Dialoghi tra pittura e scultura

Il dialogo tra opera e location: idee e materia in contatto in corpus carsico.

L’esposizione si snoda attraverso la Sala cosiddetta del Capitolo, accanto alla quale vi è la chiesa, che ne è ulteriore location, ed attraverso le due sale, poste l’una dentro l’altra, che costituiscono la Cappella di S. Bruno, fondatore dell’Ordine certosino.
Lungo la cosiddetta linea sacra, che si trova al centro della navata, prima tappa del corpo spirituale delineato dall’artista, cioè quella via che dal portone conduce all’altare, troviamo l’installazione denominata alfabetizzare la base. Essa è costituita da 26 lettere, a forma di mattonella, tratte dall’alfabeto inglese, che ripropongono l’uso, tipico delle antiche cattedrali e basiliche, di incastonare nel pavimento lettere dell’alfabeto greco e latino.
“ Le lettere – racconta lo scultore contemporaneo – sono trasparenti e sono realizzate attraverso l’impiego di un’ostia. La campitura e il quadrato, che formano la mattonella, sono dipinte di color rosso sangue”.
Alfabetizzare la base si riferisce sia al pavimento della navata, cosparso di lettere, sia alla necessità di coinvolgere l’essere umano, sin dalla più tenera età, in un processo educativo, che parte proprio dalle lettere, unità elementari che con le quali si formano le parole e con esse i libri tra i quali spicca, come sottolinea l’autore dell’esposizione, proprio la bibbia.
Utilizzando polvere e granelli di argilla secca, l’artista delinea un pentagono. Non a caso, sia il pentagono sia l’esagono rappresentano le strutture geometriche scelte convenzionalmente per indicare le basi azotate, all’origine del DNA e quindi della vita.
Sui cinque angoli, Auriemma pone cinque oggetti simbolici: un calice colmo d’acqua, simbolo di vita, visto che l’esistenza degli esseri viventi è resa possibile proprio grazie a questo elemento naturale e, inoltre, il corpo umano è composto per l’80% di acqua. Poi vi è un panetto di argilla che, impastata con l’acqua, diventa plasmabile. Proprio da essa, attraverso il soffio vitale, secondo le sacre scritture, ha avuto origine l’essere umano.
Ad un altro lato, incontriamo la parola Vie, dalla duplice accezione, visto che in italiano indica le strade della fede, un percorso iniziatico e di presa di consapevolezza, mentre in francese indica proprio la vita, come processo.
Infine, nel calice posto sull’ultimo lato, è contenuto dell’olio, ad indicare il rito che accompagna la fine del ciclo vitale: l’estrema unzione.
Sull’altare troviamo cinque tamponi inchiostranti posti in teche di cristallo, il cui coperchio è aperto per rendere visibile uno specchio al loro interno: è il corpo letterario. Ogni timbro, infatti, viene utilizzato per vergare un verso, in tutto cinque, tratto da due poesie di Pablo Neruda, La chioma di Capri e Gli amanti. In questo modo, il corpo letterario si ricongiunge al corpo dell’isola. Infatti, Neruda, durante il suo soggiorno, scrisse molti versi dedicati al corpo carsico caprese. Ma il ricongiungimento è triplice, poiché avviene anche con il corpo dello spettatore, che mentre legge, e si lascia attraversare dall’intensità dei versi, può osservare se stesso attraverso gli specchi. L’ultimo ricongiungimento, a chiudere un cerchio e ad indicare una globalità, è con il corpo spirituale, nella sua pienezza. Infatti, sull’altare della Cappella di San Bruno è posta una silhouette del Cristo crocefisso, (realizzata artigianalmente) con alcuni strati di ostie e posizionata su un campo specchiante, che dialoga con le due scritte realizzate accanto ed incrociate, a formare una T, “Sovraconcettuale ed Anticoncettuale”, per indicare che il corpo di Cristo è un corpo che trascende quello fisico ed organico e che l’affidamento di tipo fideistico supera la conoscenza razionale ed ogni operazione di concettualizzazione.
Nonostante la sua irriducibile alterità, però, il corpo di Cristo è legato a quello organico ed alla sua caducità e finitudine. Infatti, su alcune ostie sono riportate alcune parole che si riferiscono ai muscoli ed alle ossa.
“Nelle mie opere – evidenzia Auriemma – vi è sempre un riferimento al tema dell’identità attraverso l’uso di superfici specchianti e materiali trasparenti. Infatti lo specchio, apparentemente, rimanda l’immagine della persona tal quale e le dona profondità. Ma, in realtà, schiaccia tutto su uno stesso piano e falsa l’immagine stessa. Le superfici trasparenti invece, che sembrano possedere solo due dimensioni, permettono allo sguardo di vedere davvero cosa c’è dietro e quindi di andare oltre le apparenze. La vera autenticità è data dalle superfici trasparenti che in questo modo recuperano la terza dimensione. Il mio è anche un modo per far dialogare pittura e scultura”.

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Tania Sabatino

A proposito di Tania Sabatino

In bilico per necessità, “ficcanaso” per scelta, con la voglia di scoprire e raccontare storie di ordinario coraggio e voglia di vivere. Ho collaborato con testate come Il Denaro, Il Roma, Cinque W, Arte Nascosta. Le realtà che racconto, o su cui le mie riflessioni si allargano come cerchi nell'acqua, sono tutte contraddistinte dalla forza, dalla tenacia, dall’amore per la vita… a dispetto di tutto... Nel 2011 ho co-ideato e co-gestito un sito di costume e società Fattiitaliani. Sono dottoranda presso l’Università Parthenope e mi occupo, in quell'ambito, di diritto e disabilità. Mi piacciono i viaggi dell’anima e sono sempre alla ricerca di un nuovo punto di partenza a di approdo, che mi permetta di fermarmi a riflettere per poi ripartire.

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