“Quando piango raccolgo i capelli”

L’altra sera mi sono ritrovata a correre. Poche manciate di secondi, ma le gambe hanno preso velocità in modo naturale e hanno compiuto un’azione simile. Era l’ora del tramonto e il sole brillava sulle cose. Ho camminato fino a sentire molto male, per poi esplodere in quella corsa lenta e libera, di cui ricordo lo scricchiolio dei sassolini sotto le suole delle scarpe, la stoffa dei pantaloni spostata tutta a sinistra a causa della brezza che domina gli spazi aperti; il respiro affannoso, ritmico e deciso.
Tornando verso casa, ho realizzato di aver spinto il mio fisico al massimo, perché avvertivo scosse lungo il corpo (prodotto consolidato dei danni ai nervi) e la mano sinistra tremava di sua iniziativa. Poi, però, gli auricolari hanno immesso in me la canzone “sbagliata” e ho dovuto usare anche la mano rimanente… per tenere il ritmo!
Quella sera non sarei nemmeno dovuta uscire. Perché era già tardi, perché ero già stanca; poiché la notte precedente avevo dormito poco e male; dato che il mio umore risulta comprensibilmente e costantemente preso a calci ovunque si rivolga. E tutto ciò che mi rimane come fonte di equilibrio sono io.
L’equilibrio è uno strano concetto. Voglio dire… come conosci l’incedere perfetto se non provi anche che significhi darsi lo slancio verso la parte opposta della bilancia? Quella all’ombra, quella da evitare, da cui scappare; l’altra faccia ugualmente autentica di ciò che sei. Vi vengono in mente quelle giostre, al parco giochi, dove serviva qualcun altro per staccare i piedi da terra? Tra lo stare ancorati al suolo e toccare il cielo c’era un istante, nel quale si passava attraverso una zona di mezzo, impossibile da raggiungere senza il movimento. Un gesto sempre più dosato portava ad un’andatura armonica.
Quel pomeriggio in cui non avrei dovuto faticare assomigliava alla parte della mia vita in cui pensavo che equilibrio volesse dire stare coi piedi ben piantati a terra. Capita, invece, che il coraggio di mettere in discussione un limite (senza dubbio concreto, ma reso più radicato e forte dalla sua reiterata auto-imposizione) possa consentire di dare una sbirciata al di là di quell’orizzonte dalle parvenze inaccessibili; come quando tutto ti sembra più piccolo e circoscritto, al parco, nel breve attimo in cui sperimenti cosa voglia dire trovarsi alla massima altezza della giostra dell’equilibrio.
Quando do il permesso alla mia zona oscura di esprimersi, vivendola come parte tangibile della mia normalità – che non è “rose e fiori”, e, di conseguenza, è composta anche di questo – essa si scioglie in dense lacrime. Lacrime che per molto tempo non uscivano più, in quanto non ero tanto audace da staccare i piedi da terra e levarli verso l’ignoto contando sulle mie sole forze. Sulla mia “sola”, assoluta Fiducia.
Prima di uscire a professare la mia voglia di libertà da qualsiasi ostacolo, che sia la malattia oppure ogni altra cosa che fa della mia vita un capolavoro di casino, c’è stato questo momento. Questo momento estremamente mio, durante il quale mi sono guardata allo specchio e ho visto dentro di me. Ho lavato in fretta il viso e, con le mani ancora intrise di goccioline d’acqua mista al sale delle lacrime, ho raccolto i capelli. L’ho fatto passando le mani dal viso alle punte della mia chioma, più e più volte. Nella frazione di secondo in cui la mano copriva un orecchio,prima, e l’altro poi, ho avuto la sensazione di udire con chiarezza minuscoli retaggi sonori della parte di me che mi vorrebbe bloccare e spingere giù; quasi si trattasse di un canale intermittente e disturbato che trasmette le frasi che mi hanno fatto male:
“Lascia stare”
“È così”
“Non è semplice”
“Non ce la fai”
“Hai bisogno di aiuto”
“Cerca di fare le cose fatte bene”
“Pensa alle cose importanti”
“NON PUOI”.
La voce cessa e mi lascia impassibile. Raccolgo i capelli e porto da qualche parte me, i miei occhi gonfi e la mia voglia di vivere. Senza più scrupoli, senza disagio.
Ho constatato che, di volta in volta, la piega del sorriso che ne nasce cresce di un millimetro.

Pubblicato nella Il cuore trascritto | 2 risposte
Lisa Zanardo

A proposito di Lisa Zanardo

Sono una donna di trentasei anni che sta ricominciando tutto daccapo. Sono accompagnata dalla Sclerosi Multipla ufficialmente dal 2007, ma già la sentivo con me fin da quando ero poco più che una bambina. La convivenza con lei, aggravata da basi di vita molto difficili, mi ha condotta fuori strada, nonostante le mie intenzioni e la mia testardaggine. Ora, cerco di deviare le impossibilità che la società mi pone e di trovare la chiave di svolta, per vivere amando ciò che faccio. Ho deciso di scrivere per Ali di Porpora, in quanto colpita dal modo autentico ed originale delle sue fondatrici di raccontare la malattia, senza mettere mai la persona ( o i problemi che la caratterizzano, al di là della condizione patologica ) in secondo piano.

2 thoughts on ““Quando piango raccolgo i capelli”

  1. Francesca

    Resto sempre incantata dal tuo modo di esprimere le tue sensazioni cose semplici che con le parole giuste arrivano dritte lì dove devono arrivare
    To lovvo ❣

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