Un sogno a quattro ruote.

 Anno 1980

Il mio primo desiderio su ruote è stata una bicicletta rosa sulla quale cimentarmi in acrobazie e capitomboli. Fin quì nulla di eccezionale, ogni bambino ha chiesto una bici, un regalo d’infanzia che emoziona e illumina gli occhi di gioia.

Pedalare giocando, quel piccolo brivido che ti faceva sentire grande. peccato io non potessi avere una bicicletta, “tutta colpa della disabilità”. Non camminavo bene, figurarsi restare in equilibrio su un veicolo a due ruote.

La bici era un sogno ricorrente, ogni notte in sella al mio gioiellino rosa correvo e volteggiavo come una ballerina. Al risveglio però provavo una profonda delusione, mista ad un moto di rabbia e amarezza per quel giocattolo negato.

Io non volevo gareggiare per la bicicletta più bella, nè vincere, ma quell’esclusione mi invogliava a guadagnarmi una pedalata con gli altri bambini, volevo partecipare ad ogni costo, mi sembrava giusto così.

A soli cinque anni avevo le idee ben chiare, capivo che avrei dovuto sudare ogni mia vittoria e far del mio diritto di esistere un traguardo quotidiano.

Di fatto la bicicletta non mi fu mai regalata, turbandomi come un boccone indigesto che fortunatamente però lasciò il posto ad altre fantasie, nuovi giochi e mille avventure da vivere.

Passai con entusiasmo ad azionare una pista ed un trenino elettrico “classici giochi da maschio”. Mi piaceva guidare anche se non manualmente, ma premendo un pulsante, ed ero orgogliosa di vestire i panni del capotreno, compreso l’indossare il cappello.

Giocavo e mi divertivo davvero, ma la parte migliore del gioco era far partire il treno, correre o fermarmi in tutte le stazioni, dove andare lo decidevo io, almeno con l’immaginazione. Insomma, il mio mondo era un posto fantastico in continuo movimento, dentro e fuori di me.

Crescendo l’entusiasmo di unirmi agli altri iniziò a scemare, i miei coetanei dell’asilo non condividevano i loro giochi con me ed io mi sentivo messa all’angolo. Imparai presto che anche i più piccoli sanno essere cattivi e quasi ebbi paura di mostrare la mia curiosità innata verso la vita.

Io era quella che definivano “diversa” perchè zoppicavo, così decisi che la scuola, i giochi e quegli “amici” non erano nulla per me, ma purtroppo lì dovevo starci anche se mi annoiavo terribilmente. Una vocina dentro mi parlava.

“Dai a tutti quel che vogliono da te, ma il cuore solo a chi ti vuol bene”

Le maestre pensavano di tenermi seduta e buona a giocare con dei Lego, ma appena si distraevano, io sgattaiolavo verso il lungo corridoio ad esplorare angoli nascosti.

  “Per fortuna c’era il muro a sorreggermi”

Entrai in una stanza spaziosa con tanti banchi allineati con sopra libri e quaderni, sbirciavo in lungo e in largo muovendomi a tentoni e tastando ogni superfice.

La lavagna attirava la mia attenzione e ancor di più mi attraevano  le lettere su scritte color bianco gessetto. Avevo scoperto l’aula della cosidetta “primina”, una classe dove ci avrebbero fatto lezione, un anticipo della scuola elementare.

Curiosavo, sedendomi alla grande scrivania (la cattedra) il cuore mi battè fortissimo e in quell’istante decisi di volere quella scrivania e che un giorno ci sarei riuscita.

Si, volevo insegnare e finalmente tutti mi avrebbero ascoltato. Volevo comandare o meglio guidare la mia vita.

Guidare, una parola chiave che tornava nella mia mente. Per fare la maestra serviva un’auto che mi portasse a scuola, ma ci avrei pensato più avanti.

Nel frattempo dovevo studiare e sperare di non essere trovata troppo presto, mentre i mesi passavano.

Io volevo che quell’aula restasse il mio piccolo segreto, li, avevo già imparato a leggere e scrivere e lo avevo fatto da sola, copiando dalla lavagna le lettere scritte nelle lezioni precedenti dai bimbi più grandi. La scuola mi piaceva più di mille giochi.

Anno 1982

Due anni dopo ero una signorina di sette anni che cullava le bambole, amava i libri e niente più giochi da maschio, non pensavo più a guidare.

I miei mi regalarono una macchinina rossa a pedali e mai regalo fu più inatteso, quel giorno la voglia di guidare mi ritornò come un fulmine a ciel sereno.

Guidavo solo in giro per casa e questo gioco non mi piaceva più, io volevo crescere e guidare davvero, ma non ci credevo abbastanza, perchè le paure di mamma e papà erano diventate mie, quindi niente illusioni.

Le mie risorse le avevo tutte nella mia testolina, ma non sapevo come farle uscire. Rimasi una bambina curiosissima, dal potenziale inespresso.

Anno 2018

Donna delle piccole conquiste e dei grandi sogni, ho provato meno felicità e un dolore infinito o tale mi è parso. Beh, forse sbaglio, dolore e felicità arrivano in  proporzioni uguali, ma cambia il modo in cui le percepiamo.

Il dolore è un vecchio scorbutico che non vuol essere dimenticato e ci resta scolpito nell’anima.

La felicità ha il passo delicato, difficile sentirlo arrivare, è un’aria leggera, quasi impercettibile.

“Allora che fare?”

Credere che a volte i vecchi sogni si avverano, se pur in tempi diversi e in forme diverse. Un’amica mi ha fatto provare il suo motorino elettrico per “disabili” su quattro ruote.

“Ho guidato davvero, incredibile!”

Pochi minuti da brivido, in una piccola piazza, pochi minuti per sentirmi libera.

Non potersi muovere rende liberi a metà, è come essere in bilico sulla cima del monte, un attimo prima di spiccare il volo.

Quindi mi metto in moto e faccio strada verso il mare, magari alla guida del mio scooter rosso fiammante. Peccato ora resti ancora un sogno, ma un giorno chissà! 

Questo tipo di ausilio ad oggi ha un costo elevato, spesso non prescrivibile dalle Aziende Socio Sabitarie di provenienza. I criteri di valutazione si basano sull’aggravamento della funzione motoria del paziente. Mi auguro che tale supporto sia presto fruibile gratuitamente agli aventi diritto. Evitiamo un’ulteriore discriminazione del “disabile”!

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Giusi

A proposito di Giusi

Sono una donna single di trentanove anni, ma in me vive ancora lo spirito gioviale di una bambina curiosa. Non mi ritengo infantile ne poco realista, perchè il dolore lo conosco da sempre, ma oggi lo vivo in modo consapevole come fosse un amico. Può rivelarsi estenuante affrontare una dipendenza fisica dalle altre persone, perchè c'è sempre qualcuno a limitare la voglia di agire e di essere. Forte di quell'esperienza scioccante che mi ha spezzato l'anima un milione di volte, a quella bimba ho insegnato ad asciugarsi le lacrime e diventar donna. Osservo, scovo e domando, sono una piccola ficcanaso dalle buone intenzioni. Mi definisco una raccontastorie, vivo di emozioni a fior di pelle. Un concentrato di pregi, difetti e qualche volta estremi. La bellezza che cerco è dentro me, poichè ciò che resta intorno è un goffo tentativo di vivere, come una funambola a un passo dal cadere nel vuoto. Io voglio aiutare con la mia presenza di spirito, con un ascolto costante e con parole misurate, mai invadenti, perchè anche il cuore più duro si scioglie davanti a un amore discreto.

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