Vacanze libere

L’alba vivida con le sue spennellate di poesia e sfumature di stupore.

Sole nel cielo, luce sui monti permea le pianure color del grano.

Bellezza ed energia, è l’estate la stagione magica, dove tutto è più bello, anche il cibo cambia gusto ed è più buono, specialmente sotto l’ombrellone.

Le mie vacanze sapevano di cocco e di frittate, l’aria profumava di mare mantecata di crema solare.

Le risate riecheggiavano nel gommone di famiglia che sobbalzava tra le onde …  l’unione fa la forza e per me era così, la gioia di stare insieme mi faceva sentire forte e libera.

Mezz’ora giocando a mare tra spruzzi e risa bastava a farmi dimenticare di non saper nuotare, o di non poter giocare a racchettoni con mia zia e gli altri cugini, perfino Stella “il nostro cane “ giocava meglio di me che non mi reggevo bene in piedi e finivo per affondare con le scarpe nella sabbia e poi giù per terra. Meglio star seduta.

Potevo farmi male, mia madre si ostinava a ricordarmelo. Ai bambini capitava di sbucciarsi le ginocchia, ma continuavano a giocare senza troppa apprensione. Anch’io me ne sarei fregata delle piccole ferite, o di qualsiasi impedimento, ed avrai seguito i miei coetanei gattonando fino alla riva per terminare la gara dei castelli di sabbia più alti, ma ahimè, per ogni graffio subivo l’ispezione familiare.

Tutta colpa del mio camminare sbilenco, un difetto di nascita che tutti chiamavano con svariati nomi. PROBLEMA, DISGRAZIA, HANDICAP o DISABILITA’ che dir si voglia.

Parole irripetibili, una peggiore dell’altra … ripeto, a me non fregava nulla di camminare poco e male, io volevo solo far le cose che mi piacevano spontaneamente, come ogni bambino, ma di fatto le paure di mia madre relegavano le mie estati sotto l’ombrellone tutte le volte che cercavo di muovermi in modo autonomo. Stop, io dovevo spostarmi solo in compagnia, imperativo cronico e ineluttabile.

Lei voleva proteggermi dai pericoli e dagli sguardi indiscreti, le sue convinzioni sbagliate mi facevano sentire spiata dal mondo, posandomi addosso un alone di pregiudizio visibile solo alla sua forma mentis.

All’ombra di una sdraio le estati passavano ed io diventavo osservatrice degli sguardi altrui, mi chiedevo se le persone fossero felici o se dietro i sorrisi e la libertà di movimento provassero un dolore invisibile, anche se a me parevano star bene.

Correvano, si tuffavano e mangiavano ghiaccioli chiacchierando sereni, poichè l’estate è spensierata e i dolori si rimandano a settembre. Parola d’ordine: godersi la bella stagione.

Beh, per me questo trucco non è mai valso, anzi, l’estate ha sempre acuito i miei stati d’animo perché mi obbligava al confronto diretto o per meglio dire al dovermi scontrare con gli ostacoli materiali del vivere la disabilità, peggio che in altri periodi dell’anno.

“Fare un tuffo?”

Impossibile, ma almeno arrivare a bagnarmi i piedi in riva al mare sarebbe stato fattibile se in spiaggia ci fosse stata una pedana in legno lunga fino al mare e munita di corrimano, allora si, mi sarei sentita fisicamente abile e uguale agli altri bagnanti.

“ Che dire poi, come farmi una doccia al lido?”

Pura utopia, nessun assistente ad accompagnare i disabili, tanto meno un bagnino che si prendesse la responsabilità di tuffarsi con me per sorreggermi, quindi autonomia zero.

 A meno che assistiti dalla famiglia per noi con varie disabilità le vacanze non esistevano, erano una parola vuota.

Le prime vacanze veramente accessibili per gente con disabilità mista, le così dette colonie, iniziarono circa 30 anni fa su iniziativa di alcuni centri di riabilitazione che fornivano braccia volenterose e mezzi di trasporto.

Se fossero operatori stipendiati dei servizi sociali o semplicemente volontari io non so, ma fu un’esperienza indimenticabile, un ricordo gioioso, durato qualche anno.

Si andava al mare per una settimana, e l’anno successivo una settimana in montagna a visitare i boschi della Campania a giocare e raccogliere castagne. Quelle si che erano vacanze, divertirmi senza stress, piccola felicità dei miei dieci anni.

Quante onde mi hanno bagnata e sommersa, quanto sale ho bevuto, ma son sempre risalita a galla. Oggi ho 40 anni e le mie estati ora sanno di granita  “mezza con panna”, profumano di brioche, di menta e rosmarino e i tramonti sono infuocati in terra di Sicilia, la mia seconda patria.

Il sistema sociale è cambiato in questi anni e per certi aspetti peggiorato, ai servizi per disabili si destinano scarsi investimenti e quando ci si avventura in città si sbatte letteralmente contro i gradini troppo alti degli uffici e si cammina su strade dissestate perchè almeno a Messina le barriere architettoniche e culturali sono ben evidenti.

“ Siamo in brutte acque” a proposito di vacanze.

La vecchia colonia è ribattezza Grest, ancora esiste e resiste fortunatamente e le spiagge sono parzialmente attrezzate con sedie Job che galleggiano in acqua, salvagenti e assistenti volontari, che mi auguro possano essere assunti e retribuiti, soprattutto gratificati, perché ci permettono una libertà d’agire che altrimenti immagineremmo soltanto.

La strada è ancora lunga per definirle vacanze libere, però le menti ormai sono aperte e propositive.

Risuonano le parole di mia madre “insieme si può”. Aveva ragione, lo ammetto, ed anche se allora le trovavo limitanti, sono parole sagge e spesso le buone idee vengono da un pensiero semplice.

Buone vacanze amici, vacanze libere in un certo senso, o perlomeno accessibili a tutti!

 

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Giusi

A proposito di Giusi

Sono una donna single di trentanove anni, ma in me vive ancora lo spirito gioviale di una bambina curiosa. Non mi ritengo infantile ne poco realista, perchè il dolore lo conosco da sempre, ma oggi lo vivo in modo consapevole come fosse un amico. Può rivelarsi estenuante affrontare una dipendenza fisica dalle altre persone, perchè c'è sempre qualcuno a limitare la voglia di agire e di essere. Forte di quell'esperienza scioccante che mi ha spezzato l'anima un milione di volte, a quella bimba ho insegnato ad asciugarsi le lacrime e diventar donna. Osservo, scovo e domando, sono una piccola ficcanaso dalle buone intenzioni. Mi definisco una raccontastorie, vivo di emozioni a fior di pelle. Un concentrato di pregi, difetti e qualche volta estremi. La bellezza che cerco è dentro me, poichè ciò che resta intorno è un goffo tentativo di vivere, come una funambola a un passo dal cadere nel vuoto. Io voglio aiutare con la mia presenza di spirito, con un ascolto costante e con parole misurate, mai invadenti, perchè anche il cuore più duro si scioglie davanti a un amore discreto.

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