È permesso?

Permesso?
A ciascuno di noi è capitato di pronunciare questa parola, una sorta di gentilezza che nasce e subito muore, ma che con sè porta un sentimento di grandissimo rispetto verso colui o colei al quale è rivolta. Ci viene insegnata fin da piccini, insieme ad altri piccoli ma non meno importanti dettami, diventando un’abitudine, una buona abitudine direi, una volta adulti.
Muovendo le fila di ogni grazie o scusa che pronunciamo la buona educazione permea il nostro vivere.
Io stessa chiedo sempre permesso, spesso mi scuso, anche per atteggiamenti che razionalmente sono conscia non dipendano dalla mia volontà, o per un ipotetico disturbo che credo di aver arreccato con una delle mie tante, a volte insolite, richieste, e non dimentico mai di ringraziare, perchè credo fermamente che nulla sia dovuto, quand’anche di un sentimento si tratta. Non riesco ad immaginare un altro modo di pormi, nè credo potrò mai rinnegare questo mio fare. Si potrebbe pensare che infondo ciò che mi preme davvero sia il rispetto delle buone maniere. Un’educazione di facciata insomma, quella dell’apparire, ma è davvero tutto il contrario!
Questo mio sentire, che a molti appare come l’ennesima dimostrazione di quel rigore che troppo spesso mi impongo, di quella leggerezza che a volte dimentico, è qualcosa di imprescindibile per me, ed ammetto che in nome di quel rigore spesso infliggo a me stessa una fortissima sofferenza, creandomi grandissime aspettative.
Sebbene io non pensi nemmeno lontanamente che chi mi circonda debba riservare a me la stessa attenzione, la medesima delicatezza non posso negare che rimango senza parole difronte alla totale mancanza di rispetto di chi spesso accostandosi alla mia vita crede che tutto gli sia concesso. Una sorta di pretesa, in termini di opere e perfino di atteggiamenti, e anche se d’indole dono sempre molto di più di quanto ricevo, e non perchè mi aspetti nulla in cambio ma sempre per una di quelle mie strambe convinzioni che mi portano a credere che a nulla vale un vivere speso unicamente per se stessi, ciò non presuppone che io conceda o peggio permetta in modo tacito di calpestare i miei sentimenti, o di mancarmi di rispetto. Anche in questo la malattia ha rappresentato uno spartiacque decisivo.
Se prima non davo peso ad un apparente grazie che veniva a mancare, o a quel mi dispiace, forse dovuto, ma stranamente lasciata al silenzio oggi sento crescere in me un sentimento di rabbia prima e di grandissimo dispiacere poi, perchè oggi qualsiasi mio gesto comporta un impegno spasmodico, una vera lotta con me stessa e con tutti i miei limiti, ai quali testardamente non permetto di fermarmi, e che costantemente sfido. Credo sia proprio per questo che inevitabilmente sento crescere in me una fortissima rabbia quando mi accorgo che il mio agire è dato per scontato, come fosse ovvio, non meritevole di gratitudine. Allo stesso modo provo dispiacere, misto a quella tristezza che è difficile da spiegare, per il totale disinteresse che ormai vizia ogni sentimento e di conseguenza ogni rapporto.
Annebbiati infatti da mille, e mi permetto di dire, inutili e cattive abitudini diamo per scontato che l’altro sia sempre disposto ad accettare quelle che possono apparire piccole e banali dimenticanze.
Ma se ciascuno di noi si sforzasse di fermarsi a pensare a quanto un grazie, o un semplice mi dispiace possa fare la differenza non si avrebbe la speranza di vivere rapporti più veri e sinceri? E non è proprio un rapporto vero e sincero la base dalla quale partire quando il dolore bussa prepotentemente alla tua porta?
Erroneamente si crede che sia proprio il dolore a garantire l’esistenza di questo delicato sentire, mai illusione più grande!
Il dolore e la malattia disarmano, portano la persona che si ritrova a sperimentarli, anche se non direttamente, a scoprire una vulnerabilità che non vogliono affrontare, ferite intime e personali che ciascuno custodisce dentro se’ ma che non accetta, che finiscono con l’intaccare anche i rapporti con l’altro.
Il dolore altrui diventa uno specchio, la cui luce riflessa finisce con l’illuminare quel vuoto che si tenta di nascondere.
La malattia mi ha permesso di comprendere che spesso non è il mio dolore a fare paura, ma la luce che nonostante tutto i miei occhi sprigionano. La mia voglia voglia di vivere spaventa, la mia forza disarma. È un grido assordante il mio, impossibile da ignorare che smaschera il vuoto dell’animo di chi mi circonda.
Non si tratta quindi di cattiva educazione, bensì di una mancanza altrui profonda, incolmabile. Oggi so di non dovermi più scusare con chi non lo merita, con chi cieco non vuole vedere il mio dolore perchè troppo spaventato dal suo, e ancora di non voler più considerare una dimenticanza ciò che invece non è nient’altro che menefreghismo.
La malattia mi ha portato a scusarmi e rigraziare ancora di più di quanto io già non facessi, ma anche e sopratutto a comprendere quanto importante sia che ciò venga riservato anche a me.
Una pretesa benevola, lontana dalla presunzione ma qualcosa di dovuto perchè ogni anima merita questo rispetto, e allo stesso modo mai si dovrebbe sottrarre nel donarlo. Ogni anima, a prescindere dal proprio dolore, merita autenticità e premura, perchè l’anima altrui è un luogo in cui entrare in punta di piedi, con delicatezza. 
Una visione forse utopica, ma una cosa è certa: mai smetterò di pronunciare queste piccole ma straordinariamente grandi parole, e ancor di più mai smetterò di chiedere è permesso?

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *