Senza dimenticare il Bene

Perchè sforzarsi di essere forti? Perchè prestare attenzione alle parole da usare, perfino ai pensieri? Perchè rimproversi della propria naturale debolezza? Perchè privarsi di ciò che ci farebbe stare bene pur di non ferire l’altro? Siamo umani d’altronde. La società a volte è spietata, ma nel tempo infondo dimentica e perdona. Quante giustificazioni ho sentito di fronte ad atteggiamenti e gesti imperdonabili, privi di logica. Raramente si pone l’attenzione su ciò che sarebbe stato giusto, su ciò che era necessario fare, è più facile scusarsi piuttosto che ricordare che la giusta via, il giusto modo non sarebbe stato poi così difficile da seguire. Davanti ad un’offesa non di rado mi chiedo perchè non si sceglie di fermarsi prima che la stessa trovi compimento. Il vissuto di ogni disabile è saturo di queste scuse e giustificazioni, vere e proprie offese a cui puntualmente seguono parole di pentimento e redenzione. Una terra di pentiti, e di santi! Peccato che la realtà di ogni giorno ha un retroscena tutt’altro che edificante. Fioccano epiteti e nomignoli, vengono negati ingressi in ristoranti, strutture ricettive e, tranne rari casi, non si vede nemmeno l’ombra di un pentimento, fosse anche finto, a seguire invece puerili mi dispiace, dubbie scuse e ridicole giustificazioni. Solo pochi giorni fa ho letto di un ristoratore che ha umiliato una donna “colpevole” di aver avuto una crisi epilettica nel suo ristorante, facendole notare che chi è portatrice di tale patologia dovrebbe restare a casa. Ed ancora, articoli su articoli che raccontano di atti discriminatori, per non parlare poi di accessi su strada indebitamente occupati. L’era 2.0 che in un attimo torna all’età della pietra, priva di regole, di rispetto, di empatia, di educazione. E questa ghettizzazione, questo cinismo, questa cattiveria, questo dimenticarsi dell’altro non è lontano dal vivere di ciascun disabile. Sfido chiunque a negarlo, è qualcosa che tutti abbiamo sperimentato, provato e combattuto. Un amico ieri mi ha scritto, e per quanto io sia certa del suo fare combattivo, per un attimo ho faticato a trovare le parole per confortarlo, per spronarlo. È stanco, sempre più incline a scegliere la solitudine, non vuole più rincorrere quelli che verrebbe da chiamare amici, ma che in realtà si potrebbero definire conoscenti, figuranti. Mi ci sono rivista in quelle parole, e ho sentito il dolore e tutta la rabbia che nascondevano. Credetemi, nessuna volontà di uscirne vittime, nessuna depressione dietro l’angolo, è un dire che nasce da una presa di coscienza. La consapevolezza di esser giunti ad un limite che non è più oltrepassabile, l’aver raggiunto uno status interiore che ci impedisce di accettare ad oltranza di esser visti come pesi, o peggio come persone da compatire, da sostenere. Arriva il giorno in cui non si è più disposti ad accettare di dover elemosinare attenzioni, in cui si sceglie di dedicare le nostre forze a ciò che davvero conta, in cui non si ha più voglia di essere usati. C’è chi lo chiamerebbe sano egoismo, chi amor proprio, ma la sostanza credetemi non cambia. Ho visto “amici” allontanarsi silenziosamente, lasciando solo una scia di promesse non mantenute. Ho visto amori sfiorire con una tale rapidità da lasciare interdetti. Ho sentito il mio cuore spezzarsi in mille pezzi ad un “non posso stare con te, devo vivere e al tuo fianco è troppo difficile”. Ho subito il giudizio di chi non mi ha creduto capace, il disprezzo di chi non mi ha visto all’altezza per stare accanto al proprio figlio. Ho sentito il dolore cocente di no detti con cattiveria. Ho subito tutto questo e di più, fino a che non ho sentito dentro di me una forza incontenibile, una voglia di ribellione, il bisogno di dire Basta. Ho scelto me, accettando anche la solitudine, obbligandomi a ritrovare fiducia in me stessa, imponendomi di non badare a chi tentava di distruggermi. Ho imparato a non rispondere a chi infondo di parlarmi non aveva per nulla voglia. Sono scelte che costano, nascondono il rischio altissimo di rimanere soli, portano con se dolori e lacrime, ma con il tempo e la determinazione ti portano a scoprire il valore di ciò che davvero conta. Quel famoso ‘ne è valsa la pena” che si trasforma in Amicizia, in Amore vero, in conquiste, in una libertà che non è negoziabile, perchè è assoluta e pura! Ed è a quella libertà che mi aggrappo quando vedo spalle voltarsi e lasciarmi indietro. Andate, e il più lontano possibile da me. Oggi so di non aver bisogno di chi alla mia vita toglie ossigeno e tempo. Voglio proteggere me stessa da quelli che definisco dolori non necessari, basta la malattia coi suoi prezzi imposti. Ci vuole coraggio, ci vuole testa ma anche cuore, perchè se è vero che si impara a proteggersi, spesso diffidando, diventando forse più freddi, non si deve mai dimenticare che il bene esiste e che ciascun cuore merita calore, attenzioni, e rispetto. Ci sarà sempre qualcuno pronto a voltarci le spalle, ma, da qualche parte, qualcun altro sarà pronto ad avvicinarsi a noi, e noi dovremo solo tendergli la mano e avvicinarci un pò. 

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Eleonora Caputo

A proposito di Eleonora Caputo

Dirvi chi sono è difficile, perchè la scienza mi definisce Rara tra i Rari, il mondo, invece, diversa. Io amo definirmi semplicemente Elly! Una ventottenne che nonostante tutto crede nei sogni e nel futuro. Un futuro fatto di un tempo relativamente relativo, dove vivo il Qui e L’Adesso! Vivo e sfido ogni giorno realtà che non ho scelto ma che oggi sono parte di me. Non mi sono mai concessa il permesso di sentirmi malata, mi vedo come una piccola Matrioska, Elly e tutte le mie piccole altre me. Una realtà complessa fatta di diagnosi che coesistono e si scontrano. La continua ricerca di risposte ai tanti, troppi interrogativi. Una Vita in attesa, una Vita in viaggio, una Vita di lotte, ma una Vita che voglio Vivere, ad ogni costo. Il mio più grande desiderio? Trovare un senso ad una realtà che un senso sembra non averlo, e trasformare in parole le emozioni e i sentimenti di una vita, sì rara, ma che non vuole esser altro che vissuta davvero.

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