Con i piedi sull’erba

Ho scoperto che non ho una grande memoria, lo credevo con una certa convinzione qualche mese fa e me ne vantavo con tutti consapevole che in fondo ricordare sempre tutto, credere soltanto di farlo, non è mai una grande fortuna. C’è un portafoto di vetro sulla mensola sopra la tv del mio salotto, nelle due foto messe l’una accanto all’altra, ci siamo io e mia sorella. Abbiamo 18 anni, indossiamo dei vestiti eleganti e delle scarpe con i tacchi, la mano destra sul fianco, mia madre ci chiese di fare una foto come ci chiedeva sempre prima che andassimo ad una festa. Da quando ho scoperto della malattia e la malattia si è manifestata pian piano e poi sempre un po’ di più, è sempre stata lì quella foto, nel portafoto sulla mensola, la toccavo solo quando dovevo spolverare o per spostarla sopra il camino a Natale. Per un paio di anni comunque pensai soltanto che eravamo belle in quelle foto, poi smettevo di guardarle. Quando arrivò il 2011 cominciai a guardarla pensando : “Lì, quella è stata l’ultima volta dove io sono stata quella che ero prima, quella che non sono più. L’ultimo atto, la cesura, il taglio repentino del regista nel bel mezzo della scena. Immortalata in quella fotografia e basta, quella lì non è più affare mio.” Smisi di guardarmi e andava tutto bene, tanto rimaneva nella fotografia la “me” che non sono più. Potevo quindi liberarmene con uno schiocco di dita, potevo odiarla con la stessa velocità e una forte convinzione, odiare lei, odiare la malattia, buttare tutto via ma non farlo mai davvero. Potevo illudermi di ricordare tutto e perfettamente, nei minimi dettagli.

Per tanto tempo ho creduto di sapere a che festa quell’immagine si riferisse o meglio di chi fosse il compleanno. Quando mi è stato detto che confondevo il ricordo di quella serata è successa una cosa strana, probabilmente l’inevitabile: ho ritenuto necessario pensarci, parlarne e chiedere. Ho scoperto che non è vero che quella lì non è più affare mio, che affare mio lo è sempre stata. Quella Federica lì che quella sera aveva fatto gli auguri alla festeggiata giusta, che fingeva cose, che credeva, che vedeva cose e sentiva cose, che non vedeva tante altre cose, è la partenza e la fine. Quella Federica che si muoveva da sana tra persone che la vedevano sana. Era meglio non pensare a qualcosa che non esisteva più come se fossi diventata solo questo, solo un paio di gambe che vanno avanti male, che avanti a volte non ci vanno. Come se fossi delle spalle troppo deboli per un abbraccio stretto, come se io fossi la mia vita che cambiava, e non fossi la me che trovava un altro modo, che pensava al modo giusto. Che trovava il passo giusto per fare il passo avanti, e l’abbraccio che cambiato nei modi non cambia l’intenzione. Quella sera ero consapevole che la vita cambia e mica lo puoi sapere prima, ma finsi di non saperlo. E mica lo sapevo, mentre mi toglievo le scarpe, che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei ballato a piedi nudi sull’erba, mica lo sapevo che poi avrei fatto finta che non fosse vero, che non fosse mai successo. Forse se l’avessi saputo avrei cercato di non cercare di dimenticarlo, se l’avessi saputo prima sarei rimasta ferma in piedi immobile in quel giardino, con gli occhi chiusi e la testa bassa, i piedi piantati saldamente al terreno.

Lo abbiamo tutti il momento unico e preciso dopo il quale è tutto diverso, anche se quel cambiamento è stato lento come una linea rossa dipinta su un quadro bianco, c’è sempre il punto, l’immagine che gira e poi dove eravamo non ci siamo più, quello che eravamo non lo siamo più, sull’erba non ci sono più. Però adesso che ci penso, forse la verità è che il legame rimane comunque, anche questo inevitabilmente. Adesso che mi sono ritrovata a pensarci tantissimo, e ho ritrovato quella Federica un po’ stupida e un po’ paurosa, che credeva cose che poi erano sbagliate e fingeva di non vedere cose giuste, quella Federica a cui ho dato la colpa di tutto il tempo che avevo perduto. Era brava solo ad immaginarla la vita che voleva. Adesso che l’ho ritrovata in tante foto di cui non conoscevo l’esistenza, in ricordi che non ricordo, in cose cancellate, menomale che sono stata in quel giardino.

Federica Pace

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