Tra corridoi e vita vera..

Un brulicare di voci fin dalle prime ore del mattino, e un via via così fitto che per restarne travolti basta davvero un attimo. Lunghi corridoi in cui si intervallano porte automatiche o munite di maniglioni antipanico, porte chiuse, altre lasciate aperte forse per farvi entrare un sorriso distratto, e ancora ambulatori e laboratori. Veri e propri labirinti dove a confondersi trovi la gioia, il dolore, la paura, la lotta, la resa, la rinascita, in cui le emozioni si mischiano, a volte si perdono, dove i sogni possono diventare realtà magari nel primo vagito di una piccola creatura, o finire per trasformarsi in un incubo, che non vorresti mai ti appartenesse. Oltre i loro imponenti ingressi vi sono veri e propri mondi paralleli, ed io con il tempo ho imparato a conoscerli, perchè su e giù per l’Italia, ne ho varcate tante di quelle soglie. Di ospedali ne ho visti tanti, e vederli, viverli, respirarne gli odori, e lasciatemi dire anche il puzzo, ti cambia. Ti cambia tanto che a volte il colore di quelle pareti ti sembra di averlo addosso. Se qualcuno ti chiedesse di disegnare la tua anima tu la rappresentersti con un lenzuolo bianco. É così che l’immagineresti, perchè è così che la vedi, come quelle pareti, bianca.

Per alcuni la porta di un ospedale si aprirà solo per pochi istanti, per altri invece un ospedale può diventare casa, e quegli spazi, le sue stanze diverranno tanto familiari da non far più paura. La paura, un sentimento che finisci per disconoscere, mentre di quella casa non casa conoscerai ogni anfratto. 
Io ho imparato a sorridere tra quei corridoi, ad attraversarli a testa alta, senza temere gli sguardi di chi mi passava accanto, a lasciarmi andare alle lacrime e alla rabbia; non c’è ospedale in cui mi sia ritrovata che non mi ha visto combinarne una delle mie, ma ammetto che dopo essermi involontariamente chiusa in una sala mortuaria una calmatina alla mia smania di girovagare l’ho data. Ma d’altronde non sono mai stata un’amante delle regole, o meglio le rispetto fin tanto che non diventano costrizioni. Amo spasmodicamente la mia libertà, difficilmente accetto un’imposizione e fin dal primo istante ho deciso che mai, in nessun caso e in nessun luogo, avrei permesso a me stessa di esser altro da ciò che sentivo di voler essere. Perciò se sono felice ti prendi la mia felicità, lo stesso vale se sono arrabbiata o triste, e se ti dimostri antipatico arriverò a chiederti il perchè di quell’atteggiamento. La vita non mi ha regalato sconti, perchè farne a chi cerca di riversare su di me le proprie insoddisfazioni? Non temo più i medici e se prima davanti a un loro “abuso” tacevo per il sol fatto che indossassero un camice bianco oggi mi ribello. È un dovere verso me stessa, a tutela della mia dignità e a protezione di un dolore di cui sebbene non parlo porto i segni.  
Nel rapporto tra medico e paziente ci si può ritrovare ad esser complici o nemici, ma se c’è una cosa che ho imparato è che di fronte alla complessità di un quadro clinico raro non esistono logiche, o gerarchie. Non vi sono ruoli esclusivi, non vi è supremazia di potere. Ci si riscopre necessari gli uni per gli altri, in un dare e avere in cui l’attenzione, l’ascolto e la cura si presuppone siano reciproci. Un rapporto di fiducia, di sano affidamento, suggellato da parole semplici, comprensibili e accompagnato da uno spirito positivo, sempre pronto a guardare alla vita con speranza. Questo almeno è ciò che dovrebbe essere, ma non posso dire che è sempre così, a volte si verificano vere e proprie guerre intestine, dove sembra non contare più nulla, dove i sentimenti vengono messi a tacere, dove ogni cosa si misura con un sistema cieco, negazionista e dove il profitto conta più della vita stessa. 
 
Ma ecco che il potere di quelle mura, di quel luogo a cui una parte di te sarà sempre grata e che l’altra odierà e maledirà, si sprigiona in tutto la sua grandezza. Un’autentica infusione di forza che mi ha portata a cambiare, a stravolgere ogni mia prospettiva, ad amare la mia vita, a coglierne ogni attimo, ad afferarla al volo e a combattere con le unghie e coi denti se necessario. Quel brulicare di voci diventato un coro unanime, il segno tangibile di un coraggio senza pari, che grida vita, che chiede altro tempo. I suoi corridoi sono teatro di incontri unici, dove gli sguardi sembrano rincorresi tra loro, gli stessi sguardi da cui trarrai forza senza bisogno di parola alcuna. E la donerai, la elargirai in un infinito gratuito e silenzioso scambio di vita, senza il bisogno di conoscerci ma dimostrando di esserci, di essere infondo simili, non sentendosi più soli. Capirai il vero valore della Vita, il suo essere a volte ingiusta, ma sempre vera, il suo essere una e al tempo stesso infinita. Tra quelle mura incontrerai il volto triste della vita, la sua faccia più dura, ma con il tempo saprai ridere forte e ridere tanto anche se il tuo viso sarà rigato dalle lacrime, darai al prossimo il rispetto che merita, scoprirai il valore della compassione, dell’ascolto, delle piccole cose. Imparerai che una battaglia persa non equivale ad aver perso la guerra e che a volte è solo cadendo che potrai trovare la forza di rialzarti. Ed io sono caduta e so che cadrò molte altre volte ancora, ma mai darò a me stessa il permesso di arrendersi. Costi quel costi, io mi rialzerò!

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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