Un altro (d)anno: per allenare le persone alla consapevolezza

Un altro (d)anno di Valentina Tomirotti, edito da Mondadori, con la prefazione di Malika Ayane, a prima vista potrebbe sembrare una biografia, ma è soprattutto un brain train che tiene le sinapsi cerebrali in continuo movimento, con l’obiettivo di promuovere una comprensione delle cose che vada al di là del già noto, di ciò che viene dato per scontato e delle comode apparenze, per scendere in profondità e donare un nuovo possibile modo di vedere e di “sentire”.

E’ anche una lezione di comunicazione efficace, per molti versi, nutrita di sagacia e sovvertimenti di prospettiva.

Dicevo che potrebbe sembrare una biografia, ma a ben vedere (e leggere) è molto di più. E’ un viaggio  attraverso tanti temi delicati e scottanti, che Valentina affronta affidandosi all’arma dell’ironia, affinchè si spalanchino menti e cuori. Lo fa tra ruote, pensieri, a volte netti e taglienti, a volte confusi ed in continua incubazione ed evoluzione, tra mille dubbi, riflessioni, sogni, bisogni e progetti.

Ogni riflessione, per essere significativa, non deve essere avulsa dall’esperienza, che miscela teoria e pratica, e Valentina attinge a piene mani dalla sua, non tacendo nulla, non accettando reticenze, persino le sue proprie, ancorchè legittime. Lo fa con estrema trasparenza, con una lingua ed una penna che sanno essere spietate, per promuovere un autentico processo di coscientizzazione[1],

La presa di consapevolezza, propria ed altrui, passa attraverso dolori, gioie, speranze, momenti di condivisione e di necessaria solitudine, fasi di accelerazione e di rallentamento, persino di fermo, in un progressivo processo di scavo che miscela parole, mai messe lì a caso, dotate di grande potenza evocativa.

Parole leggere, come sanno essere quelle dal sapore calviniano, profonde, mai banali o superficiali.

Valentina, quelle parole le coccola, le accarezza, per trasformarle in altrettante carezze verso se stessa e verso gli altri, o le scaglia come pietre, le appone anche su magliette, le affida a monili, quali mementi, per tenere sempre desto e alto il livello di motivazione e di consapevolezza.

La nuova campagna lanciata attraverso la sua associazione Pepitosa in carrozza, prevede, poi, l’apposizione sulle auto di alcuni adesivi, raffiguranti l’emoji di una cacca, creati in collaborazione con Beatrice Signoretti, per segnalare e “punire”, attraverso lo stigma e la riprovazione sociale,  quello che lei stessa definisce come “un parcheggio di merda”.

Un comportamento incivile che lede il diritto alla mobilità, e con esso alla partecipazione sociale ed alla possibilità di aggregazione fattuale,  delle persone con disabilità, che molto spesso non possono scegliere dove parcheggiare o in che modo inerpiscarsi sui marciapiedi per accedere ai diversi luoghi, dove si svolgono le attività sociali, appunto.

Ora lasciamo la parola a lei.

D. In Un altro (d)anno racconti 365 giorni della tua vita. Quando e come è nata quest’idea e come si è evoluta?

R. L’idea di scrivere un libro mi balenava nella testa dai tempi dell’università, come un sogno che coronava quello per cui avevo studiato: comunicazione e giornalismo. Ma non sono mai stata amante di quel giornalismo di cronaca in cui si “campava” con le disgrazie altrui e ho capito che non potevo rinunciare a mettere in fila le parole, dovevo solo trovare la mia nicchia dove iniziare a costruirmi uno stile e coltivarlo. Così un anno fa è arrivata l’idea di far prendere il volo a quelle 240 pagine che racchiudono la mia vita e si sono trasformate in “Un altro (d)anno” che è uscito con Mondadori il 26 marzo. Guai a chiamarla biografia, è più un percorso, il mio personale cammino di Santiago senza avere una meta definita.

D. Di solito le biografie si scrivono alla fine di un percorso. Tu parti da una sorta di biografia, invertendo la ratio. Cosa rende, però, la tua biografia atipica?

R. Le tappe che percorro e racconto, non in modo tassativamente cronologico, ma cullate da una buona dose emozionale e di ricordi o spaccati di vita riferiti a periodi definiti da situazioni subite o create. Racconto cosa c’è dietro ad un’immagine, ma di certo non mi sento arrivata da nessuna parte, per fortuna. L’atipicità di questo libro sta soprattutto negli argomenti trattati che escono dal seminato dei soliti cliché che rilegano il mondo della disabilità.

D. Ogni mese contiene un messaggio, e una piccola lezione di comunicazione. Qual è il messaggio trasversale che li attraversa e li unisce?

R. Se devo essere sincera non c’è uno schema preconfezionato, è proprio come se prendessi per mano i lettori e li accompagnassi in tour guidato della mia vita. Certo lo voglio fare mettendo in risalto argomenti che ritengo ormai indispensabili per muoversi con dignità nella società: dall’inclusione all’uso consapevole delle parole, fino al tema della sessualità per il mondo delle persone con disabilità. Sono argomenti che in pochi trattano con cognizione di causa, forse per sentito dire, ma non ne conoscono il reale significato o la condizione.

D. Nel libro progressivamente, o forse sin da subito, ci mostri una Valentina senza veli. Valentina solleva il velo, non solo su se stessa, e ci svela tanti altri aspetti del reale. Come hai scelto di svelare Valentina in altri progetti?

R. Nel momento in cui ho deciso che era tempo di racchiudermi in un libro, ho capito di doverlo fare in tutta sincerità, senza filtri o le cose che volevo comunicare non avrebbero avuto il peso che meritavano. I progetti li ho raccontati nel modo più naturale togliendo ogni velo e dubbio. Mi piace creare sempre nuovi progetti per dare spunti che possano generare dialogo tra il pubblico che, spesso, non conosce o non considera temi quotidiani collegati alla disabilità.

D. L’impegno politico: quali sono i tuoi volti e l’impegno individuale e collettivo che vuoi trasmettere?

R. L’impegno politico lo esercito da sempre, almeno fin da quando ho un’età capace di capire cosa trovo giusto e cosa non voglio vedere in questo mondo: sono vicina agli ultimi che nel mio mondo sono davvero i primi. Credo che la politica, se fatta come si deve, rimanga l’unico mezzo per dare sostanza a qualcosa che si può fare per tutti. Non voglio dare una connotazione puramente cromatica alla mia idea politica, preferisco piuttosto impegnarmi per le tematiche sociali creando una nuova cultura dell’inclusione e cercando di realizzare progetti concreti che tocchino più fasce anagrafiche che affrontano il tema della disabilità con modalità diverse.

[1] Il processo di coscientizzazione, rifacendosi a Paolo Freire, implica un processo di progressiva presa di coscienza, intesa come coscienza critica, correlata ad un concetto di storicità. <<La coscientizzazione è lo sviluppo della presa di coscienza. Non può essere conseguenza soltanto di alcune modificazioni economiche…La criticità è frutto di una elaborazione pedagogica critica, appoggiata a condizioni storiche propizie>>.

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