Architetture lontane

“I haven’t exactly been a ball of joy”, risponde la protagonista di “Girl, Interrupted” allo psichiatra che la interroga sul recente tentato suicidio. Nemmeno io son mai stata esattamente l’anima della festa e la diagnosi di una malattia rara non ha certo migliorato la situazione.

Da bambina amavo guardare Telethon. Lo facevo un po’ per curiosità, un po’ perché mi ero messa in testa di caricarmi tutta l’afflizione della biosfera sulle spalle. C’è poi un terzo motivo che ho difficoltà ad ammettere: che qualcuno potesse sopportare un’esistenza che consideravo oltremodo straziante costituiva una fonte di ispirazione. Banalizzando, direi che rimettevo mani alla mia lista di priorità. Mia madre non era d’accordo col mio hobby e puntualmente mi ordinava di cambiare canale. Dopo aver a lungo rimuginato sulle ragioni, capii che non stava proteggendo me.
“Eh, queste so’ le vere disgrazie della vita, Vivià, quando ti nasce un figlio così!”, ripeteva contrita. Per “così”, intendeva  “malato” o anche “handicappato”, come si soleva dire ai miei politicamente scorrettissimi tempi. Vedete, mia madre fa parte di quella scuola di pensiero per cui nominare una disgrazia* la fa automaticamente accadere. Trattasi di una rispettabilissima posizione filosofica riassumibile nelle massime: “Ciò che è razionale è reale” e “ Immagina, puoi (diventare storpio)”.

 [Mamma ne ha passate. Oh, se ne ha passate! E’ sempre stata una donna disinteressata ai propri dolori. Credo li accetti come inevitabili medaglie al valore per una vita pieni di sacrifici. L’unica sofferenza di cui è capace è quella di vedere me e mia sorella soffrire. Chiusa nel mio egoismo, non vedevo la sua apprensione che scambiai per disinteresse. Ammiro moltissimo il senso di abnegazione, l’altruismo e la saldezza mentale che la animano anche in momenti di assoluto sconforto e precarietà. Purtroppo non le somiglio in questo.]

Da adolescente amavo interpretare Telethon.
Mi figuravo affetta da una malattia rara, cronica, invalidante e degenerativa. Cosa curiosa è che non ho mai pensato, chessò, ad un banale tumore. Volevo calarmi nella situazione più dolorosa che riuscissi ad immaginare per capire cosa succede quando si elimina dal piatto delle ipotesi la speranza di guarigione. Nelle prime fantasie,  mi figuravo come una novella Giovanna d’Arco, fiera ed impavida combattente delle piaghe del corpo. Con l’accumularsi degli anni e dei libri letti [leggere fa male], decisi che avrei optato per un suicidio in grande stile. Petronio docet.
Sappiamo tutti che la natura è il miglior sceneggiatore e a 25 anni le mie oscene fantasie *1 si resero carne e sangue. Se prima le idee suicide rappresentavano un innocente approdo speculativo, ora apparivano come l’unica soluzione logica. Ho passato mesi a fantasticare di buttare il cuore (e il resto del corpo) oltre l’ostacolo (la finestra). Quelle visioni oniriche erano la mia prediletta fonte di escapismo. A mali estremi, extrema ratio.

Nei fugaci momenti di lucidità nella lunga notte della ragione, cercavo un confronto coi miei simili. I malati rari non li incontri proprio nel bar all’angolo, così mi rimetto al buon Google e cerco associazioni, gruppi su Facebook, amici di tastiera. Ho riscontrato che denominatore comune è l’uso acritico e spregiudicato di discorsi e frasi motivazionali. Una di quelle che va per la maggiore è: “It’s ok if the only thing you did today was breathe”. Decretai che avrei radicalmente abbracciato questa filosofia di vita e per mesi la mia unica attività fu quella di commentatrice e autrice di post nei vari gruppi. Ero felice di aver incontrato altre persone rare e di poter finalmente spartire pene e conquiste con degli affini, di poterci incoraggiare e sostenere a vicenda. Ben presto mi resi conto che le pene non venivano spartite ma moltiplicate. Così come lo erano rabbia, rancore, rimpianto. Rassegnazione. Una cosa di cui vado particolarmente fiera è, che per quanto sia nata pessimista fino alle ossa, ho sempre cercato di tenerlo per me. Io sono la classica tipa che non dorme per una settimana prima dell’esame ma incoraggia tutti gli altri. Le parole sono oggetti pesanti e le suggestioni che ne derivano possono essere decisivi per i fruitori. Decisi, così, di interpretare l’onerosa parte di buffona della classe per tenere alto il morale delle truppe. In virtù delle mie poche e confuse nozioni biologiche, cercai anche di offrire un servizio di debunking. Non andò molto bene.
Mi resi conto che quello che le persone cercavano era uno sfogatoio, un safe space dove indulgere in recriminazioni verso “i sani” e le Erinni e il Fato. Ammetto di esser capitolata dinanzi lo scoramento generale. L’identificazione divenne totale quando iniziai a provare sintomi alieni alle mie condizioni, timori immotivati di complicazioni e peggioramenti. Mentre credo di barricarmi in un castello zen, mi ritrovo invece sola e sperduta in my Inland Empire che fa rima con piumone che fa rima con depressione. In men che non si dica il terrore ha piantato bandiera sul mio scalpo, trovato con chi condividere le lagne e una filosofia del laissez faire che le giustificasse.
D’un tratto e per fortuna qualcosa da qualche parte si ruppe. L’impero crollò. Dove avevo eretto cattedrali, vedevo solo rovine. Il core, la variopinta Casa Batlló, era stata sostituita da una colata di cemento brutalista. Avevo lasciato che una sindrome dal nome esotico si sostituisse al mio. [vedi che mamma aveva ragione!]

