{"id":3776,"date":"2017-05-10T00:31:42","date_gmt":"2017-05-09T22:31:42","guid":{"rendered":"http:\/\/alidiporpora.it\/?p=3776"},"modified":"2017-05-10T00:31:42","modified_gmt":"2017-05-09T22:31:42","slug":"la-rincorsa-normale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/alidiporpora.it\/index.php\/2017\/05\/10\/la-rincorsa-normale\/","title":{"rendered":"La rincorsa per essere normale"},"content":{"rendered":"<div class=\"quoted-text\">Dove eravamo rimasti? Ah, s\u00ec, il mio ingresso in prima elementare. Dopo <a href=\"http:\/\/alidiporpora.it\/uninnocente-spensieratezza\/\">l\u2019asilo<\/a>, culla dell\u2019innocente spensieratezza, arriv\u00f2 il periodo in cui ogni bambino inzia a muovere i suoi primi passi nel mondo reale.<br \/>\nRicordo che il giorno prima del primo giorno di scuola non ero per nulla agitato, credo perch\u00e8 il mio inconscio pensasse che fosse tutto uguale all\u2019asilo, quindi ero davvero tranquillissimo, ma tutto cambi\u00f2 quando, poco dopo esser entrato in classe, mi ritrovai subito seduto in prima fila, con mia madre in piedi al mio fianco, mentre le maestre ci davano il benvenuto e iniziavano a spiegarci il programma scolastico. Di tanto in tanto mi giravo, riconoscendo visi familiari, bambini di altre classi dell\u2019asilo o vicini di casa, ma non c&#8217;era nessuno di davvero amico. Mi sentivo solo, guardavo spesso mia madre, facevo fatica a capire ci\u00f2 che dicevano le maestre, tanto che nella mia mente iniziarono a frullare i pensieri pi\u00f9 disparati, fatti di domande e riflessioni. Percepivo il peso della mia diversit\u00e0 dagli occhi degli altri genitori e coglievo l\u2019imbarazzo che avevano le maestre a comunicare con me per farsi capire, non erano affatto preparate.<br \/>\nScopr\u00ec poi che mi era stata assegnata un&#8217;insegnante di sostegno, per pochissime ore alla settimana, e per carit\u00e0 ora che ci penso Lei era bravissima, ma non preparata al sostegno di un bambino sordo. Passai il pomeriggio col terrore di tornare a scuola, mi sentivo troppo diverso dagli altri, senza riuscire a capirne bene il motivo perch\u00e8 sentivo abbastanza bene e sapevo parlare. Ma allora cosa mi rendeva diverso?<br \/>\nFortunatamente, la mattina dopo mi svegliai tranquillo, un pregio questo che mi accompagna ancor oggi, nonostante abbia trascorso una notte tormentata mi sveglio sempre col sorriso. Andai a scuola convinto di me stesso, almeno fino a quando, varcando la porta della mia classe, mi ritrovai tutti gli occhi addosso, puntati dritti alle mie orecchie. Misi la mia mano proprio l\u00ec rendendomi conto che erano proprio le mie protesi a rendermi diverso dagli altri, Io che per sentire dovevo prima usare l\u2019interruttore per spegnere e riaccendere l\u2019apparecchio e la rotella per aumentare e diminuire il volume. Tutti i miei dubbi erano svaniti, la verit\u00e0 era davanti ai miei occhi. Seguii poco la lezione, la mattinata vol\u00f2 velocemente e tornai a casa a giocare. Giocando riuscivo finalmente a riflettere, nella mia stanza magica, da solo, essendo figlio unico, potevo trovare la soluzione.<br \/>\nMan mano che i giorni passavano capivo di avere difficolt\u00e0 a capire quello che diceva la maestra quando si girava di spalle verso la lavagna, ero supportato dalla maestra di sostegno solo quando raramente poteva assistermi, &#8211; dicevano che ero in gamba a farcela da solo -, ed i miei compagni erano troppo piccoli per capire come aiutarmi, ancor pi\u00f9 perch\u00e8, vedendomi diverso, non avevamo ancora instaurato un feeling.<br \/>\nCercavo di stare al passo dei miei compagni, anche se non amavo molto studiare facevo il possibile per non sfigurare, ma qualsiasi cosa accadesse a me veniva amplificata. Intanto i miei pomeriggi trascorrevano tra partite di calcio con i miei migliori amici, &#8211; loro s\u00ec che mi consideravano tale -, e la logopedia.<br \/>\nUn giorno qualcosa cambi\u00f2, proprio durate l&#8217;ora di educazione fisica, quando intenti a giocare a pallone, fui il primo a correre come un matto, dimostrando tutto il mio talento. Da quel giorno gli sguardi strani iniziarono a cessare, arrivarono le prime pacche sulla spalla, i primi batticinque, i primi sorrisi.<br \/>\nQuello stesso giorno, a fine lezione, arriv\u00f2 la fatidica domanda: &#8220;CHE COS&#8217; E\u2019 QUELLA COSA CHE PORTI TRA LE ORECCHIE?\u201d Imbarazzato e confuso non sapevo cosa rispondere, ma il mio sistema automatico di difesa personale mi port\u00f2 a dire che era un walkman personalizzato, grazie al quale ero l&#8217;unico a poter ascoltare la musica. Alla mia risposta seguirono esclamazioni di stupore: &#8220;WOOOW, CHE FIGOOOO, LO VOGLIO ANCHE IOOOO!!&#8221; Tirai un sospiro di sollievo, anche questa era andata.<br \/>\nTrascorsero cos\u00ec quei primi anni di scuola, anni nei quali imparai a condividere le mie difficolt\u00e0 e durante i quali strinsi nuove amicizie.<br \/>\nRicordo che in terza elementare ci assegnarono, come compito di Natale, una poesia da inventare e sebbene io non ero tra i migliori ne inventai una di colpo, in soli 5 minuti. La maestra di italiano appena la lesse corse subito dal preside, e poi a leggerla in ogni classe. La lesse perfino nella serata del canto natalizio davanti a tutti i genitori, dicendo a tutto il pubblico quanto ero speciale. Fui orgoglioso, mi sentivo normale, felice.<br \/>\nDopo la terza elementare, l&#8217;audiovestibologia costru\u00ec uno speciale prototipo di microfono, appositamente per me, che la maestra indossava e che io, con una speciale levetta, postavo nel canale uditivo ad esso collegato. Grazie a questo speciale aggeggio elettronico non solo riuscivo a sentire chiaramente la voce della maestra, ma non ebbi pi\u00f9 bisogno della maestra di sostegno.<br \/>\nI compagni erano gasati, insieme inventavamo delle interviste, copiavamo i conduttori di Sanremo, o dello Zecchino D\u2019oro. E se per caso la maestra usciva in corridoio, dimenticandosi di toglierlo, sentivo perfettamente ogni cosa che diceva e al suono dei suoi passi, poco prima che tornasse in classe urlavo: &#8220;ARRIVAAAA!!&#8221; E tutti al loro posto! Mi sentivo davvero un figo!<br \/>\nEra uno strumento prezioso, che mi aiutava, seppure non risolveva al cento per cento tutte le mie problematiche.<br \/>\nIn quinta elementare invece, agli esami di fine anno, nella verifica di matematica, che io odiavo tanto, insieme alle espressioni, risolsi con una semplice operazione, sotto lo stupore della maestra di matematica, con cui avevo un rapporto di amore e odio, un particolare enigma, prendendo il voto pi\u00f9 alto, mentre gli altri si scervellarono per risolverlo. Quando uscirono i risultati degli esami ero felicissimo. La mia promozione valeva almeno il triplo per tutti gli sforzi che avevo fatto per rimanere allo stesso passo dei miei compagni. La sordit\u00e0 mi aveva permesso di tirare fuori un caratterestica fuori dal comune, la volont\u00e0 al sacrificio. Mi sentivo davvero speciale.<\/div>\n<div class=\"quoted-text\">In quei cinque anni ebbi la fortuna di avere sempre le stesse maestre, che impararono a conoscere me e i miei genitori, di avere una logopedista veramente eccezionale, di avere dei genitori premurosi, che facevano filare tutto liscio, e dei compagni che col tempo capirono il mio handicap uditivo, senza farmelo pesare, aiutandomi, permettendomi perfino di copiare i loro appunti, ed offrendomi sempre il loro supporto.<br \/>\nMa, l\u2019argomento della lingua dei segni, che usavano i miei genitori, non mi entrava n\u00e9 nella testa n\u00e9 nel cuore, non riuscivo a capire il vero bisogno di impararlo, anche se automaticamente li capivo, come se l\u2019avessi nel DNA.<\/div>\n<div class=\"quoted-text\">Ma come tutte le cose belle quei cinque anni trascorsero troppo velocemente, era ormai tempo del mio ingresso alla scuola media&#8230; &#8230;<\/div>\n<div class=\"quoted-text\">Dori Mauro<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dove eravamo rimasti? 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