“Quello che rimane”

Argomenti, argomenti scomodi. Se non vestissero tanto stretti, forse sarei in grado di visualizzarli, di distinguerli con l’occhio perfetto dell’immaginazione. Invece, avverto solo l’urgenza prepotente di portarli fuori da me, però nella maniera più consona. Sottopongo l’anima ad uno sforzo immane, ad uno spasmo che sembra non finire mai, mentre cingo le emozioni con tante piccole parole, consapevole che resteranno comunque dei lembi scoperti da qualche parte. Completa è una carezza, uno sguardo, infinite sono due mani che si intrecciano all’improvviso. Ma non le parole. Le parole fanno quello che possono nel difficile ruolo di tradurre codici appartenenti ad aliene dimensioni.
Ciò che più mi ha fatto arrabbiare del mio comportamento nei confronti, non solamente della malattia, bensì degli enormi e concreti macigni che hanno caratterizzato la mia esistenza finora, sta nel fatto di essermi scissa da ciò che rimane.
Chi siamo? Qual è la nostra identità? Cosa amiamo fare veramente? Quanto è obiettivo e reale ciò che sappiamo di noi?
Innumerevoli volte ho allungato la mano verso tutto questo, ma una frazione d’istante prima di unirmi all’essenziale, ho estratto una priorità e ci ho costruito un ostacolo, allontanandomi di un passo da me, dimezzando di volta in volta la mia forza. Trovo che le priorità siano assieme doveri e pretesti per rimandare il confronto con noi stessi, l’unica necessità ed il luogo dove tutto quanto acquista un senso.
“Cosa rimane di me” me lo sono chiesta per motivazioni molto diverse, e mai per quella che innesca la scintilla determinante: cosa rimane di me senza le radici di una famiglia; cosa rimane di me quando mi sento sola; cosa rimane di me quando mi sento guasta per via della sclerosi multipla. Ho bisogno di aggrapparmi a qualcosa… qualcuno mi dica che cosa rimane di me!… Comprendo ora che l’interrogativo corretto sarebbe stato “chi sono io al di là e prima di tutto questo?” – “Non lo so”. E, per istinto, siamo portati ad allontanarci da ciò che non conosciamo a causa della paura. Allo stesso modo nel quale, udendo un rumore sospetto, chiudiamo il chiavistello della porta d’ingresso.
Ho capito che la conoscenza di sé arricchisce di diversità, ma nello stallo dei problemi siamo tutti molto simili: sia che si tratti di situazioni che giungono dall’esterno, per caso (come una malattia, per l’appunto), sia che la questione riguardi muri costruiti minuziosamente dall’interno, mattone dopo mattone.
Ultimamente, esausta dei circoli viziosi che derivano dal troppo pensare, ho cominciato a compiere il gesto più naturale del mondo: muovere un passo avanti all’altro. Mentre le mie ginocchia, avanzando, facevano in pezzi gli strati che mi allontanavano da quello che rimane, non ero io ad abbattere le mie protezioni, ma immagini finalmente nitide che parlavano di me, che, non so come, avevo dimenticato.
Una l’ha portata alla mente in modo involontario una persona importante, giusto qualche ora fa.
Sono una ragazzina. Scendo le scale a due a due, velocissimamente, per uscire di casa il più in fretta possibile. Raggiungo di corsa il marciapiede e, continuando a correre, il parco dietro casa. La stradina sterrata, ad ogni falcata, mi costringe ad essere preparata ad appoggi e slanci sempre differenti. Quando trovo una buca o una zolla messa male, le sfrutto per balzare avanti con un grande salto. Ricordo la fitta alle caviglie nel momento in cui atterro; ma poi ricomincio a correre libera, finché non sono stanca. Correndo le lacrime scivolano via veloci ed il viso si asciuga subito. In men che non si dica, si è pronti a ricominciare. La stanchezza si dischiude in un largo sorriso e la prigione da cui scappavo si tramuta in un’occasione di intimità con me stessa. Il cuore palpita forte e mi accorgo di amare la vita più di quanto sarei portata a pensare.
Adesso, vedo una donna adulta che ha preso per mano la ragazzina che corre.
Sento il piede premere con decisione l’acceleratore, come se dovesse guidare fino in capo al mondo. Scende dall’auto e apre il portone del garage a ritmo della musica che risuona alla radio. Prende decisioni e si sente affidabile sia che il dolore fisico rimanga in sordina sia che le sembri di avere un set di coltelli giapponesi infilati nelle scapole. Parla di ciò che ama con chi le piace, anche quando la parte sinistra del viso tende a bloccarsi e la vorrebbe zitta. A volte, la mano trema nel mettere il mascara; però a lei non frega niente e ricomincia daccapo perché vuole sentirsi bella.
Là fuori molti penseranno che non è malata se si comporta così, alcuni che combatte ed ha la meglio (solo quando visibilmente ci riesce). La maggior parte non saprà nemmeno quale fuoco si nasconda dietro il sorriso che nasce dall’amore e dalla gioia di vivere.
Invece, lei è soltanto quello che è. L’ha trovato e non vuole più lasciarlo.
Questo è tutto ciò che serve ed è tutto quello che le rimane.

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Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentasei anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

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