Ricordami della rabbia

Da piccola sono stata una brava bimba: silenziosa, educata e poco monella. Alle scuole medie la professoressa d’italiano mi faceva sedere sempre accanto ai ragazzini che studiavano meno e disturbavano di più. Pensava potessi placarli: sbagliava. La mia presenza per loro non faceva la minima differenza, mentre la loro non faceva altro che diminuire il mio rendimento. I miei genitori non sono mai stati costretti a darmi schiaffetti per essere sicuri che avessi capito un loro rimprovero. Spesso e volentieri un urlo bastava ed avanzava. Era sufficiente uno sguardo o un tono di voce più duro perché iniziassi a piangere. La sola idea di qualcuno arrabbiato con me mi gettava in un sconforto che a quel tempo mi era incomprensibile, ma che adesso credo di riuscire a decifrare. Scrivo ‘arrabbiato’ nonostante la maestra delle elementari, una suora con le mani di chi nella vita sembrava aver fatto solo lavori pesanti, ripeteva a noi bimbi-studenti che non voleva usassimo questo termine, «si arrabbiano solo i cani», diceva. Ma a pensarci bene i metodi educativi della direttrice non la rendevano di certo una buona educatrice. Se avessero messo delle telecamere in aula, la sospensione dall’insegnamento e la scomunica sarebbero stati assicurati. A dispetto di chi riesce a giustificarli, quei metodi, si trattava solo di violenza e bullismo. 

Gli effetti in ogni caso mi si sono ritorti contro fin da piccola, anche se poi a ‘salvarmi’ è arrivata la malattia. Un’alluvione che mi ha aiutato a capire come il brutto e lo sporco, se usati bene, possono persino sbiancarci. Togliere l’opaco e aprire gli occhi, proprio come ha fatto con me la mia patologia, facendomi vedere qualcosa che non immaginavo fosse possibile vedere. Forse, in fin dei conti, è per questo che si dovrebbe combattere e vivere, per scoprire come si è quando abbiamo tolto tutto l’opaco che c’era.

Mi sono accorta così di come sia stato semplice per me chiudere tutte le emozioni e le sensazioni dentro una gabbia e lasciarle poi lì, ammassate senza rispetto e verità. Ammucchiate senza distinzione. Annegate dentro i ‘non fare’ e i ‘non dire’. Spaventate da finte ripercussioni percepite come ingestibili e da lacrime che temo brucerebbero come acqua santa gettata sugli indemoniati. Urlanti e tristemente masochiste. Rinchiuse in mezzo a grida spaventose che non riescono a riconoscere più come loro. Si umiliano e si feriscono fino alla fine di quello che sono. Si perdono, si confondono e mi soffocano. Soffocano anche quando non me ne accorgo, mi tolgono l’aria, si raccolgono in gola, vorrebbero uscire ma non sono in grado di farlo. Anche la rabbia, la sento spingere da dietro il naso e dentro la testa. La sento nei piedi. La sento nei muscoli tesi che simulano movimenti inesistenti. La sento nelle mani che spingono la penna contro un foglio ormai bucato. La sento nei denti che si chiudono e si stringono. Si arrabbiano, almeno loro, si arrabbiano. Gli occhi, le dita, e il collo si arrabbiano, e chi se ne frega se la parola non è quella giusta, si arrabbiano. Non è inquietudine né irrequietezza, è rabbia.
La rabbia per qualcosa che non volevi, la rabbia per qualcosa che ti è stato tolto. Vorrei strattonarla, entrare in quella gabbia putrida per trascinarla fuori mentre con le unghie si aggrappa al ‘perdono’. Dirle che ha il diritto di uscire, che può essere libera e se lo porti pure dietro il ‘perdono’ perchè tanto dovremo usarlo per me che ho messo tutti là dentro. Chiederle aiuto per ricordare come si fa, ad arrabbiarsi. Come si fa a respirare e lasciare che il dolore si infranga sui muri e cada sul pavimento, come si fa a sostenere senza sensi di colpa lo sguardo di chi, incredulo di fronte a quello che è appena successo, sentirà ridere mentre il dolore per terra scalfisce i vetri col suo assordante lamento.
 
«Sei rabbia, non puoi stare con la faccia contro il muro. Devi ricordarti di te, devi ricordarmi della rabbia, dai esci cazzo. Esci. La gabbia è aperta, guarda. Girati, esci ti ho detto. Non respiro, esci!».

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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