nolente dimostra di considerarti ancora una categoria inferiore, e di essere troppo pigra per adeguarsi a te e darti ciò che serve per poter essere produttivo.

Era proprio di questi gruppi considerati inferiori quello di cui parlava Walton quando nel 1979 scrisse che le società sono in grado di deprivare gruppi determinati del loro status sociale, del diritto al controllo sulle proprie vite e condannarli all’impotenza. Si crea discriminazione sociale ed economica, privando la società stessa delle energie e del coinvolgimento di persone creative il cui contributo è fondamentale per rendere la nostra società giusta e umana. Tutto questo ha per esito l’alienazione individuale, la disperazione, il risentimento e l’anomia.

Si creano persone maggiormente disabilitate e che finiscono per essere disabilitanti anche per loro stessi perché ci si arrende all’evidenza di qualcosa che non c’è e che mai ci sarà, all’evidenza di qualcosa che non si potrà mai essere, cioè utili.

Nelle conclusioni della mia tesi sottolineai l’importanza di una rieducazione sociale non diretta solo verso i normodotati, come disse Michael Oliver professore dell’Università di Greenwich in Disability Studies, ma anche verso gli stessi disabili in modo che, i primi riconoscano ai secondi il diritto di ricevere ruoli sociali valorizzanti e i secondi riconoscano a se stessi l’opportunità di trasformare la società in cui vivono in una in cui tutti i ruoli siano valorizzati. Persone disabili che finalmente riconoscano e pretendano i loro diritti.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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