Quando il silenzio è la parola giusta

Ho fatto compagnia ad Arianna per circa due mesi. Tutte le mattine ci riunivamo alle 9 per parlare dei malati, dei nuovi ricoveri, per sapere se qualcuno era stato poco bene. Tutte le mattine, alle nove, Arianna arrivava nel suo camice bianco con un sorriso vero, profondo, genuino. E con lei arrivava il buon umore. Adorata dagli infermieri, rispettata da tutti i colleghi, Arianna è la responsabile di un mini-reparto di ricoveri programmati. Sono quasi tutti pazienti oncologici. In poco tempo, mi ha insegnato la burocrazia del reparto, che è davvero infinita, e non mi ha mai fatto sentire incapace o di troppo, anche se al primo mese di lavoro ci si sente solo imbranati e idioti.
Arianna ha una capacità incredibile di parlare con il malato e fargli capire che lei lo sa che lui sta soffrendo. Quando dà le brutte notizie ai parenti, lo fa con le parole giuste, soppesate, e con gli occhi che le brillano, a volte ci si potrebbero scorgere delle lacrime dentro, che rimangono lì e non si muovono. È un medico modesto, una grande mamma del suo piccolo reparto. La mattina arriva alle nove perché perde tempo ad aiutare la sua collega con la sclerosi multipla a cambiarsi. E lo fa come se stesse facendo la cosa più normale del mondo, perché per lei la sofferenza è un aspetto della vita, una cosa che esiste, c’è e va abbracciata, non respinta.
Una mattina in mensa, mi ha guardato e mi ha detto: “Mia figlia ha la malattia di Crouzon, ho due gemelle. Una è malata, l’altra no. Sono eterozigoti.” E io l’ho guardata e non ho detto niente. “Ha qualche problema motorio, una dismorfia facciale. Ma ti assicuro che è una potenza.” E con un filo di voce ha aggiunto: “È per questo che io mi occupo delle malattie rare, io mi prendo cura di tutti i malati sfigati.”
E ci mettiamo in fila, con i nostri vassoi arancioni, consapevoli che non servono ulteriori parole. Consapevoli che a volte il silenzio è la parola giusta.

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