La scuola dei conquistatori

Io e la disabilità entrammo per la prima volta in contatto quando avevo all’incirca sette anni. I miei zii vivevano in un residence davanti al mare dove con i miei cugini e mia sorella andavamo spesso durante i pomeriggi d’estate. Ricordo il grande portone dal quale si entrava, poi il viale alberato, e il tunnel costeggiato dai monolocali. Usciti da lì si salivano delle scale, il primo monolocale a destra era quello degli zii. Un paio di porte più avanti, invece, viveva un ragazzino più grande di noi che usciva solo ogni tanto. Non ne ricordo il nome, era alto e con i capelli neri, rasati come un soldato. Non credo avesse una buona vista, una delle sue pupille era bianca. Parlava a stento e lo sentivo dialogare solo tramite versi o urli. Quando ci vedeva lì a giocare rideva, io però non riuscii mai a parlare con lui, ricambiavo i suoi sorrisi ma non sapevo fare altro. Ricordo un’altra cosa: era sempre solo, sempre troppo.
 
Alle superiori invece fu diverso. La prima volta che lo vidi ero in mezzo alla folla di ragazzini che non vedevano l’ora di sapere in quale classe sarebbero capitati. Io aspettavo in piedi e lui, il mio nuovo compagno di classe, su una sedia a rotelle. Lo ammetto, avevo paura, non perché non mi piacesse o lo ritenessi un peso, ma perché non ero sicura di essere in grado di affrontare qualcosa che non conoscevo. In fin dei conti nessuno mi aveva ancora spiegato che la disabilità può diventare niente se si ha il coraggio di scoprire tutto quello che c’è oltre la disabilità stessa. A casa piansi tra le braccia di mia mamma. Mi consolava ripetendomi che sarebbe andato tutto bene e che avrei imparato.
In effetti imparai. Imparai più di quello che potevo immaginare. Imparai le eccezioni alla regola,  l’amore, e le attenzioni di insegnanti che volevano fare di noi persone rispettose dell’altro, e dei nostri gesti, delle nostre parole, qualcosa che non rendesse l’altro diverso.
Giocava con gli altri compagni di classe, in quel modo pericoloso in cui i ragazzi di quell’età amano divertirsi. A volte cadeva, e si rimaneva col fiato sospeso fino a quando non lo sentivamo ridere. Ricordo perfettamente la fatica nei visi dei ragazzi che, afferrandolo dalla sedia, affrontavano con lui qualsiasi barriera architettonica. Salite o ripidissime discese, spazi stretti o scale. Pochissimi erano i limiti che non si tentava di abbattere, e quando sembrava impossibile non fu mai lasciato solo. Nulla fu mai fatto senza che lui lo sapesse. Fu considerato sempre per quello che era davvero; un alunno e un compagno di classe come tutti gli altri. Tutto veniva organizzato affinché lui potesse.
Non trovò mai l’aula, inaspettatamente, vuota. Non ci fu mai nessuno talmente meschino da poter anche solo pensare di abbandonarlo ed umiliarlo. Nessuno mai ci insegnò l’esclusione perchè l’esclusione non si dovrebbe imparare da nessuna parte ma soprattutto, non si dovrebbe imparare a scuola.

Vi siete mai chiesti qual è il ruolo che la scuola dovrebbe avere nella vita dei ragazzi? Forse si o forse no, ma sicuramente se più persone lo facessero ci sarebbero meno genitori inutilmente scontenti e più insegnanti soddisfatti. 
Fatemi essere un pò romantica. Vi siete mai chiesti quanti respiri fanno i vostri figli, nipoti, fratelli o sorelle ogni giorno, a scuola e sui libri? E avete mai pensato a quanto possa valere quel respiro se fatto mentre si impara? Avete mai pensato a quanto sia diverso il valore di un respiro fatto mentre si impara a essere liberi e quello di uno fatto mentre si impara a togliere la libertà agli altri? 
La scuola deve insegnare molto più delle parole scritte sui libri, deve educare ad accettare e ad amare. Deve insegnare i modi in cui chi ha respirato prima di noi su questa terra ha vissuto e farne tesoro per trovare il modo in cui è possibile vivere nel mondo in cui si è adesso. Deve insegnare che nessuno vale così poco da essere categorizzato e che tutti meritano di far parte dei ricordi dell’altro.
Deve educare alla curiosità per quello che non si conosce, al rispetto per quello che sembra diverso e alla pazienza, quella di stare lì fermi a capire ciò che non si comprende. Deve insegnare ad interrogarsi sul male e sul bene, sulle differenze che la società tenta di eliminare e su quelle che in realtà finisce solo per imporre. La scuola deve far sentire parte del mondo. Deve fornire i mezzi per combattere per la propria libertà e quella degli altri. Deve forgiare i caratteri dei bambini, affinché possano essere i futuri conquistatori di diritti che saranno stati riconosciuti e pretesi per se stessi e per gli altri. Conquistatori che insegneranno e parleranno. Parleranno e spiegheranno ai loro amici, colleghi, alunni, figli, nipoti, fratelli e sorelle quanto poco serva l’esclusione. Educheranno così all’inclusione e a renderci tutti uguali a tutti gli altri.

Pubblicato nella Elly&Valy | 2 risposte
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

2 thoughts on “La scuola dei conquistatori

  1. sergio

    Che anno era quando sei andata a scuola, io di meschini ne ho incontrati a frotte, si aggirano in gruppo, come branchi di lupi affamati e ho imparato a tenerli lontani e mandarli affanculo tutti insieme

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    • Valeria PaceValeria Pace Autore dell'articolo

      Ciao Sergio, mi dispiace per quello che hai dovuto subire. Io parlo di dieci anni fa, ma non credo che dipenda soltanto da questo perché di atti di bullismo contro i disabili e non, se ne sentono continuamente. Dipende più che altro dalla fortuna di incontrare professori e alunni che accettano l’altro.

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