Spirito Libero

Una settimana fa, mi hanno chiesto cosa mi rende felice.
Una domanda, infinite risposte.
Un tempo forse avrei risposto: “Andare via da dove abito.”
Adesso, invece, ho tante risposte per questa domanda.
“Sentire il rumore del mare.”
“Vedere le persone che fanno parte della mia vita star bene.”
“Un paio di scarpe.”
“Il mio benessere.”
“Le patatine fritte.”
“Un viaggio.”
Ecco, sono queste le risposte che darei. Forse, è arrivato il momento di dire che sono cresciuta o semplicemente ho capito davvero ciò che mi rende felice. Tutto il resto non ha importanza. Come se adesso, finalmente, contassi solo io e non più ciò che gli altri pensavano di me, perchè quando nasci e cresci in un piccolo paesino, per quanto tu possa esser avanti, tu sei sempre “quella che”. E’ inutile negare che, per chi come me ha una disabilità, può incidere crescere in un paesino e non in una grande città, sia per le opportunità, sia per la mentalità che è pur sempre quella di un “paese”. Sarai sempre la “figlia di”, “quella che”, “quella che è andata fuori”. Volente o nolente avrai sempre un’etichetta. Ma quando sono partita questa etichetta l’ho persa, e sono stata accolta in una città che mi ha aperto le sue porte in silenzio senza farmi alcuna domanda, lasciandomi entrare in questo meraviglioso mondo che è l’essere sconosciuti.
Peccato che ogni volta io ritorni dove sono cresciuta quell’etichetta torna ad essermi cucita addosso. E se solo provassi a parlarne la risposta tipo sarebbe più o meno questa: “E’ solo una tua impressione, alle persone fa piacere sapere come stai.” Alle persone, inteso in senso generico, non interessa minimamente come tu possa stare. Non si sono mai chiesti il perché non abbia fatto “coming out” sulle mie protesi acustiche prima di allora, figurarsi se interessa davvero come io stia. E’ il limite dei paesini di provincia. Sembra che tutto ruoti intorno al giudizio collettivo paesano come se fosse l’unica cosa che conti davvero. Tutto scorre tranquillo, lentamente, inerte al cambiamento. Tutti apparentemente pronti al cambiamento, ma in realtà ancorati a giudizi negativi del passato. E tu resterai sempre quella che voleva prendere il volo e andare lontano da tutti.

Se ci sono riuscita non lo so, ma so che da quando tutti sanno che “sono quella sorda” qualsiasi cosa scivola via come se finalmente sia arrivata la libertà anche per me, proprio lì dove sono cresciuta, dove ho i ricordi di infanzia più belli, dove non riuscivo ad essere libera, ancorata al pregiudizio. Nessuno mi ha costretto a vivere nell’apparenza ma spesso, se non riesci ad accettarti, soprattutto nella fase dell’adolescenza, vivi nel costante tentativo di essere accettata. E forse tutto ciò, mi serviva per arrivare a guardarmi allo specchio senza più ingannarmi che tutto andasse bene. Se c’è una cosa che non ho imparato è il training autogeno per far finta che tutti mi siano simpatici e che tutto vada bene. Sono diventata intollerante alla finzione, non perché sia arrogante ma perché sono arrivata ad una fase in cui non voglio sprecare tempo dietro cose inutili o che mi diano noia. E fingere solo perché “tanto torni a casa soltanto due volte l’anno” non mi va. Ho finto per anni che tutto andasse bene finchè la bolla che avevo creata è scoppiata. Non voglio fingere che la gente mi stia simpatica, non voglio essere amica di chi manca di rispetto, di chi sbaglia e non chiede scusa, non voglio vivere d’apparenza. Quell’apparenza che non mi è mai appartenuta. E non voglio guardarmi allo specchio e ingannarmi da sola. Vorrei sempre affrontare tutto a testa alta e non avere paura di dire “non mi va di essere quella che vorreste”. In alcune occasioni non ho mai smesso di farlo, in altre ho indossato la maschera. Adesso voglio essere libera. Non sono una santa, non ho mai avuto un carattere facile. O mi ami o odi. Oggi, forse, sono troppo critica e dura con me stessa ma sono serena. L’accettazione ha portato alcune cose negative,  ma allo stesso tempo ha portato la bellezza delle
piccole cose: la gioia di tornare a casa per riabbracciare i miei genitori e gli amici di sempre che nonostante ci siano oggi oceani a dividerci sono sempre lì ad aspettarmi, la gioia di sedermi nella mia spiaggia preferita ed ascoltare il rumore del mare. Quel mare, che tutte le volte in cui ero irrequieta, mi ha accolto, cullato e curato le ferite attraverso il suo
“suono”. Ecco queste sono le uniche cose che mi mancano del paese.

Pubblicato nella Il Rumore dei Suoni | Lascia un commento
Gloria Zullo

A proposito di Gloria Zullo

Difficile definirmi, non amo parlare di me. Studentessa a tempo perso, fuggo dalla realtà per ritrovare i sogni, anche solo per pochi minuti. Da quando ho scoperto i suoni, non riesco più a vivere senza. Mi sento una ragazza come tante, nulla di più, nulla di meno. Vivo in un mondo incantato fatto di sole cose belle. Faccio di tutto per evitare che entri il male. I suoni, sono la cosa che amo di più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *