Accogliendo risparmio!

Ho imparato che, nella vita di una persona, nulla ha più valore dell’accoglienza. L’accoglienza che si offre e quella che si riceve, che poi d’altronde sono inversamente proporzionali. Ho imparato che chi nega forsennatamente questo fare, chi lo giudica, chi lo critica, chi lo definisce qualcosa di assolutamente sbagliato, e forse proprio quest’ultimi in particolare, ne ha davvero bisogno.
L’accoglienza non è dipendenza, l’accoglienza è Amore. E’ com-passione, è ascolto e non giudizio. Accoglienza in fondo è quasi sinonimo di Medicina. Ed è proprio in quest’ottica che si può spiegare la drammatica crisi nel rapporto di fiducia tra medico e paziente. Il medico, o almeno la maggioranza di essi, ha dimenticato, o non ha più tempo, di essere accogliente. Questa mancanza ha generato rabbia, che ha generato accusa, e di conseguenza una medicina difensiva che, a sua volta, ha generato spreco, che ha portato ad uno scadimento del servizio e mancanza di tempo. Si può pertanto dire che si è entrati in un circolo vizioso, dal quale sarà assolutamente impossibile uscire se non si smetterà di puntare il dito verso i responsabili, o presunti tali, di quanto ci sembri non funzionare, e non si comincerà a osservare sinceramente quelle che sono, o possono essere, le nostre responsabilità in questo malfunzionamento.

Ho compreso che affinché le cose cambino non dobbiamo far altro che cambiare noi stessi, modificando il nostro modo di rapportarci al “problema”, così cambierà inevitabilmente anche il modo in cui il problema e gli altri si rapportano a noi.
In campo medico, nello specifico, ho osservato su di me, e nelle molteplici relazioni che ho con medici e pazienti, quali siano le cose che infastidiscono gli uni e quali gli altri, ma quello che ho notato ancor più è che, pur essendo le une e le altre ragioni validissime, pochissimi, tra i camici bianchi e tra i pigiami, sono disposti a fare una reale autocritica. Che siano giovani, vecchi, gravi, complessi, rari, primari, studenti, “colpevoli” o “vittime”, tutti conoscono la ragione e di conseguenza il torto, che assai di rado accompagna il rabdomante del Vero.
Con ciò non intendo minimamente dire che le ragioni che ciascuno porta in questo valido ed interessantissimo dibattito siano sbagliate. Ognuno porta la propria esperienza, il proprio vissuto e la propria frustrazione, e ciascuna di esse è assolutamente da rispettare, ma è assolutamente necessario un passo in più se si desidera davvero che le cose cambino: prendere in considerazione, e riconoscere sempre, il punto di vista altrui, solo così si potrà re-settare il rapporto medico-paziente, in un work in progress empatico, e maturo, in cui tutti riescano a riconoscere i propri limiti, ma altrettanto le proprie potenzialità, ed in cui nessuno si senta trattato da ignorante, ma eventualmente percepisca di poter imparare.
La medicina, oggi ancor di più, è un campo tanto grande da rendere impossibile che un medico, pur nella sua specializzazione, conosca ogni singola patologia.
Ma se questa risulta essere una credenza davvero ingenua è ancor più grave se il medico stesso non riconosce il proprio limite e non accetta di dialogare col paziente circa eventuali ipotesi risolutive. Credo sempre più, per fortuna, che presunti disturbi psichiatrici, tipo ipocondria o isteria, ed anche disturbi di conversione verranno abbandonati comprendendo che non erano altro che un grande serbatoio in cui gettare ciò che non si conosceva, ciò che palesava incompetenze o ciò che semplicemente la scienza ancora non era in grado di denominare. In quest’ottica, è quindi necessario spostare il focus dallo scontro all’incontro!
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La persona malata è fragile ed è portatrice involontaria dell’immagine di caducità e imponderabilità che chi non è malato difficilmente vuol vedere.Si trova così, più o meno involontariamente, isolato e finisce con il ricercare nel medico quell’accoglienza che ritiene solo esso possa dargli. In verità, sempre più spesso, il malato si scontra con un muro di fredda burocrazia, di delega e rimando che finiscono con lo scatenare una profonda rabbia, alle volte anche immotivata, in quanto non è certo colpa del medico il nostro esserci ammalati, ma l’assenza di accoglienza spinge a far finire tutto, e tutti, nello stesso calderone. Ogni cosa sfuma nella nebbia del “è tutto uno schifo”.

La mia esperienza personale mi ha permesso di sperimentare, con mio grande dolore, cosa significhi percepire l’assenza di accoglienza, e avrei voluto farvene testimonianza, ma mentre scrivevo ho sentito che era più importante raccontare invece un’esperienza di accoglienza,di fatto più importante di tutte quelle avute di non accoglienza.
La medicina difensiva nasce dall’errato rapporto tra colleghi. Nella fattispecie dal rimandare da uno specialista all’altro il paziente, facendo poi ricadere il tutto sul medico di medicina generale, il quale non potrà far altro che rimandare ad un altro specialista. Accoglienza e comunicazione sono le chiavi per modificare i problemi in Sanità. Una comunicazione che coinvolgerà medico e paziente, e ancor più gli stessi medici che dovrebbe unire il proprio sapere in un fronte comune.
Il paziente non può essere stigmatizzato e ghettizzato in quanto portatore di una situazione complessa, ma dev’essere ritenuto un essere umano portatore di smarrimento. Quando nel mio lungo peregrinare ho incontrato un medico di medicina generale che ha smesso di rimandare, di non dire, di confondere, ha invece affrontato, aprendo con me ed i colleghi una comunicazione attiva, priva di giudizi, creando così un nuovo bellissimo equilibrio che, pur richiedendo molti accertamenti ed esami, ha evitato inutili ripetizione, portato ad alcune diagnosi, e alla chiusura di un cerchio, permettendo il riconoscimento dell’invalidità, ed il mio accesso ad un centro neuro riabilitativo.
Senza dubbio tutto ciò è anche accaduto perchè ho smesso di puntare il dito, ed un pò come funziona in una coppia, cambiando anche se l’altro non è disposto a cambiare!

Pubblicato il NeuroDiversaMente | Taggato , , , , , , , , , | Lascia un commento
Claudio Diaz

A proposito di Claudio Diaz

Sono una persona che grazie alla malattia è tornata in contatto con una realtà dalla quale fuggiva da troppo tempo e che grazie alla stessa ha compreso, nel senso più totale, il dono del presente, del qui e ora. La Vita è un lungo e bellissimo viaggio del quale però troppo spesso non si comprende lo splendore, e solo tramutando un evento drammatico, una crisi, in un’opportunità, potrà essere ri-scoperto. L’opportunità per me è stata quella di riscoprire l’importanza della relazione mente-corpo-spirito e delle mie reali potenzialità, comprendendo che solo attraverso un’attenta osservazione di un evento si può capire la sua mutevolezza e le sue molteplici sfaccettature. Oggi cerco di restituire in qualche modo il tanto ricevuto, dall’esperienza di uomo di 38 anni quale sono. Scrivo, fotografo, ascolto e parlo. Non rifiuto più di dire quel che penso, nè tanto meno di ascoltare quel che pensano gli altri. Sono Referente per il Veneto di AIVIPS - Associazione Italiana Vivere la Paraparesi Spastica Ereditaria, sono socio di Slow Medicine, e amo chi riesce a guardar prima dentro di sè, perchè solo tramite questo viaggio introspettivo si troverà la chiave di lettura per amare la vita nonostante le storture in cui la realtà ci coinvolge. www.neurodiversamente.org

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