Requiem for me

Guardo il mondo dal ramo di un castagno.
Le foglie cadono in autunno, le castagne picchiano il terreno del bosco della “Non esistenza”.
Io rimango seduta sul ramo e guardo tutta la vita che scorre attorno a me e vedo me nel mio corpo viverla e non viverla davvero. C’è un termine medico per questo ma è più bello chiamarla non appartenenza. Non esistenza. Assenza di campo.

Sono morta in un prato a Parma, sono morta il 18 aprile 2017 perché prima di essere un cadavere sono anche in grado di leggere un referto radiologico, sono poi morta quando il mio mondo si è spiegazzato come una foglia secca, calpestato da piedi amici, da piedi amati.

Era il mio compleanno di lì a poco. Erano 26, erano 26 aghi conficcati nel cuore che sgonfiavano il mappamondo e lui perdeva sangue sul pavimento. Ho smesso di sorridere come un chicco di riso e ho iniziato a farlo con un taglio nel volto. Una cicatrice nel volto come le cicatrici delle braccia.
E c’era il mare un secolo fa, il rumore della salsedine, il rumore dei cuori che battono allo stesso ritmo e le risate per le ciabatte sbagliate. Un cappello di paglia, un berretto bucato, un berretto bruciato. Un non berretto.
Delle non lacrime, dei non singhiozzi, delle incomprensioni, dei pianti davanti a me che non me ne frega proprio niente. Del dolore che io non sento perché non è mio e quindi non so come aiutare nessuno.

Tutto così rumorosamente finito. Frastuoni di sensazioni non realmente sputate sul pavimento. Io sono una persona malata, io sono una persona cattiva, direbbe Dostoevskij. Io dico che sono una non persona, solo un pezzo di corteccia, solo un buco nero in cui marcisce l’anima.

Si potrebbe scrivere della bellezza dei prati fuori dal finestrino del treno, dei baci rubati, degli occhi innamorati, dei grazie riconoscenti, del sole in una giornata di dicembre, del treno atteso da tutta la vita per potere riabbracciarti. Sì potrebbe parlare delle cose belle. Si potrebbe perché alla gente piace leggere ricordi felici, che ci si fa forza, che si vive ugualmente. Io non ho mai davvero scritto niente di bello, quello lo vivevo. E adesso apro il capitolo di un libro che non mi appartiene. E leggo tutte le pagine bianche. Tre rintocchi e mezzo inchino. Amen.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *