Vorrei fermare il treno

 

“Corre, corre la locomotiva..Ciuff ciuf !!”

E’ un suono, un ricordo d’infanzia che mi accompagna nel tempo tra le stagioni che cambiano, mentre il peggio sembra essere passato, ma il meglio tarda ancora ad arrivare.

Un trenino elettrico. Il giocattolo più interessante che avessi ricevuto, correva su lunghi binari incastrati uno dentro l’altro, sembrava vero il suo fischio e quel lento muoversi per poi incedere alla corsa verso nuovi paesi e città.

Davvero eccitante, già mi vedevo in uniforme da capotreno.

“Niente male come ambizione a soli sei anni.”

“Che spasso!!”

Da quel momento il treno diventò il mio mezzo preferito per viaggiare nei luoghi fantastici e avventurosi che immaginavo, io un treno vero non l’avevo ancora visto, ne c’ero mai salita eppure già sognavo e sentivo che mi avrebbe condotta lontano.

Molta acqua sotto i ponti e tra le folte trecce io crescevo, nei prati fioriti della mia fantasia, tuttavia scoprì ben presto l’amarezza di essere adolescente con i vari cambiamenti fisici e spirituali che l’età imponeva rendendomi goffa e sfigata agli occhi dei coetanei più disinvolti: ero la classica secchiona delle medie, sebbene non mi dessi delle arie, anzi, cercavo degli amici rendendomi disponibile, ma non bastava e di amici in quel periodo ne ho avuti solo due. Gennaro e Alfonsina, tipi particolari dai caratteri opposti.

Lei era bassa, magra e simpatica, uno scricciolo insicuro che spesso si uniformava alla combriccola dei bulletti, fingendosi spavalda  … forse per sentirsi figa.

Lui, bello e altissimo, guardarlo ispirava sicurezza, volevo farmi proteggere dal suo animo gentile.

Lo ammiravo, era uno studente modello, e un disegnatore talentuoso che sarebbe diventato famoso.  “Destino permettendo.”

Già, perché il fato lo portò più lontano di quanto noi tutti immaginassimo. Chissà se era un bel posto, io sapevo solo che la morte se l’era portato in un luogo introvabile e che nonostante le lacrime e la rabbia non lo avrei più rivisto, avrebbe avuto 13 anni per sempre e un posto speciale nel mio cuore. Fu quello il mio primo scontro con la morte o meglio con la consapevolezza del non ritorno. Fino a quel terribile giorno il paradiso mi era stato descritto come un luogo incantato romantico dove si viveva felici e bastava guardare le stelle in cielo per parlare con le persone amate anche se invisibili a noi terrestri.

Belle parole e una fantasia fervida. Io sentivo solo dolore e un vuoto inaccettabile, altro che giardini magici, non ci credevo più e avrei preso quel treno delle mille avventure per allontanarmi dai brutti pensieri e cancellare quell’esperienza, ma il mio buon amico meritava il mio ricordo e ancor più meritava dolcezza, non quella fine atroce.

Lo vedevo raggiante illuminato dal sole con quegl’occhi puliti e fieri, in sella alla bici, fedele compagna dei giorni spensierati e del suo ultimo viaggi. Volli immaginarlo così, in viaggio, il più lungo intorno al mondo, con la certezza che in un giorno qualunque ci saremmo riabbracciati.

Scorci di un età difficile, con le sue tappe obbligate verso l’evolvermi come individuo, una crescita a fasi alterne tra grandi dolori e gioie brevi ma intense che nel vissuto di ognuno si affrontano e ci cambiano dentro, incidendo per sempre nel modo in cui vivremo l’essere adulti.

Vi racconto il mio primo viaggio il più imprevedibile, che non avrei lontanamente immaginato di fare se non per vacanza, Napoli – Messina, andando poi ad abitare al cosiddetto paesello.

Lasciavo la mia terra sentendomi un condannato al patibolo, non ero stata io a deciderlo ma la famiglia e mi costava un mare di lacrime accettarlo, le stesse che inondarono il mio sedile per tutto il viaggio d’andata, verso Salice il paese collinare dove avremmo vissuto da lì in avanti.

Per me non era certo il massimo lasciare la città e la numerosa parentela, per ritrovarmi ad abitare  nel villaggio dai Salici piangenti, rispetto alla cittadina che credevo di trovare movimentata seppur piccola. La mia nonna paterna, ci abitava da anni e lo definiva il piccolo paradiso terrestre, tuttavia, più si approssimava la meta e più mi si apriva davanti un deserto sconfinato di prati verdi, cipressi rigogliosi e maestose colline.  “Natura incontaminata” l’immensità bellissima mi sovrastava, quanto la fragilità dei miei 15 anni e lo smarrimento pareva inghiottirmi.

Quante stazioni di passaggio dentro i passi stanchi di un pellegrino e nell’anima un fremito, nello scorgere dal finestrino la propria città d’appartenenza e riabbracciare affetti, ricordi e radici come non si fosse mai andati via.

Emozioni rinnovate e ancor più amplificate col passare degl’anni è un’eccitazione simile alla felicità sublime sentirmi a casa con mia gente, tra la mia cultura e il mio dialetto, una sensazione impagabile.

In egual modo mi assale la tristezza nel risalire su un altro treno salutando l’allegria combriccola di parenti con il magone dentro, per tornare tra le montagne verdi, le stesse che ho apprezzato davvero il giorno in cui proprio al paesello, ho incontrato le mie prime vere amiche le vicine di casa, con le quali passeggiavo alle scoperta di tradizioni, feste padronali, chiese e viuzze segrete da dove guardare le stelle ed esprimere desideri.

L’amicizia è il più bel dono della terra di Sicilia, una terra che ormai è la mia seconda casa da 25 anni. Sono diventata donna e a volte fatico a crederci viste le mie poche esperienze riguardanti la mia femminilità, gli innamoramenti brevi fatti di gioia fugace e di troppi affanni, ma la vita è tutta qui e il viaggio continua attraverso il finestrino di un nuovo treno.

Quanti amici salutati, bagagli smarriti e bambini urlanti, volti incrociati e compagni d’avventura, sul quel treno che da bambina volevo corresse nel mondo delle fiabe, mentre adesso, vorrei poterlo fermare alla stazione sotto casa eliminando per sempre la nostalgia dei miei cari e magari poter viaggiare solo per diletto. Ma questa è un’altra storia..

 

 

 

Pubblicato nella Raccontandosi | Lascia un commento
Giusi

A proposito di Giusi

Sono una donna single di trentanove anni, ma in me vive ancora lo spirito gioviale di una bambina curiosa. Non mi ritengo infantile ne poco realista, perchè il dolore lo conosco da sempre, ma oggi lo vivo in modo consapevole come fosse un amico. Può rivelarsi estenuante affrontare una dipendenza fisica dalle altre persone, perchè c'è sempre qualcuno a limitare la voglia di agire e di essere. Forte di quell'esperienza scioccante che mi ha spezzato l'anima un milione di volte, a quella bimba ho insegnato ad asciugarsi le lacrime e diventar donna. Osservo, scovo e domando, sono una piccola ficcanaso dalle buone intenzioni. Mi definisco una raccontastorie, vivo di emozioni a fior di pelle. Un concentrato di pregi, difetti e qualche volta estremi. La bellezza che cerco è dentro me, poichè ciò che resta intorno è un goffo tentativo di vivere, come una funambola a un passo dal cadere nel vuoto. Io voglio aiutare con la mia presenza di spirito, con un ascolto costante e con parole misurate, mai invadenti, perchè anche il cuore più duro si scioglie davanti a un amore discreto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *