Dimenticando il dolore

Chi sei tu per giudicare il mio dolore? Chi sei tu per tacciare la mia anima di ignobili accuse? Chi sei tu per scegliere deliberatamente di distruggermi? Nessuno!
Questi sono gli interrogativi che vorrei poter gridare fino a non avere più voce, queste le domande che vorrei porre a chi, come solo poche volte nella vita accade, mi ha deluso, accendendo in me un dolore sordo, difficile da ignorare. E questa è la risposta che darei: Nessuno, non sei nessuno! Perchè nessuno può essere libero di fare così tanto male, o dovrei forse usare il condizionale? 
Ci si affida, si ama, ci si dona per poi rendersi conto di aver commesso un grandissimo errore, o semplicemente di aver guardato per un attimo dalla stessa parte, gli uni accanto agli altri. Accade invece di scoprire che il seme di quell’amore non è mai germogliato davvero e non rimane nulla, nemmeno le briciole, nemmeno l’ombra di quel bene, ma solo vuoto, freddo, e quella sensazione di immobilità, che lascia increduli e sgomenti, incapaci di trovare una spiegazione, una giustificazione. E io una giustificazione vorrei tanto trovarla, ma non esiste. Credo si possa perdere solo ciò che si possiede, di cui ti è stato fatto dono. Non puoi perdere il nulla! Ciò che è vuoto, il vuoto, vuoto resta! Allo stesso modo puoi trovare una giustificazione, una logica a ciò che esiste, non a ciò che è frutto di una vergognosa bugia, che non esiste! Non posso però non chiedermi perchè nemmeno quando ci si accorge non essere rimasto più nulla non si riesca ad essere sinceri. Perchè accettare di prostituire il proprio animo, svenderlo pur di conservare l’illusione di essere puliti e nel farlo tacciare l’altro di colpe che non sono altro che fallimenti personali? Perchè? Perchè nel farsi grandi si sente di dover rendere piccolo l’altro? E perchè il dolore viene usato come giustificazione, inutile paravanto per esseri che finiscono prima o poi per perdere la maschera che indossano. Perchè a realtà già cariche di dolore, senza via di scampo si aggiunge altro dolore, altra cattiveria?
Questi sono i perchè che affollano la mia mente, privi di una risposta, ma tra i tanti ce n’è uno che si impone con forza, che una risposta la pretende! È un perchè che implica una scelta, che mi obbliga a fermarmi, e fermarsi significa accettare di sentire il dolore e con esso il peso delle parole dette, di quelle scritte, quelle stesse parole che un tempo erano l’ancora alla quale mi aggrappavo. Ma sia, accetto, e mi fermo ma davvero lascerò a questo macigno il diritto di schiacciarmi? Così eccolo risuonare forte nella mente: perchè? Perchè accettare un dolore non necessario, ingiusto, evitabile? I ricordi invadono la mia mente e si mischiano a tutti quei perchè, immagini di emozioni vissute, attimi di vita che credevo essere frutto del Vero, del Bene, dell’amore mi raccontano una storia che non mi appartiene più. Non una semplice storia, ma legami che credevo profondi, volti che hanno fatto parte della mia vita, anime che avevo accolto nel mio cuore. Ciò che credevo essere parte di un tutto che non è mai esistito!
Di rado ero entrata così nel profondo della sfera intima e personale del mio vivere, ma perchè scegliere di nascondere un dolore tanto grande se proprio il dolore, nello specifico quello che alla mia malattia si lega, è stato usato per scagliarmi contro uno degli attacchi più meschini che mi siano mai stati riservati? Ci metto la faccia, l’anima e il cuore! Ve lo presento io il mio dolore, decido proprio di sbatterlo in faccia a chi si è arrogato il diritto di giudicarlo perchè convinto di conoscerlo, di averlo percepito. “Il tuo sorriso non basta a nasconderlo” Nascondere cosa? Siamo certi che sia il mio sorriso “l’incapace”?
Lasciando ad altri la facoltà di puntare il dito, guardo unicamente a me stessa e ciò che vedo è il sorriso di una donna che ha imparato a sorridere, che ha accettato il rischio che si corre quando si sceglie di rimanere fedeli a se stessi, alle proprie idee. Vedo una donna capace di accettare i propri limiti, e nello scontrarsi con essi scegliere di farlo nel silenzio, preservando l’intimità che a un dolore si deve, lasciando intatta la sua dignità. Vedo una donna che accetta con orgoglio la sua diversità, ma che non accetta più il peso dell’inettitudine e l’ineguadetezza di chi con il proprio dolore non ha mai trovato il coraggio di fare i conti. È il mio dolore a spaventare o è la mia voglia di vivere, nonostante tutto e ancora, ad essere invidiata e troppo rumorosa? Qual è la mia colpa? Voler forse ridere, e ridere forte, davanti a quell’ago con il quale buco le mie braccia per guadagnare nuovi sorrisi? O forse ciò che infastidisce è l’apprendere che fino ad oggi ce l’ho fatta contando solo sulle mie forze e avendo al mio fianco solo chi della vita mi ha fatto dono? O magari a far paura è la mia determinazione, il percepire che io la paura di ciò che finisce e degenera riesco a guardarla dritta in faccia e a sfidarla? Cosa di me disturba a tal punto? Il rumore dei miei passi stanchi? Il mio gridare, il mio mostrare le emozioni, tutte le mie emozioni, quelle belle e quelle brutte? Il mio saper piangere? La mia capacità di amare? Vorrei davvero saperlo, vorrei davvero verità!
E a te che parli del mio dolore vorrei tanto chiederti: dov’eri nei miei lunghi viaggi? Dov’eri e dove sei quando il dolore mi toglie il respiro? Non c’eri e mai ci sarai, perchè io la vita non ho scelto di viverla nel dolore, io la vita la vivo festeggiando la gioia e nonostante il dolore ne faccia parte ho scelto di non condividerlo. Io devo proteggerlo, devo proteggermi da chi potrebbe usarlo per ferirmi ancora e ancora di più. Con il mondo io voglio condividere la gioia, i sorrisi, la mia libertà. Questo è il mio modo, è ciò che mi permette di godere del senso vero dei giorni “buoni”, perchè il dolore dei giorni “cattivi” mi ha insegnato a cogliere quegli attimi al volo, ha fatto sì imparassi a dimenticare. Io dimentico il mio dolore e colgo e accolgo la vita. Chi non ha mai provato la privazione che deriva dal non poter fare non potrà mai comprendere ciò che spinge chi non può a fare. C’è stato un tempo in cui mi ostinavo a spiegare, mi lasciavo coinvolgere e diventavo un fiume in piena di parole, oggi mi sono accorta di non avere più tempo, di non voler più raccontare. Io voglio vivere, voglio tempo, buon tempo, per vivere e non permetterò a nessuno di privarmene. Ci pensa la vita a rubarmi momenti, ci pensa la malattia a cancellare istanti, non posso lasciare ad altri questo potere. Non voglio! E a chi mi ha fatto male sento solo di dire, io posso perdonare i vostri gesti, le vostre parole, ma voi riuscirete mai a perdonare voi stessi? 

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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