Il senso della vita. Un titolo volutamente pretenzioso.

«Il dolore accresce la percezione dell’insufficienza dei godimenti temporanei. Spinge a desiderare qualcosa che oltrepassi l’abituale, a cogliere fino in fondo ciò che viviamo» [Eugenio Borgna]

Il dolore è un’esperienza fisica e/o emotiva che dà e toglie, come tutte le altre: paura, ansia, gioia, tristezza. Quanto e cosa ci dà e toglie dipende da noi. Come dice Albus Silente ad Harry Potter: “sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente molto più delle nostre capacità”.

“La vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un campo di concentramento, quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall’esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza”. [Viktor Frankl

A volte siamo così concentrati su quanto stiamo male che non ci rendiamo conto quanto abbiamo da esperire, da godere e da viver. Più importante ancora – e forse più efficace esempio per il lettore – è che non ci rendiamo conto quanto ancora avremmo da perdere, quanto potremmo stare peggio, soffrire di più. Bisogna avere il coraggio delle proprie scelte, ammettere le proprie debolezze, le proprie paure; bisogna poi combatterle, superarle e non aver timore di ammettere a sé e agli altri che vogliamo essere felici

“Bisogna sempre chiamare le cose con il loro nome. La paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa.” [Albus Silente]

Riappropriarsi dell’uso di parole ormai desuete nel linguaggio può aiutare a sviluppare doti e trovare risorse che non pensavamo di possedere. Coraggio, codardia, virtù, fallimento, lagna, fortezza, felicità, sono tante le parole che ormai son cadute in disuso perché ci fa paura ammettere i nostri fallimenti, ci fa paura ricordarci che esistono vizi e virtù, detestiamo i primi e ammiriamo i secondi ma siamo sempre pronti ad autoassolverci quando i colpevoli di inerzia e mollezza siamo noi stessi. Quanto, invece, è liberatorio risponderci con franchezza alle domande che abbiamo sempre evitato di porci! Quanto è catartico distruggere tutto il castello di nozioni e credenze, recuperarne i materiali e ricostruirci dalle fondamenta! Certo, bisogna fare i conti col proprio passato ma quanta gioia vi attende!

Namastè e buona fortuna.

“Tutti gli sforzi psicoterapeutici e d’igiene mentale, rivolti ai detenuti, dovrebbero obbedire a un motto, espresso con grande chiarezza nelle parole di Nietzsche: «Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come».

Si doveva dunque, quando si presentava una buona occasione, qualche volta, qua e là, chiarire agli internati il «perché» della loro vita, per far sì che fossero interiormente all’altezza del terribile «come» del loro presente, degli spaventi di una vita nel Lager, affinché potessero affrontare tutto con coraggio. E viceversa: guai a chi non trovava più uno scopo di vita, non aveva un contenuto di vita, non scorgeva nessuno scopo nella sua esistenza; svaniva il significato del suo essere, perdeva ogni senso anche la resistenza. Questa gente, privata di ogni possibile sostegno, si lasciò presto cadere. Di conseguenza, la frase con la quale demolivano tutti gli argomenti che avrebbero potuto infondere coraggio ricusando qualsiasi conforto, era sempre: «Ormai non posso sperare più nulla dalla vita». Che cosa possiamo rispondere?

Ricordo due «casi» che non solamente illustrano come fosse possibile applicare nella prassi le teorie già ricordate, ma mostrano anche un notevole parallelismo. Due compagni rivelarono nel modo tipico, più sopra descritto, «di non sperare più nulla dalla vita». Ad entrambi si poteva chiarire ancora che la vita attendeva qualcosa da loro, che qualcosa li aspettava nella vita, nel futuro. In effetti risultò proprio che una persona attendeva uno dei due: il figlio adorato «attendeva» all’estero il padre. L’altro, invece, non aveva nessuno, ma l’”attendeva” una cosa: la sua opera! Infatti quest’uomo, uno studioso, aveva pubblicato su un certo tema una collana di testi, non ancora completa, che attendeva il suo compimento. Quest’uomo era indispensabile per quest’opera; nessuno avrebbe potuto sostituirlo, proprio come l’altro era indispensabile e insostituibile nell’amore del figlio: quell’unicità e originalità che distinguono ogni singolo individuo e che conferiscono — esse sole — alla vita il suo significato, si fanno dunque valere nei confronti d’una opera o di un lavoro creativo, proprio come nel rapporto con un altro uomo e il suo amore. L’essere indispensabile e insostituibile, tipici d’ogni individuo, fanno apparire nella giusta misura, non appena affiorano nella coscienza, la responsabilità che un uomo ha della sua vita, lo incitano a continuare a vivere. Un uomo pienamente consapevole di questa responsabilità nei confronti dell’opera che l’attende o della persona che lo ama e che l’aspetta, non potrà mai gettar via la sua esistenza. Egli sa bene il «perché» della sua vita — e quindi saprà sopportare quasi tutti i «come».”

[Viktor Frank, “Uno psicologo nei lager”]

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Viviana Di Carlo

A proposito di Viviana Di Carlo

Sono una studentessa di biologia abbondantemente fuori corso a causa di una vita piena di cazzeggio tra musica, cinema, letteratura (e tanto internet). Vivo su un'isola sperduta del profondo nord Europa. Combatto la malattia con sarcasmo ed autoironia perché la vita è troppo breve per prendersi sul serio. Il viaggio è più lento ma non meno appagante, anzi. "Da qui, messere, si domina la valle", modestamente.

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