Reiterante insistenza

Starei seduta sul divano con le gambe e le braccia incrociate per ore solo per non dover accettare la mia dipendenza. Con il volto serio come quello che avevo a 5 anni quando i miei cuginetti rompevano tutti i giochi che prestavo loro. 
Come al mio solito non piangerei, al massimo posso stringere i denti fino a sentire male alla testa. Non è che non mi piaccia piangere, anzi, ma spesso se sto per liberarmi scatta un allarme automatico e la cella si chiude di nuovo. Allarme che consiglio a tutti di distruggere prima che possa diventare la vostra maledizione.

La prima volta in cui mi accorsi che se volevo fare qualcosa da sola avrei avuto bisogno di controllare doppiamente il mio corpo, fu quando inciampai e caddi mentre attraversavo la strada. Mi raccolse da terra una vecchietta sicuramente più bassa di me di cui ricordo solo la presa delle mani che mi afferravano e mi alzavano come fossi piuma.
Da quel giorno decisi che sarei stata più attenta, e così feci. Non avrei avuto bisogno di chiedere aiuto o affidarmi a qualcuno, bastavo io e la mia mente, avrei avuto il controllo totale, non avevo dubbi.
Continuai a ragionare in questo modo fino a quando l’orgoglio non si trasformò in paura, facendo si che preferissi rinchiudermi a casa anzichè uscire. Le strade non mi incuriosivano più, adesso mi sembravano campi di addestramento e io mi sentivo tanto il Sergente Hooks di Scuola di Polizia alla quale il comandante istruttore ripete sempre  “ma perchè non ti ritiri? ritirati, forza forza, non ce la farai mai, ritirati”.
Così capì due cose, la prima era che avevo probabilmente bisogno di uno psicologo, ricerca che si dimostrò incomprensibilmente ardua, e la seconda era l’esistenza di un filo sottilissimo che mi aveva portato a confondere la lotta con la non accettazione.
Lo devo ammettere ogni tanto mi ci perdo ancora nella non accettazione. Una sorta di presa di posizione consolatoria. Mi fa sentire dritta e ferma sui miei due piedi magicamente diventati forti, in equilibrio sul muro più alto della più indistruttibile fortezza.
Guardo giù e mi sento la più potente delle maghe perchè io ho deciso, ” IO RESTO COME SONO!”. Poi mi giro, mento in su, petto in fuori, gamba tesa ad iniziare il passo e………..ed eccomi precipitare lungo la scia del “dovevo prevederlo”, colpire le ossa contro i detriti della meteora conosciuta come “di forte non c’era niente, neanche tu”, e atterrare sulla terra del “convincersi non basta”.
Il tragitto lo conosco a memoria, ma con una reiterante insistenza continuo perchè a crollare non ci vuol niente quindi tanto vale tentare, giusto il tempo di un respiro lungo quanto serve, e ci si rialza.

Capirete la difficoltà, chiedere aiuto, un conato di “orgoglio perso” da trattenere, le magliette sporche non si contavano più, adesso ovviamente son tutte pulite perchè mai mi perdonerei se ne conservassi un ricordo visibile.
In genere le mie richieste di aiuto vengono precedute da un profondo silenzio, seguite dall’inevitabile domanda posta con un fastidiosissimo tono remissivo insaporito da una spolverata di sensi di colpa, alimento principale nella mia dieta.
Ormai siamo pappa e ciccia. Una persecuzione la loro, insieme alla condanna del pianto costretto dentro una cella buia, neanche fosse colpa mia davvero.
Pensate ai sensi di colpa da un lato e la decisione di non accettazione dall’altro, non coesistono affatto e se ci provano queste sono capaci di spezzarmi in due davvero.
Il mio troppo sentire trasformatosi in mostro, come Medusa punita per la sua bellezza e passione, quindi tramutata in una donna orribile in grado di pietrificare l’essere di cui riesce ad incrociare lo sguardo. 
Lo so, dovrei diventarne il padrone, essere come Perseo, volare su sandali alati per decapitarli,  così potrei uscirne attraversando vortici e nuvole nere terribilmente utili nella loro oscena inutilità, e finalmente sostare tra leggeri soffi di vento fresco che portano con se leggere nuvole bianche riscaldate da un sole tiepido che odora di respiri.

                                        “Si alza il vento!…bisogna tentare di vivere”
                                                                                            -Paul Valéry-

 

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Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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