Capovolgendo la Realtà

Mi impongo di restare calma. Aspetto, respingo i pensieri.
Una valanga di pensieri pieni di rabbia, dolore e incredulità.
Mi sento una sciocca, ho concesso a me stessa l’ennesimo permesso sbagliato. Ho creduto che affidandomi avrei avuto la possibilità di compiere quel primo piccolo passo verso quello che avrebbe dovuto rappresentare il mio cammino di cura, e invece no!
Sono qui, appoggiata ad una parete, con le gambi dolenti, la testa che scoppia e l’anima in tumulto, ad attendere un inutile confronto.
Nonostante io sappia già, sebbene dovrei arrendermi, mi ostino a perseverare in una sequela di tentativi che non faranno altro che farmi altro male. Non posso far nulla per cambiare le cose, non posso rivoluzionare un sistema viziato da squallidi giochi di potere e interessi, nè di certo posso rendere il mio caso clinico meno complesso, o raro, eppure continuo a crederci.
Tentativi miseri e banali che si trasformano in spade, ed io li accuso come forti coltellate alle spalle. È una presa di coscienza silenziosa, una consapevolezza data da semplici deduzioni logiche.
Una realtà che non ti lascia scelte, se non quella di doverla accettare.

E poi, accade in un attimo. Occhi negli occhi, voce bassa, decisa e controllata. Cerchi un appiglio, prendi a valutare ogni piccola possibilità per salvarti da un sistema sanitario impreparato a gestire un caso raro, e per farlo fai un passo indietro in quello che, a pensarci bene, non somiglia affatto ad un filo logico ma semmai ad un groviglio di possibili soluzioni sconnesse e senza via d’uscita. Così quel parlare si trasforma in una voce fuori campo.
“Non dipende da noi, mi creda..” – “Forse potrebbe provare ad attivare un percorso parallelo..” – “Mi dispiace..”.

Eccole lì. Due piccole parole bastano a ridestarmi dal torpore, riportandomi a quel momento. Risuonano squillanti, quasi fossero un grido. – Gli dispiace! – La bimba nascosta dentro di me sbatte i piedi, serra i pugni e mi supplica di portarla via, lontano da lì.
Non posso restare un minuto di più. E di nuovo occhi negli occhi.
Lo guardo fisso negli occhi, per un attimo che sembra interminabile, poi mi volto, faccio qualche passo, ma mi fermo. Non posso tacere. Mi ero giurata di mantenere la calma, di non lasciare che le emozioni prendessero il sopravvento ma stavo per fallire miseramente.
Alzo la testa, consapevole delle lacrime che hanno iniziato a bagnare il mio viso, e dico: “No! Non le dispiace! Non è un problema suo, non è qualcosa che la riguarda da vicino, perchè se così fosse, farebbe anche un solo tentativo per aiutarmi!”
Lo guardo per un’ultima volta, e continuando a parlare, mi allontano. Lo immagino starsene lì, ad accampare mille scuse.
Si permette di pulirsi la coscienza con un misero mi dispiace che forse lo farà sentire più umano, ma che ai miei occhi lo fa’ apparire come un essere inetto, incapace di tener fede ad un giuramento, con il fare di chi pensa che io possa credere al suo dispiacere. È troppo. È un troppo che si ripete.

Spalanco quell’immenso portone, ed esco. Un uomo mi guarda.
Lo avevo visto parlare al telefono, ma incrociandomi aveva smesso di parlare. Ricambio lo sguardo ed esclamo: “Non ha mai visto una ragazza piangere?” Lui abbassa gli occhi mortificato. Perchè mai le emozioni sorprendono? Non mi sono mai trattenuta dall’esprimerle, belle o brutte che fossero. Pur comprendendo che possano creare imbarazzo ho deciso di non mortificare più il mio animo, trattenendo un dolore che invece chiede solo di essere espresso. Forse un tempo me ne preoccupavo molto di più, poi però mi sono resa conto che ciò consumava la mia anima, e io avevo l’obbligo di proteggerla. Così come ora dovevo proteggermi, e salvarmi da quell’ennesimo uragano che mi stava travolgendo. Sentivo l’aria pungermi la faccia, e rubando a quel pallido sole un pò del suo tiepido calore, ho alzato gli occhi. Nuvole bianche si spargevano sull’azzurro del cielo, in alcuni punti disegnavano strane forme, in altri sfumavano fino a scomparire. Dovevo fermare il tempo, dovevo cambiare prospettiva.
Era il momento di capovolgere la realtà. Un gioco bizzarro, inventato un giorno lontano. Un giorno non molto diverso da questo, dove una fine chiedeva il suo riscatto. 

Il freddo mi gelava le ossa, dandomi la sensazione che l’immobilità che sentivo dentro si rispecchiava in quel binario vuoto.
Un vecchio orologio segnava le 23. Il treno tardava ad arrivare. Una stazione vuota. Una gelida notte d’inverno.
Ogni volta che voltavo lo sguardo mamma era pronta a regalarmi un sorriso. Mi rifiutavo di pensare. Sarei dovuta già esser in viaggio da diverse ore, volevo solo tornare a casa, e invece no. Dovevo aspettare. L’ennesima scelta imposta, un’altra realtà da subire. Alzai lo sguardo e vidi uno strano via vai animare un vecchio convoglio abbandonato.
Nel buio della notte, in quella che aveva tutta l’aria di essere una stazione abbandonata, ben lontana dalle Stazioni che tra partenze e arrivi, tra addii e malinconici arrivederci si colorano di Vita, uomini e donne sole cercavano un rifugio dove trascorrere la notte. Quell’andirivieni mi strappò dal dolore che inevitabilmente cresceva dentro di me, ma che io rifiutavo di ascoltare.
Così chiudendo gli occhi, e per la prima volta in vita mia, mi imposi di capovolgere la realtà. Quell’aria fredda e quell’atmosfera tetra e spaventosa, lasciavano spazio a una calda sera d’estate, ed io in quella stazione ero solo di passaggio, giusto il tempo di salutare una terra che mi aveva regalato una felicità nuova, pronta a tornare a casa.
Quegli uomini e quelle donne esseri umani che incrociavano le loro vite per un tempo piccolo, fatto di sguardi e sorrisi sfuggenti, e che presto, fatto ritorno dai loro cari, ne avrebbero goduto l’amore, senza conoscer mai la solitudine.
Mentre mi immaginavo felice e piena di vita, l’annuncio del treno risuonò nel silenzio di quella strana notte di coincidenze, ritardi e nuove difficili consapevolezze. Era ora di partire.
Dovevo tornare a casa. Ma salendo su quel treno tenevo stretta a me quella sensazione di incantevole serenità che mi ero immaginata, promettendo a me stessa di immaginare tutto al contrario ogni qualvolta tutto sarebbe stato troppo. 

Ora seduta su questo muretto, con il viso rivolta all’insù, gli occhiali scuri a proteggere i miei occhi, puntuali nel ricordarmi di quanto sia difficile continuare a guardare il sole e godere della luce che il giorno ti offre, quando la scienza continua ad ignorare il tuo caso, e tu, sola, fatichi a fermare una Bestia di cui conosci i segni profondi lasciati su un corpo che nonostante tutto non si arrende, immagino che tutto sia il contrario di tutto.
Lascio al cielo, a quel suo essere infinitamente grande il compito di abbracciarmi. Mi lascio invadere da quel senso di libertà.
Mi immagino libera e sorridente. C’è un cammino ad attendermi, una sfida che mai come ora mi appare ingiusta.
Una battaglia da affrontare in solitaria, un puzzle da ricomporre. Afferro la mia stampella, respiro profondamente e mi alzo.
Asciugo le lacrime. È ora di tornare a casa.
Mille splendidi soli scalderanno ancora il mio cuore, e una stella mi indicherà sempre la via. E il mio qui e ora diverrà infinito.
Questo conta, questo basta.
La Vita Chiama, Elly Risponde, perchè Io non ho finito! 

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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