Gabbie, mostri sociali e mostri veri

Tutto ha avuto inizio da una considerazione emersa durante la conversazione con un amico. Parafrasando lo scrittore Andrea De Carlo, Davvero  dopo i 25 anni il romanticismo diventa “tecnica di seduzione”? Strategia “finalizzata a…” e  non qualcosa di spontaneo che sgorga dal cuore? Ma  poi i pensieri vanno  oltre allargandosi  come  i  cerchi concentrici creati su una superficie d’acqua dal rimbalzo di un sasso. Increspature e frammentazioni di una superficie apparentemente solida e liscia. Ci ritroviamo quindi a chiedere a noi stessi se esista anche una strategia per esorcizzare la paura della diversità, in qualunque forma essa si incarni.

Ed eccoci qui con nuovi,”inquietanti”, dubbi. Nelle nostre scelte relazionali quanto siamo condizionati dai modelli sociali, dalle altrui aspettative, quanto ci facciamo cucire etichette addosso che interiorizziamo così tanto da renderle delle aspettative nostre?.
Aspettative che assomigliano al Dio del filosofo Feurbach (cui poi si sarebbe rifatto Marx), creato dagli esseri umani per ragioni di controllo sociale, ma di cui poi si perde coscienza delle  origini e viene avvertito come un essere superiore e trascendente cui assoggettarsi. Così scegliamo di assoggettarci, più o meno consciamente, alle nostre paure,   quelle più ataviche, di cui nonostante secoli di alterne vicende tra evoluzione ed “involuzione” culturale, ci trasciniamo dietro l’oscuro retaggio. Un po’ come accadeva con le pesanti catene che si trascinava dietro l’anima del socio di Sgrunch in “Canto di Natale”.

Perchè ancora adesso quando ci rapportiamo a chi è diverso e porta impressa nel corpo la sua diversità, incarnata in una forma differente da quella “ben accetta”, come avviene nel caso delle persone con disabilità, la neofobia, ossia la paura del nuovo, di ciò che è sconosciuto o meno conosciuto, ci fa tornare in mente quei “fiori difettosi” che pure abitavano il giardino terrestre, elaborato da Antonio De Torquemada, ed ancora quei  “mostri che se Dio li ha creati allora è meglio cercare di  ricavarne qualcosa di utile”, pensiero espresso da Michel de Montaigne.  Così terribili  per l’immaginario collettivo, prima ancora che per la vista, da essere prima oggetto di  soppressione fisica e poi di eliminazione sociale, condannati al  confino in istituti specializzati o costretti comunque a vivere in  una  zona  d’ombra,  in bilico tra una vita ed una non vita, costante monito per le  coscienze dei “sani” (come ricorda attraverso un’interessante analisi storico – sociologica Claudio Roberti nel suo libro L’uomo A-vitruviano, che non a caso rappresenta l’uomo le cui dimensioni, proporzioni e sembianze sono una beffa all’uomo perfetto ipotizzato da Vitruvio e rappresentato da Leonardo nel suo “Uomo a tre dimensioni”).

I mostri fanno  paura, dunque, ma a livello  relazionale ed  emotivo non si può non chiedersi quanto per sfuggire ai “mostri”,  perchè etichettati così da una certa compagine sociale (famiglia, amici, coro di sfondo… perfino) finiamo per incappare in mostri autentici e terribili, che ci sconquassano emotivamente, ed in più perdiamo l’occasione di vivere “una grande bellezza”. 
Quando per avere una vita  all’apparenza “socialmente felice e serena”, ci rinchiudiamo in una gabbia adagiandoci in un’autentica infelicità? Quanto le nostre e le altrui fragilità, paure, chiusure  all’inconsueto, al non noto e familiare (che ci arrivano anche di riflesso, per una sorta di effetto boomerang), dettano i tempi, i modi e le possibilità che concediamo alla nostra esistenza, precludendoci, nei fatti, la sfida di vivere davvero, “navigando contromano” ed a vista, nel mare delle scelte possibili? Quanto il rimanere legati agli schemi sociali di riferimento, credendoli monoliti, intoccabili, immutabili perchè insiti nell’ordine naturale delle cose ed in quanto tali incontrovertibili, ci fa chiudere gli occhi sulle nostre reali possibilità? Quanto quelle caratteristiche di “desiderabilità sociale”, quella normalità ricercata negli altri, che fa da specchio ad una nostra normalità vera o presunta, sinonimo di accettazione da parte del contesto di appartenenza, rende i nostri occhi e la nostra coscienza ciechi anche se spalancati?

E’ il nostro Eyes Wide  Shut da cui ci salveremo, forse, quando avremo il  coraggio  di ammettere, a noi stessi ed agli altri che “La Paura è bugiarda”, una bella espressione che prendo a prestito  dalla scrittrice Tiziana Beato. 

Tania Sabatino

 

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Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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