Sfotti il cambiamento

Io e la vita basiamo da sempre i nostri rapporti sui perché. Sono perché spesso lasciati al vento come i palloncini colorati di quando ero bambina. Alcuni li tengo per me, abbandonati al loro inevitabile destino: sgonfiarsi! Come succedeva sempre ad un palloncino a forma di delfino che mio padre per qualche tempo fu costretto a comprare ad ogni festività.
Io e la vita siamo come quelle coppie che si scambiano amore non equamente. Quelle coppie in cui c’è sempre chi è più forte dell’altro. Dove ci sono calci e pugni, magari anche  bruciature di sigarette. Quelle coppie dove la parte debole resta immobile, ferma e aggrappata a tutto il resto. Quel resto fatto di carezze e baci che lasciano cicatrici più profonde ma senza sangue e dolore. Così la amo lo stesso, anche se dopo la malattia i perchè sono aumentati. L’avermi lasciato il tempo di vivere senza di lei per 19 anni mi ha permesso di conoscere sensazioni che altrimenti avrei potuto solo immaginare e supporre. Ha fatto si che riuscissi ad avere la vivida percezione del cambiamento, come vedere la trasformazione che dall’esterno contagiava l’interno.

Un tempo se il mio ragazzo mi avesse chiesto se poteva aiutarmi a mettere il pigiama o fare la doccia, lo avrei guardando con occhi languidi pensando ad una proposta sessuale neanche troppo velata. Adesso non è affatto detto lo sia. Adesso spesso vorrebbe solo non dover stare lì a vedermi combattere con le maniche del pigiama ed evitare che mi fratturi il collo scivolando in doccia.
La prima volta che si propose di aiutarmi, per esempio, fu per togliere i tutori prima di fare l’amore. Avrei preferito farlo velocemente da sola cosicché il desiderio non venisse fucilato da due pezzi di plastica grigi e brutti su dei polpacci troppo sottili e deboli. Avrei voluto che continuassimo ad essere come chi si ama senza troppo ragionare o premeditare. Volevo non fosse costretto a prendersi cura di me così velocemente, speravo avvenisse in modo graduale. Speravo non si accorgesse subito che avremmo dovuto trovare delle alternative, dei modi differenti e che le parole avrebbero sempre dovuto precedere le azioni. Ogni tanto mi ritrovavo a chiedergli scusa pur non essendo colpa mia, lui lo sapeva e anche io. Credo fosse per il desiderio di volerlo amare meglio e per la paura che, iniziando a vedere il mio corpo come qualcosa di troppo debole e non più in grado di muoversi completamente in autonomia, avrebbe smesso di vederlo in modo sensuale. 

In realtà a noi piaceva amarci ma bisognava dare un senso a quel corpo che provava ad imprigionare le voglie.

Avremmo così imparato ad essere impertinenti ma con attenzione, senza esagerare troppo. A misurare i gesti e i movimenti. Avremmo imparato l’importanza di quei tocchi leggeri, sfiorati e silenziosi.  Tocchi non scelti, imposti certo, ma nostri perchè creati da noi per noi stessi. Avremmo dovuto conoscerci con estrema precisione senza lasciare nulla al caso, in modo da non sprecare nessuna carezza e nessun bacio. Avremmo imparato a lasciare piano piano libere le nostre menti e i nostri occhi, li avremmo costretti a superare tutti quegli ostacoli che li incatenano al corpo. Avremmo aspettato di vederli diventare sempre più forti, resistenti e caldi come la nostra pelle, tanto da permetterci di percepire tutto quello che un corpo può sentire e provare anche se immobile. E così saremmo riusciti ad amarci nonostante tutto.

Alda Merini in un’intervista disse che la vita non ha senso ma che siamo noi stessi a darle un senso. Probabilmente aveva ragione. Credo che dovremmo provare a sfotterlo quel cambiamento che col suo non-senso vorrebbe atterrirci. Vuole cambiarci esteriormente? Bene, che lo faccia pure. Ma prendiamoci gioco di lui, prendetevi gioco di lui. Mostrategli come col tempo si può riuscire ad essere padroni di qualcosa che è molto più grande del solo corpo, cioè noi. Siate i padroni di voi stessi, impariamo ad amarci, insegniamo agli altri come potrebbe essere difficile ma bellissimo amarci, lasciamoci respirare, scoppiare e patire. Lasciamoci  essere, sempre.

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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