(*) Il fatto che una malattia possa rappresentare un’occasione di crescita e un’esperienza conoscitiva non esclude che sia soprattutto  una gran rogna.
(*1) Per fortuna non le più oscene.

 

 Intermezzo filosofico.
A questo punto è utile introdurre lo strumento di derivata. Scherzone! Vorrei introdurvi alla mia teoria dei limiti. I limiti incorniciano le possibilità della nostra esistenza e possiamo rappresentarli in prima istanza come catene che ci avvolgono. La metafora delle catene può essere fuorviante perché si tende ad associarvi sensazioni spiacevoli. In realtà, i limiti non necessariamente lo sono, possono essere neutri e financo vantaggiosi. Esistono due tipi di catene: quelle che ti avvolgono gradualmente e quelle che ti stritolano di colpo. Esempi del primo tipo sono il DNA, la latitudine e il momento storico in cui sei nato, l’ambiente familiare, quello scolastico e via discorrendo. Di esse non ci accorgiamo di portare il peso perché alcune sono innate, altre sono condivise col resto dell’umanità, della popolazione, della famiglia, della fascia sociale, economica di appartenenza.
Il secondo tipo di catene sono le disgrazie improvvise, tipo quando “ti appioppano la malattia”. Le differenze essenziali con le prime è che ci costringono in uno spazio molto più angusto e siamo soli a portarle. Esattamente come faremmo se ci incaprettassero realmente, il primo istinto è quello di spezzare le costrizioni, poi di sgusciarne fuori opportunamente lubrificati, infine di rassegnarsi. Quando hai una malattia cronica e degenerativa scopri che la morsa sarà sempre più serrata.

 Il nemico invisibile.
Per quanto mi fossi impegnata nel ricreare i miei più profondi timori, non ero pronta ad affrontare un simile destino e fui preda facile della depressione. La depressione è un tipo di limite che presenta caratteristiche di entrambi i tipi. Si sviluppa progressivamente e quindi si tende a non accusarne il peso. Arrivati ad una soglia critica, ti stritola d’improvviso e ti isola. La depressione – che è una patologia – ha come caratteristica tipica l’invisibilità al malato che ne soffre, quindi, inconsapevolmente. E’ una situazione quasi opposta a quella delle condizioni rare che sono ben chiare al soggetto interessato. Entrambi i casi possono essere accompagnati da invisibilità agli amici, ai parenti, ai medici, alle istituzioni.
In quanto depressa, non ne riconoscevo i tratti distintivi. Per lungo tempo ho creduto che le spire asfissianti fossero quelle delle sindromi rare e non della malattia mentale. Grazie all’ aiuto del mio ragazzo, degli amici, di mia madre, ho deciso di rivolgermi a degli specialisti e sono in fase di guarigione. L’inizio del processo è stata la discriminazione tra i limiti del mio nuovo corpo e quelli imposti dalla depressione. Realizzai quanto i primi fossero molto meno invalidanti dei secondi. Quasi da subito abbandonai gli sfogatoi pubblici virtuali, sorgenti unicamente di bad vibes. Soprattutto quando non si è al massimo della forma è importante circondarsi di persone positive e propositive. E’ inutile e dannoso mettersi in testa di voler aiutare gli altri quando non si gode di ampia stabilità emotiva. Continuo, invece, ad essere membro attivo di comitati e associazioni che si fanno promotori di cambiamento sociale e informazione. 
Se vi trovate in una situazione simile alla mia considerate che i social network hanno la duplice natura di fonte di conoscenza e disinformazione,  di conforto emotivo e catastrofismo di massa. Create una rete di contatti fidati e affidabili – reali e/o virtuali – che sia pronti a sorreggervi nei momenti di debolezza.

Combattere la depressione è un compito giornaliero. Devo continuamente ricordarmi che quello che mi appare logico ed obiettivo può essere dettato da sbilanciamenti chimici prodotti da traumi. Devo riconoscere e scacciare l’ansia invalidante e spingermi fuori la comfort zone. Gli sforzi son più che ripagati perché ho ritrovato il gusto del piacere e acquisito strumenti per  godere, all’interno dei nuovi limiti. Ora che mi guardo dall’alto, vedo di nuovo un cuore pulsante di deliziosi edifici art déco. Ad uno ad uno, dipingo di colori sgargianti ogni mattone brutalista. E’ bello ricostruire l’Impero dei Sensi dalle rovine della dittattura della depressione.

Pubblicato nella Raccontandosi | 3 risposte
Viviana Di Carlo

A proposito di Viviana Di Carlo

Sono una studentessa di biologia abbondantemente fuori corso a causa di una vita piena di cazzeggio tra musica, cinema, letteratura (e tanto internet). Vivo su un'isola sperduta del profondo nord Europa. Combatto la malattia con sarcasmo ed autoironia perché la vita è troppo breve per prendersi sul serio. Il viaggio è più lento ma non meno appagante, anzi. "Da qui, messere, si domina la valle", modestamente.

3 thoughts on “Architetture lontane

    • Viviana Di CarloViviana Di Carlo Autore dell'articolo

      Grazie mille, Sergio! Felicissima ti sia piaciuto il mio articolo! Abito in un’isola della Scozia 🙂

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