Il buio delle lampadine spente

Ammetto che il mio senso del dovere ha gestito la mia vita molte volte. L’unica consolazione è il sapere di non essere stata l’unica ad essersi lasciata gestire. Facciamo spesso cose che in realtà il nostro io non si sognerebbe mai di fare. Dichiariamo scelte e decisioni che sono il risultato di anni passati a dire “sí”: perchè volevamo farci amare, volevamo sentirci esatti. Così finiamo per essere bugiardi con gli altri e con noi stessi. Ci facciamo del male credendo che, l’approvazione di chi ci circonda, farà passare velocemente il dolore della stretta allo stomaco che proviamo ad ogni parola falsa che abbiamo consapevolmente deciso di pronunciare o non pronunciare.
Il mio senso del dovere, per esempio, mi diceva che bisognava fossi perfetta. Non per me, che della parola perfezione non conoscevo neanche il significato, ma per gli altri. Avrei dovuto avere quindi una personalità multipla e capire con estrema abilità quale, tra le mie tante me, avrebbe reso felice la persona che avevo di fronte. L’ho fatto almeno una volta con tutti: cambiavo abito indossandone uno che era sempre della misura sbagliata.

La disabilità, non solo la propria ma anche quella di chi ci sta accanto, è uno dei tanti avvenimenti che può accendere o spegnere parti di noi. Io non lo so cosa si prova ad essere disabili dalla nascita, so cosa si prova quando lo si diventa solo dopo, inaspettatamente. Conosco l’incredulità, quella che si prova nel vedere e sentire un corpo giovane comportarsi come se fosse vecchio e stanco. Conosco la sofferenza, quella che non si ascolta mai per più di mezz’ora alla volta. Quella che si tiene buona, nascosta dentro un cassetto da aprire solo ogni tanto. 
So che all’inizio, tutto quello che siamo ci acceca. Sentiamo di essere niente e in questo niente, finiamo per voler essere tutto. Ci troviamo in una stanza piena di luci e malgrado gli occhi brucino, dobbiamo continuare a guardarle per capire cosa di noi vale la pena tenere acceso. Una volta scelto, alcune delle luci andranno ad intermittenza, proprio come le lampadine che stanno per fulminarsi. Poi, se lo vogliamo davvero, il buio.

Non credo nell’esistenza di un solo tipo di buio. Esiste il buio che fa bene e quello che fa male. Quello in grado di  mettere ordine e quello che dà la scusa per continuare a scavare, e trovare un punto più profondo dove nasconderci. Esiste il buio nel quale ci si può muovere riuscendo ad evitare tutti gli ostacoli e quello dentro al quale si va perennemente a sbattere contro qualcosa. Qualsiasi esso sia può durare un attimo o molto di più.
Il buio delle lampadine spente però, quel buio, indica spazio. Ed è lo stesso buio che mi mette una mano sulla spalla quando abbasso gli occhi mentre, seduta sulla sedia a rotelle, qualcuno mi sta fissando. Non lo faccio perché mi feriscono, non tutti gli sguardi fanno male. La maggior parte non ha un sapore, una sensazione, o un perchè. Non ti fanno venir su neanche quel po’ di nazismo necessario a farti venir voglia di fulminarli con un, “ma che cazzo guardi?”.  Non ti lasciano nulla di buono e nulla di cattivo. In realtà abbasso gli occhi solo perché seduti su quelle quattro ruote, capita di sentirsi impotenti o in trappola, e non voglio che qualcuno se ne accorga.
E quel buio, quello delle lampadine spente, vuole dirmi che lui esiste per fare posto ad una lampadina accesa. Ad una lampadina che dica che non serve abbassare lo sguardo, perchè ci guarderanno sempre per un motivo o per un altro, e tanto vale alzarli gli occhi che quelli dicono ciò che sei veramente e non quello che senti di essere,  e sono  belli, anche quando non vedono.

 

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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