La fuga della U e la guerriera impavida.

Guardarsi allo specchio, un gesto semplice, la forma più comune di vanità per chi asseconda la bellezza fisica e la propria smania di successo. Ben altro significa quando il proprio riflesso rievoca l’anima primitiva dell’innocenza perduta, di quell’istinto da riacciuffare per ritornare sognatori felici e fautori del nostro destino.

Io, l’anima, il corpo e l’istinto della piccola guerriera che della paura si faceva beffa, invitando le sfide a farsi avanti sguainando la spada giocattolo.
“Venite mostriciattoli …  vi sconfiggerò!”
Draghi sputafuoco, mostri dai tentacoli stritolanti e orsetti deambulanti pronti a divorarmi. Queste le creature che animavano le mie notti. Le notti coraggiose, dove il buio fitto diventava un gioco a perdifiato che mi portava via il cuore dal petto, tanto palpitava. All’alba gli alieni tornavano ad essere soltanto i mobili della mia camera e così scoprivo strabiliata che il giorno e la notte cambiavano l’essenza e la forma delle cose, alternandosi continuamente a seguire i miei passi un’aurea fedele pronta a trascinarmi con la forza dirompente di emozioni sempre nuove.
“E lo specchio?” Lui stava lì immobile a spiarmi, il mio più grande ammiratore ed amico, un confidente discreto, l’unico al quale dire cose che non avrei detto a nessun altro in tutta la vita. 
Questa mia vita, una maestra severa, ad insegnarmi che esistono fantasmi più crudeli ed insidiosi che non svaniscono all’alba, ma con essa si rafforzano. Feriscono il corpo, tormentano l’anima, così, i miei giochi d’infanzia annegarono nel fiume di realtà incomprensibili, come la mia figura, asimmetrica, distorta dall’andatura claudicante. Io della mia immagine me ne vergognavo tanto da abbassare gli occhi per non vederla.

I miei primi cinque anni, gli anni migliori, quelli della curiosità e delle domande spontanee, impertinenti, erano anni nei quali aspiravo a grandi mete. Diventare una dottoressa o una brava insegnante seduta dietro una grande scrivania, “così definivo la cattedra” guardandola dal banco della primina. Subito dopo volevo essere un’avvocatessa per aiutare gli indifesi e … un’attrice famosa, un’atleta o addirittura una ballerina !!  E cosi via.
Nulla era troppo per me, sognavo,  sognavo di arrivare, di volare, di esser campionessa nei cieli del mio vivere. Obbiettivi improponibili per me, lo leggevo sul volto di coloro che mi guardavano con aria di sufficienza provando tristezza e pietà. Io ero “disabile”, o come dicevano alcuni “diversa”, potevo pretendere ben poco da me stessa e subire un’esistenza squallidamente pigra.
Persino mamma voleva che mi accontentassi.”Riesci a camminare e parlare, un pò male? Non importa.” In me vedevano soltanto il mio handicap ed io ascoltavo quelle inutili parole, spezzarmi il cuore. Dei perfetti estranei mi umiliavano ovunque andassi, non potevo correre né giocare come gli altri bambini, e loro mi escludevano da qualsiasi divertimento.

L’orgoglio della guerriera urlava la sua collera e il bisogno di riscattarsi agli occhi del mondo che la rifiutava. 
“Nessuno sà chi sono, ne chi diventerò!!”. Questa convinzione mi costava sudore, grida e lacrime per riabilitare il corpo, e far pace con le brutture del mio aspetto esteriore.
“E che dire del mio linguaggio impreciso?” Un motivo di rabbia crescente, un’altra fatica si aggiungeva ai miei obblighi impellenti. Esprimermi male? Un peso insopportabile, più del  camminare in maniera sbilenca e la riabilitazione linguistica, significava poter migliorare. “Sentir dalla mia bocca le lettere distorte?” “Noooooooooooooooo!!!”

Avevo compiuto otto anni e quelli furono i miei momenti peggiori, anni di rabbia distruttiva. Si, perchè mille terapie con sottomissioni fisiche e psicologiche non bastavano a rendermi soddisfatta. Io volevo essere indipendente e non sapevo neppure spegnere le candeline.
Ma l’incubo peggiore era la lettera U, tutta colpa di un muscolo facciale compromesso, le labbra non emettevano quel suono, che diventava una O ed io mi infuriavo, mentre lo specchio pareva deridermi, diventando il mio persecutore, mi imponeva spudoratamente il riflesso dell’imperfezione.
“Maledetto specchio !!”
Io vedevo in lui le smorfie del mio viso, quel tentativo fallito di pronunciare la terribile U. Sentivo dentro il ruggito di una tigre e quello specchio lo avrei spaccato con uno sguardo e schiacciato i suoi cocci sotto i piedi. Una lettera,un pò curva con le gambe all’aria, capricciosa mi toglieva il sonno, assurdo scriverla così bene e non saperla pronunciare, ma io volevo dovevo acciuffarla, mai darla vinta ad una stupida e innocua letterina.
“Un giorno sarai mia, piccola U” (Lo dicevo sotto voce e immaginandomi vittoriosa ridevo all’improvviso).

Mi rifugiavo nello studio o nella musica e mi scoprivo intelligente, ma nella scrittura, lì, mi sentivo felice invincibile. Scrivevo tante lettere, inventavo molte storie il mio mondo si nutriva di parole di quella conoscenza verbale che se ne fregava dei miei limiti e così ogni tanto scordavo il dolore, trovando la fantasia, i colori e l’allegria che avevo dimenticato di poter provare. Già, infondo ero una bambina e volevo ancora giocare. I miei amici erano quattro. Sì, proprio quattro!! Contati sulle dita. Gianluca, Umberto, Luisa e UUU !! Mi ronzava sempre intorno come una mosca fastidiosa e allora inventai un gioco infallibile. “Cambia la vocale.”
Così i tre bambini li chiamavo Gianni, Alberto e Loisa, loro ridevano a crepapelle, eppure io ogni volta temevo di offenderli. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto, mio zio si chiamava Maurizio, trasformato immediatamente in zio Mannanna. Fingevo che il gioco mi divertisse, ma non poteva durare in eterno. “A ciascuno toccava il proprio nome” Io, Giusi, diventavo Giosi, un nome carino, ma non il mio.

Come acciuffare la U in fuga?  “Mission Impossible, ma io dovevo catturarla e socchiuderla tra le mie labbra per appropriarmi finalmente della mia identità. La terapista mi propose un esercizio nuovo, a suo avviso l’unico metodo per allargare quel muscolo ribelle e lo definiva l’ultimo tentativo prima della resa e per di più dolorosissimo. Mi strofinava uno spazzolino sulle labbra, forte, troppo forte, urlavo dal dolore inaudito, disumano e lei ripeteva con freddezza. “Vuoi parlare? Beh, sopporta senza frignare.”
Un mese dopo urlavo a squarciagola quella maledetta UUUUUUUUU !!!!. 
Ne uscivo vincitrice, felice che quelle frasi pasticciate trovassero un senso compiuto. Oggi sono una donna, le difficoltà non mi mancano, però sorrido allo specchio. Non mi vedo più, brutta e sfigata, ma una persona consapevole dei fallimenti subiti e fiera dei traguardi raggiunti. 
Sono una lottatrice vincente, guerriera impavida o tale voglio apparire.”Meglio essere ammirata che discriminata!!”

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Giusi

A proposito di Giusi

Sono una donna single di trentanove anni, ma in me vive ancora lo spirito gioviale di una bambina curiosa. Non mi ritengo infantile ne poco realista, perchè il dolore lo conosco da sempre, ma oggi lo vivo in modo consapevole come fosse un amico. Può rivelarsi estenuante affrontare una dipendenza fisica dalle altre persone, perchè c'è sempre qualcuno a limitare la voglia di agire e di essere. Forte di quell'esperienza scioccante che mi ha spezzato l'anima un milione di volte, a quella bimba ho insegnato ad asciugarsi le lacrime e diventar donna. Osservo, scovo e domando, sono una piccola ficcanaso dalle buone intenzioni. Mi definisco una raccontastorie, vivo di emozioni a fior di pelle. Un concentrato di pregi, difetti e qualche volta estremi. La bellezza che cerco è dentro me, poichè ciò che resta intorno è un goffo tentativo di vivere, come una funambola a un passo dal cadere nel vuoto. Io voglio aiutare con la mia presenza di spirito, con un ascolto costante e con parole misurate, mai invadenti, perchè anche il cuore più duro si scioglie davanti a un amore discreto.

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