Un’innocente spensieratezza

Molte persone mi chiedono come ci si sente a essere sordi dalla nascita. 
È proprio una bella domanda, perché i primi tre anni sono i più difficili da ricordare.
La mia storia è un po’ particolare, sono nato udente, da genitori sordi, ma ad un anno le mie reazioni uditive cominciarono a calare e si scoprì che ero diventato sordo. Ad oggi la vera causa resta ancora sconosciuta, non si sa se sia frutto di un’eredità genetica, se sia dovuto alla febbre alta o ad altro.
I miei genitori mi raccontarono di come la memoria uditiva del mio primo anno di vita rimase intatta. Quando misi le prime protesi acustiche, a tre anni, e sentì i primi suoni sorrisi, non ero assolutamente stupito. Ma attenzione, pur conservando la memoria uditiva, non era come tornare udente.
 
Sfortunatamente non ricordo niente di quei primi tre anni di vita, se non che giocavo, giocavo e giocavo, ero un vero giocherellone. Ero un bambino timido, ma molto furbo, ed era proprio al gioco che ricorrevo per fare amicizia.
Io non capivo cosa significasse essere sordi, vedevo i miei genitori usare la lingua dei segni, e fuori nella vita quotidiana la gente parlare: non distinguevo la diversità, per me era naturale.
Andavo dalla logopedista tre volte alla settimana, vedevo altri ragazzi sordi come me, ma solo ora, ragionandoci sopra, capisco quanto fosse per me più facile fare amicizia con loro in quanto simili a me. Sembravamo fratelli, forse perché portavamo quello strano aggeggio alle orecchie, cosa che gli altri bambini, udenti, non portavano. 
Era così bello andare a imparare a parlare ma dopo un po’ iniziai a fare i capricci per andare dalla logopedista: gli altri bambini giocavano in giardino, mentre io andavo all’ospedale per la riabilitazione, ma essendo io proprio un giocherellone e grazie ad un metodo educativo più improntato sul gioco tornai presto più volentieri alle lezioni.
 
Non capivo se sentivo di meno o di più degli altri bambini, se parlavo bene o male, ero proprio innocente.
Quando facevo la doccia, o andavo a dormire, o in piscina e toglievo le protesi, tutto diventava silenzioso, era come spegnere la tv, un silenzio assoluto, ma essendo piccolo non mi sono mai posto il problema, per me era davvero tutto naturale e pensavo che anche per gli altri fosse così. Nessun bambino, nel periodo dell’asilo, mi chiese mai direttamente cosa fosse l’aggeggio che portavo tra le orecchie ed è forse per questo che ero assolutamente spensierato. 
Ora però se ci penso, rivivo i momenti in cui le suore (ai tempi, negli asili c’erano le suore) si appartavano con i bambini e le loro rispettive mamme e parlando tra di loro mi guardavano: probabilmente le suore spiegavano loro la mia disabilità uditiva. Ma i bambini non erano molto interessati a queste spiegazioni, loro volevano solo una palla e un amico con cui giocare, non importava se quel bambino era obeso, di colore, cieco o disabile, l’importante era giocare in compagnia.
Ancora adesso ricordo la mia grande capacità visiva. Avendo un senso in meno fui portato a sviluppare molto la vista che era molto più ampia, mi accorgevo infatti dei movimenti ai miei lati in anticipo rispetto agli altri; ero un attento osservatore, a volte riuscivo a capire in anticipo cosa sarebbe successo dopo.
 
Era tutto davvero bellissimo, finchè arrivò il momento della scuola: la prima elementare… … 
  
   Dori Mauro

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