Prigione Architettonica

Si comincia a vivere a rallentatore. Si, è così che succede, un susseguirsi di moviole e messe a fuoco. Continui stop, come se si stesse giocando a “un due tre stella”.
I piedi giù dal letto, l’equilibrio, il lento risveglio dei propri arti. Una serranda troppo pesante, un bottone che non si riesce a chiudere, la cerniera dei pantaloni troppo dura o piccola. Le scale che a scenderle ormai ti fan venire le vertigini. La macchina adatta a te che riesce a farti sentire l’ebbrezza dell’indipendenza, per poi togliertela.

Una città a misura, non so di chi, sicuramente non mia. Una realtà diversa dalla precedente dove tutto arrivava immediato, naturale e semplice. Le macchine non mi servivano da appoggio, i muri non mi salvavano dalla perdita di equilibrio, nulla rischiava di farmi sentire prigioniera.

Come essere sottoposti ad una detenzione forzata. Dimenticare la libertà di essere naturali, di far seguire un’azione ad un desiderio. La voglia di agire puoi solo sentirla muoversi dentro di te. Ti percorre tutto il corpo dalle dita dei piedi fino ai capelli. Le tue molecole iniziano a dondolare e danzare, lo fanno per te. Un formicolio lungo la schiena blocca il tuo istinto e ti fermi.
Non puoi che stare in silenzio a cercare una soluzione. Nessuno di quelli attorno a te capiranno. A pensieri si sommeranno altri pensieri, ricordi di libertà ed impotenza. Rabbia nei confronti di una prigione architettonica che sembra essersi alleata col tuo corpo. Un corpo che devi trasportare e amare nonostante tutto, che devi curare e pregare di non abbandonarti mai.
Così ti continui a chiedere per chi sia fatto quell’ascensore per disabili che non funziona, quella rampa utile per chi é sulla sedia a rotelle ma non per chi ha difficoltà a deambulare, quel bagno che ad identificarlo come accessibile ha solo la placca di metallo attaccata sulla porta. 

interna 

Qualcosa non va. La nostra carta costituzionale sancisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando, di fatto, le libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il primo sviluppo della persona umana”.

Un società, quindi, che dovrebbe renderci uomini e donne liberi anche se disabili. Che dovrebbe porsi quale fondamentale scopo quello di ridarci l’istinto che la malattia ci ha tolto, e che continua a toglierci ogni giorno. Creare una città fatta anche per noi, nati o diventati essere costretti a chiedere, a sbattere contro tutto quello che continua a limitare il nostro vivere.
Non si parla di distruggere le barriere  che spesso intasano le menti dei normodotati, è certamente un lavoro estenuante ma noi siamo in grado di portarlo avanti ogni giorno, esistendo. Diversa cosa è invece eliminare le barriere architettoniche, ma questo non è un nostro dovere, di fronte questa realtà noi diventiamo portatori di diritti, noi siamo coloro in favore dei quali il dovere deve esercitarsi.

La normativa che disciplina l’accessibilità e l’abbattimento delle barriere architettoniche, la legge 13/89, stabilisce i termini e le modalità per garantire l’accessibilità ai vari ambienti, con particolare attenzione ai luoghi pubblici. 
Concede ai cittadini contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche su immobili privati già esistenti ove risiedono portatori di menomazioni o limitazioni funzionali permanenti (di carattere motorio e dei non vedenti).

Ma per poter apportare le modifiche necessarie alla propria abitazione spesso si ha una dilatazione inaccettabile dei tempi d’attesa. Neanche la necessità riesce ad accelerare i lavori. Come se non bastasse molti dei nostri comuni non possono permettersi le spese necessarie all’abbattimento delle barriere architettoniche, costringendo così le famiglie a doversi sobbarcare il costo dei lavori, che può superare anche i 16,000€.
Allora mi chiedo, esiste davvero la volontà di renderci liberi? Si agisce come agirebbe un bambino che obbedisce alla madre o si agisce comprendendo il valore di ciò che si fa? Non dovremmo, forse, poter esistere nel modo più vicino possibile all’eguaglianza che si professa?

Pubblicato nella Elly&Valy | Lascia un commento
Valeria Pace

A proposito di Valeria Pace

Sono una giovane malata rara, la mia vita è un costante disequilibrio tra me e l'altra.A volte scelgo di cadere per provare l'ebbrezza del rialzarsi e raccontare cosa ho visto.Faccio scorta di pensieri, sembra non bastino mai. Spinta dal bisogno di trovare un modo per vincere la paura di una malattia degenerativa e rara, di cui ancora poco si sa e di cui pochi sanno, ho deciso di creare un associazione, "Gli Equilibristi -HIBM- onlus". Una rete di pazienti affetti da miopatia ereditaria a corpi inclusi, al fine di garantire loro un aggiornamento diretto sulla patologia. Un mezzo di comunicazione in grado di permettere un incontro, seppur virtuale, atto a un vicendevole sostegno psicologico e a un confronto attivo.

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