Come pesci fuori dall’acquario

In uno dei miei tanti periodi d’ansia, ai quali devo anche la presenza di un pupazzo a forma di coniglio sul mio letto, ho deciso di comprare un piccolo acquario con due pesciolini. Il pupazzo è dovuto ad una specie di regressione, sicuramente nota a chi vive molti momenti del genere.
La scelta dei pesciolini invece era dovuta al desiderio di prendermi cura di qualcuno senza dovermi sentire in colpa o non abbastanza a causa delle mie scarse capacità fisiche.
Con la malattia infatti, il “fare” viene frequentemente sostituito dal tentativo di trovare parole che riescano a replicare in modo quasi perfetto “l’azione”, il che rende però tutto meno facile ed immediato. Il destinatario infatti potrebbe essere più recettivo all’azione rispetto alle parole, perché è complesso, a volte, superare le strutture mentali di ognuno semplicemente con quelle. Potrebbero acquistare significati diversi, sbattere contro corazze e finire col rompersi come se non fossero mai esistite. Lasciarsi colpire, consolare, e amare dalle parole richiede una profonda sensibilità che molti, pur essendone possessori, preferiscono ignorare perché una maggiore sensibilità porta ad una maggiore sofferenza, inevitabilmente.

L’incertezza sui pesciolini è data dal timore di non poter consentire loro un ambiente adatto in cui vivere. Facendo delle ricerche ho infatti scoperto che i più comuni pesciolini rossi, messi in un acquario sufficientemente grande raggiungerebbero dimensioni maggiori rispetto a quelle a cui siamo abituati. In uno spazio troppo piccolo invece non riescono a crescere come potrebbero, ad essere quindi quello che potrebbero essere. Un po’ come quando ci sentiamo dentro un corpo che percepiamo stretto e che sappiamo rinchiudere qualcosa di più grande. Se a quello che siamo non viene permesso di “essere”, accadrà quello che accade ad alcuni pesci con le lastre trasparenti dell’acquario, finiremo con lo sbattere contro muri che non riusciamo a rompere.

Ci sono diversi tipi di muri: quelli posti dalla società e quelli che erigiamo noi stessi. Capita a tutti infatti, anche inconsciamente, di farsi un pò contagiare, “se la società lo dice, allora sarà vero”, e di scegliere poi di adattarsi dentro qualcosa che sappiamo soffocarci. Così se la società dipinge la figura dell’uomo come quella di un soggetto capace di svolgere precise funzioni, un uomo disabile che quelle funzioni non può svolgerle,  potrebbe finire col sentirsi meno uomo. Allo stesso modo una donna disabile, che vorrebbe prendersi cura dei figli e dell’uomo, ma che con serenità sa di non potere, potrebbe di fronte ad una società che spesso riconosce alla donna solo quel ruolo, sentirsi una donna-madre o donna-moglie, non  completa. L’avere il “fiorellino” o il “pisellino” ci rendono titolari dei soliti stereotipi che per persone disabili potrebbero acquistare un valore maggiore perché è a volte più difficile dimostrare, a se stessi e agli altri, di essere altro. Ulteriore rischio infatti è quello di finire con l’ utilizzare la propria disabilità come giustificazione e quindi escludere, tra le proprie possibilità, quelle che la società toglie così da non doversi sforzare di abbattere i pregiudizi provenienti dall’esterno e  dall’interno.

Prendete per esempio mia nonna: una donna molto simpatica che adora raccontare a noi nipoti di quanto nostro nonno amasse chiudersi in camera con lei (facevano tanto sesso). Non scende mai nel dettaglio ma supera sempre i limiti consentiti tra nonna e nipoti tanto da doverla pregare di smettere. Nonostante questo non si lascia intimidire, così quando può chiede informazioni sui rapporti sessuali altrui, concentrandosi su delle possibili gravidanze. A me e mia sorella però, dice spesso che nella “nostra condizione” non dovremmo avere figli.
Non c’è cattiveria in quello che dice, non vuole ferirmi, anzi nei suoi occhi si può leggere dispiacere, amore incondizionato e protezione. In fin dei conti non rispecchio il suo ideale di donna-madre. Semplicemente e banalmente perchè non potrei mai essere la mamma che è stata lei per i suoi figli. Mi manca una cosa per lei imprescindibile, la possibilità di “fare”. Mi ritroverei così a crescere un figlio in un modo del tutto diverso, in un modo a lei totalmente sconosciuto, impensabile e che per questo non riesce ad immaginare. Se permettessi alla mia me stessa di essere il pesciolino dentro l’acquario troppo piccolo, mi farei contagiare. Mi nasconderei dentro la finta grotta e rimarrei ferma lì, ferma come sono le convinzioni di mia nonna o quelle di altri, fatte di soluzioni assenti e possibilità negate. E magari non lotterei per essere quello che realmente sono, per andare oltre quello che il mio corpo è, ma aggiungerei altri muri e mi crogiolerei tra il calore della mia disabilità, che mi protegge e mi schiaccia, rischiando poi di immedesimarmi in una malsana diversità. Una non-donna e non-madre, a cui non avrò bisogno di chiedere, perché diversa e incapace di dare qualcosa persino a me. Tutto solo per non ammettere che la grotta mi è necessaria per nascondere la paura, quella di deludere me stessa e scoprire che avevano ragione gli altri con le loro convinzioni, i loro pregiudizi e stereotipi. La stessa paura che mi convincerà di potermi solo adattare, anziché prendere tutto e trasformarlo nella forza che mi serve per saltare e crescere proprio come farebbero dei bellissimi pesciolini rossi finalmente fuori dall’acquario.  

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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