Tocchi, prese e abbracci

Dall’età di undici anni ho sempre avuto difficoltà a far vedere agli altri il mio desiderio di avere un contatto fisico con qualcuno. Non parlo dei momenti d’intimità che ognuno ha col proprio compagno o compagna; parlo dei gesti affettuosi rivolti ad amici o parenti. Gli abbracci infatti non rientrano tra le mie specialità. Abbraccio poco e con fatica.  Non mi scanso se qualcuno si avvicina, anzi, mi abbandono all’abbraccio donando ad ogni corpo il medesimo affetto, ma non prendo mai l’iniziativa, probabilmente non saprei neanche da che parte iniziare, così a volte quando ne sento il bisogno, chiedo e basta: “mi abbracci?”. 
Questo dimostra che l’essere stata da sempre circondata da persone che amano abbracciare, non mi è servito a molto. Nella famiglia di mamma, per esempio, si abbracciano tutti, spesso e senza un apparente motivo. Si abbracciano anche più di una volta al giorno, coccolano noi nipoti come se avessimo ancora 5 anni e noi li lasciamo fare, perché hanno tutti un odore che sa di buono. 

Col degenerare della malattia ho scoperto che forse avrei dovuto imparare ad abbracciare di più e accettare, senza troppa vergogna, di rispondere a quel bisogno di stringersi che ci fa sentire come se stessimo scambiandoci qualcosa, così magari adesso riuscirei a non sentirne la mancanza. Ma con la malattia è arrivata anche la consapevolezza che il senso di ogni cosa, anche quello di un abbraccio, può cambiare. E accade quando il bisogno nasce da qualcosa di diverso, in un modo diverso, e perché trasformata ormai in una persona diversa: un’ anziana o una bambina. Un’ anziana con muscoli ormai troppo deboli o una bambina con muscoli ancora non abbastanza forti.
Così ho dovuto imparare la pazienza del contatto fisico in modo da trattenere l’istinto di rifiutare i tocchi, le prese, gli abbracci necessari e a volte persino gli odori. Ho dovuto imparare a chiudere gli occhi per lasciare che il fastidio e il senso di umiliazione, scappassero via attraverso i respiri e i denti che si combattono stringendosi così tanto da soffocare parole e perché che bisogna sostituire con innumerevoli grazie. 
Ho accettato un pelle contro pelle che non si può scegliere di rifiutare e adattarsi è ormai diventata una parola d’ordine; adattarsi al corpo di altri, alla forza di altri, alla loro distrazione, al loro poco equilibrio, al disagio di chi ha il compito di aiutare il tuo corpo e che, inevitabilmente, rende il tuo corpo solo più instabile. Bisogna essere più forti della propria paura e della paura degli altri, di chi vuole prendersi cura di te sopportando qualsiasi fatica, la stessa fatica che non vorresti vedere nei loro occhi. Resistere poi alla voglia di solitudine, da ricercare ormai nella staticità del non fare: seduta alla tua scrivania con la casa vuota o sdraiata sul tuo letto. Seduta o sdraiata, con le mani diventate piedi, gambe, schiena, collo, persino anima, e con la rabbia trasformata in scatti brevi e muscoli che si irrigidiscono. Lottare anche contro la stessa malattia, per avere la sensazione che il tuo corpo sia di nuovo solo il tuo, per un’ora o per mezza giornata, per credere di essere sufficiente, di bastare a quell’immagine riflessa sullo schermo di un computer spento. Un’illusione che vale come i più profondi dei respiri.

Ti adatti, accetti e resisti per poter essere quello che sei, anche se quel giorno il genere umano ti rende insofferente, anche se meriteresti un vaffanculo perché fai parte del genere umano anche tu e quel giorno sei insopportabile. Ti adatti, accetti e resisti perché sei vanitosa, perchè vuoi amarti e sentirti bella, vuoi vederti bella anche senza indossare una gonna corta e un paio di scarpe col tacco. Bella e profumata, tutti devono sentire il tuo profumo. Quindi ti adatti, accetti, resisti e ti fai lavare, senza chiedere a te stessa se avresti preferito non condividere con altri le nudità del tuo corpo, tanto non serve, è una domanda inutile, l’illusione è finita. Ti adatti, accetti, e resisti per vivere.

Ti adatti, accetti, resisti e chiudi gli occhi. Respiri, ringrazi, sorridi e poi….senti che buon profumo.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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