Diversi, o forse simili?

Noi, sì insomma noi disabili, di cose da raccontare ne avremmo tante, spesso però anche un semplice “Che fai?” si trasforma in un interrogativo non necessario, svilito dalla convinzione del nostro interlocutore che la nostra sarebbe una risposta che parlerebbe solo di dolore e del peso dei nostri limiti. Forse però questo pregiudizio sarebbe facilmente scardinabile se quella convinzione venisse sostituita dal desiderio dell’altro di ascoltarci veramente, ma perchè ciò accada egli si dovrebbe porre al pari della nostra dimensione. Attenzione, non ho detto nella nostra dimensione, No! Ho proprio detto “al pari”. Pensando erroneamente che non vi sia altro presupposto da cui partire, chi sceglie di accostarsi a noi finisce con il commettere un errore di cui però non pagherà mai le conseguenze, lasciandole cadere invece interamente su di noi. Non a caso ho scelto un interrogativo apparentemente così banale, come un semplice “che fai”. Esso muove infatti un interesse che presuppone una volontà di ascolto, quella sana curiosità che permette all’altro di donarci attenzioni, il tutto in un’ottica di normalità. Purtroppo ciò non vale anche per noi. A noi quest’interesse, questa sana curiosità non è riservata, non così spesso almeno. Di noi si pensa come ad esseri che nel dire e nel fare ricercano attenzioni atte a soddisfare solo le nostre necessità. Uomini e donne la cui vita non susciterà grandi attenzioni, se non per rare eccezioni, che si rifaranno sì a qualcosa di ordinario, divenuto poi straordinario proprio perchè conquistato da un disabile. 
Se dovessi idealmente immaginare il muro che tristemente ci divide dal resto della società credo che guardando verso il basso ciò che vedrei – la solida base su cui poi si è eretto il paradigma del nostro essere Diversi – sarebbe un piccolo mattoncino, il mattoncino che fa capo al Bisogno. La lettera scarlatta di ogni disabile, perchè si da il caso che ogni gesto, ogni nostro passo sarà schiacciato dal suo peso. Una distanza insanabile quella tra normali e diversi, una dissezione irreparabile! E così per tutto, come nel brutto anche nel bello, per noi disabili ciò che davvero potrebbe rappresentare la normalità viene visto sempre e comunque come qualcosa di diversamente conquistato, come se tutto ciò che facciamo, desideriamo e viviamo sia diverso e malato. Agli occhi degli altri il nostro Io è la nostra diversità, in una costante imprescindibile ottica di bisogno, attorno a cui poi si snocciola la nostra vita, le nostre azioni e ogni nostro sentire. Ma se l’altro invece imparasse davvero ad ascoltarci privo di condizionamenti, nè più nè meno come qualsiasi altro essere umano, cosa accadrebbe? Ci si accorgerebbe di quanto il nostro essere diversi sia simile all’essere normali. Il mettersi al pari della nostra dimensione, prescindendo dalla nostra condizione di inabili, permetterebbe all’altro di scoprire che i nostri progetti, erroneamente considerati straordinari se conquistati, non sono altro che l’ordinario vivere di ciascuno, comune a tutti. Il nostro essere disabili, ogni nostro limite, è ciò che ci ha imposto la ricerca di una strada diversa da percorrere e questo è innegabile, ma non può e non deve giustificare la lotta a cui siamo stati obbligati per affermare i nostri diritti. Diritti formalmente riconosciuti, ma sostanzialmente negati. Se tali diritti invece fossero considerati ordinari e non straordinari non sarebbero più facilmente conquistabili? La volontà di tutelarci da parte di un Sistema però impreparato, limitato tanto quanto i nostri limiti, ci ha letteralmente travolti e schiacciati, obbligandoci a lottare contro insormontabili barriere architettoniche, assurdi cavilli giudiziari e ancor più contro un’ingiusta ghettizzazione posta in essere dalla società nei nostri confronti. Il nostro stato di inabilità contro uno Stato Disabile, una Società Disabile. Prendete il conseguimento di una laurea, l’ottenimento di un titolo formalmente riconosciuto, sarà visto unicamente come il bisogno di dimostrare le proprie capacità, nonostante i propri limiti, finendo poi presto dimenticato, e non invece come il normale divenire di una futura carriera lavorativa.
Si da per scontato il poter dare del tu ad un disabile, a volte perfino gli si parla per interposta persona, si pensa al suo chiamarsi Dottore, o Avvocato, come l’eccezione, ed ancora si crede non potrà mai diventare un ottimo genitore, considerandolo privo addirittura di un’identità sessuale. Questo siamo per i più! Paladini di guerre, combattenti in difesa di diritti inascoltati. Esseri dannamente rumorosi, sempre pronti alla denuncia. Ebbene sì, siamo anche questo, ma ancor prima siamo uomini e donne che nonostante il costante diniego che la società ci riserva, in risposta al silenzio assordante delle Istituzioni e nonostante perfino i nostri limiti, non smetteremo mai di credere che un giorno la nostra realtà sarà davvero vista da un’altra prospettiva, in un modo sì diverso, ma non dissimile da ciò che in questo folle vivere per tutti è la normalità. 

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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